IL REGNO DELLA QUANTITA’ E I SEGNI DEI TEMPI di René Guénon

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IL REGNO DELLA QUANTITA’ E I SEGNI DEI TEMPI di René Guénon

IL REGNO DELLA QUANTITA’ E I SEGNI DEI TEMPI di René Guénon

In edizione Adelphi, IL REGNO DELLA QUANTITA’ E I SEGNI DEI TEMPI di René Guénon apre così dicendo:

Fra i numerosi tratti caratteristici della “mentalità moderna” vi è la tendenza a ridurre ogni cosa al solo punto di vista della quantità, dell’apparenza del regno della quantità. Per vedere il disordine come un elemento dell’ordine, o per ricondurre l’errore ad un aspetto parziale e deformato di qualche verità, bisogna elevarsi al di sopra del livello delle contingenze al cui dominio appartengono il disordine e l’errore come tali; e parimenti, per cogliere il vero significato del mondo moderno in conformità alle leggi che regolano lo sviluppo della presente umanità terrestre, bisogna essersi completamente liberati dalla mentalità che specificatamente lo caratterizza, e non esserne infirmati ad  alcun livello; ciò è tanto più evidente in quanto tale mentalità, per forza di cose, e in certo qual modo per definizione, implica una totale ignoranza delle leggi in questione, nonché di tutte le altre verità le quali, derivando in modo più o meno diretto dai principi trascendenti, sono parte essenziale di quella conoscenza tradizionale di cui tutte le concezioni propriamente moderne, consciamente o inconsciamente, non sono che la negazione pura e semplice.

 

Il testo si presenta in forma di summa contro la modernità, vista come regno del materiale e del quantitativo a detrimento del qualitativo e dello spirituale. In essa Guénon traccia una non sistematica, ma aforistica (proprio secondo una tradizione nicciana di trasvalutazione dei valori) demolizione delle più comuni credenze scientiste, le quali sarebbero alla base della decadenza occidentale. I Valori scientisti che Guénon demolisce secondo una forma raffinata di decriptazione, sono quelli su cui si basa la conoscenza moderna nella sua accezione positiva, kantiana e newtoniana, e appartenenti a un ciclo cosmico in ormai via di dissoluzione, il Kali Yuga.

E’ agli illuminati che, in maniera consapevole o embrionale, stanno preparando il ciclo successivo, che Guénon si rivolge, senza preoccuparsi se la maggior parte delle persone, come è naturale che sia, non lo comprendono.

Filosofo anch’egli inattuale, come fu Nietzsche, o dell’inattualità, meglio. Le sue parole sono come musica che solo certe orecchie – iniziate e sensibili – possono apprezzare. Fuori dal chiasso e dal frastuono del parlare corrente, Guénon sussurra con voce decisa, a orecchie esercitate, l’incapacità degli uomini di conoscenza attuali di trarre l’umanità fuori dal disordine in cui è precipitata, per la propria fede nel preteso “progresso”.

Un testo in certo qual modo esoterico, che si può leggere anche nella sua letterarietà. E che ci avvicina alle sorti odierne dell’Uomo, un Uomo sempre più mondializzato e globalizzato, che avrebbe perso la propria identità trascendente, rinunciando alla Tradizione, ed eletto le Cose a suo orizzonte di riferimento.

Se da una parte abbiamo il Mercato, le leggi del liberismo economico e politico che hanno portato alla fase attuale di totale materializzazione delle coscienze, appiattimento morale e cerebrale, dall’altra abbiamo un movimento no global o new global, i quali però non hanno al loro interno dei punti di riferimento intellettuale solidi. Non emergono al loro interno pensatori di rilievo, fatta eccezione di Noam Chomsky, e il loro pensiero è tanto variegato quanto frammentato, fatto di puri slogan anti capitalistici, contro il profitto, contro il presidente americano di turno.

Che sia anche questo aspetto un sintomo di quella frammentazione del pensiero meccanicistico, e materialista, che Guénon fa risalire come appartenente al mondo moderno, che avrebbe perso l’orizzonte tradizionale e metafisico capace, unico, di dare unitarietà non solo al sapere, alla conoscenza (illusoriamente ci sta già riuscendo la scienza positiva) ma al Destino Ultimo dell’Uomo?

