Storia Minima di Matteo Fais

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Storia Minima di Matteo Fais
Storia Minima di Matteo Fais
Non sarei il primo ad affermare che la grande letteratura si nutra principalmente di due ingredienti: solitudine e sofferenza. Leggendo Storia Minima di Matteo Fais intravvedo in controluce – attraverso le gesta del protagonista – entrambi questi elementi nella vita dell’autore. Intravvedo un’esistenza che ha affinato le proprie doti di critica attraverso l’ostracismo subito dal gruppo dominante, di cui il protagonista è divenuto nemico e detrattore: il gruppo dei conformisti, degli integrati, di quelli a cui va bene un sistema di cose che si regge sull’obbedienza, quello della maggioranza serva, che ha fatto del proprio servilismo uno strumento di affermazione.
Il libro ha anche una qualità non trascurabile: si fa leggere senza fatica, il lettore è portato a simpatizzare col personaggio principale, nonostante l’aggressività a volte oltraggiosa del suo linguaggio lo ponga ampiamente oltre il limite della decenza.
Si coglie nella sua rabbia una richiesta d’aiuto non dichiarata, che “orgoglio” e “competizione giovanile” gli coartano e bloccano nell’esprimere.
Il mondo che viene ritratto è fatto di fallimento e orgoglio, quasi orgoglio nel fallimento, ed è un ritratto veritiero della nostra società.
Man mano che mi addentro in questo viaggio nella disperazione, vengo però preso da diverse e contrastanti sensazioni. Una delle quali è che non mi trovi di fronte a un’opera letteraria a tutti gli effetti, per quanto mi ritrovi “a tutti gli effetti” fra le mani un libro classificato come “romanzo”. Mi trovo a leggere delle scene che avrebbero bisogno di maggiore respiro, e vengono puntualmente tagliate, e mi ritrovo a leggere dei dettagli che, non contestualizzati, risultano superflui, non amalgamati, fuori da un continuum narrativo. Il libro avrebbe avuto bisogno di altre 50 o 100 pagine per acquistare respiro, o essere dimezzato, per renderlo un semplice racconto; così com’è sembra essere un’opera poco pensata e molto affrettata, un corpo in un vestito che non è della sua misura. Tuttavia