Lo scientismo moderno si presenta da almeno quattro secoli come una sorta di religione laica. I suoi dogmi fanno parte di un catechismo che viene impartito sin dai primi anni. L’importante non è che la sua visione sia vera e verificata, ma che generi consenso sui valori che trasmette.

A tale proposito, nell’introduzione Guénon così si esprime:

Se i nostri contemporanei riuscissero, nel loro insieme, a vedere che cosa li dirige, e verso che cosa realmente tendono, il mondo moderno cesserebbe immediatamente di esistere come tale, in quanto quel “raddrizzamento”, cui spesso abbiamo fatto allusione, non mancherebbe di operarsi per questo solo fatto; ma poiché tale “raddrizzamento” presuppone che si sia giunti al punto d’arresto in cui la “discesa” è interamente compiuta, e in cui “la ruota cessa di girare” (almeno in quell’istante che segna il passaggio da un ciclo ad un altro), bisogna concludere che, fin quando questo punto non sarà effettivamente raggiunto, queste cose non potranno essere comprese dalla maggioranza della gente, ma soltanto dall’esiguo numero di coloro che saranno destinati, in una misura o on un’altra, a preparare i germi del ciclo futuro. Non è nemmeno il caso di dire che, per tutto quanto andiamo esponendo, è sempre esclusivamente a questi ultimi che abbiamo inteso rivolgerci, senza preoccuparci dell’inevitabile incomprensione degli altri.

Guénon ravvisa il pericolo di un individualismo atomistico, che vede negli esseri umani tanti atomi replicabili all’infinito, ma mette in guardia in questi termini:

(…) mentre la molteplicità principale è contenuta nella vera unità metafisica, le “unità” aritmetiche o quantitative sono al contrario contenute nell’altra molteplicità, quella inferiore (…).

Sull’atomizzazione della Società si è detto e scritto molto. Marco Della Luna, nel suo Neuroschiavi, sembra ampliare il discorso di Guénon alla politica e all’economia attuali, riferendosi ai processi di massificazione delle coscienze tramite la persuasione dei media, sempre in quell’ottica quantitativa cara ai moderni, per cui tutti siamo atomi, destinati a vivere, produrre, consumare, morire. Un destino che vede la propria parabola ultimarsi con la grande assente del dibattito odierno: la Morte, la grande innominata e innominabile, fonte di vergogna, perché con la Morte cessa la Produzione e cessa il Consumo. Ma è secondo le filosofie tradizionali che, con la Morte, inizia il vero grande discorso qualitativo.

René-Jean-Marie-Joseph Guénon, conosciuto anche come Shaykh ‘Abd al-Wahid Yahya dopo la conversione all’Islam (Blois, 15 novembre 1886 – Il Cairo, 7 gennaio 1951), è stato uno scrittore, filosofo, esoterista, intellettuale francese. La sua opera, concepita a partire da una ridefinizione in senso tradizionale della nozione di metafisica, intesa come «conoscenza dei principî di ordine universale» da cui tutto procede, non si presenta, nelle intenzioni dell’autore, come un sistema filosofico basato sul sincretismo o come la formalizzazione di un pensiero neospiritualistico, ma è volta all’esposizione di alcuni aspetti delle cosiddette «forme tradizionali» (Taoismo, Induismo, Islam, Ebraismo, Cristianesimo, Ermetismo, Libera Muratoria, Compagnonaggio, ecc.), intese come differenti espressioni del sacro, funzionali allo sviluppo delle possibilità di realizzazione spirituale dell’essere umano. Guénon non ha mai rivendicato, per se stesso, altra funzione se non quella di aver cercato di esporre, nei limiti del linguaggio ordinario, le idee veicolate nel simbolismo, nella ritualità e nella metodologia operativa di tali «forme tradizionali», o vie di perfezionamento spirituale, stante la natura essenzialmente «non individuale» di esse, e considerata la loro conoscibilità effettiva per il tramite esclusivo di una facoltà «diretta e immediata», l’intuizione intellettuale, anch’essa di ordine non individuale, e trascendente qualsiasi dialettica. (Wikipedia)

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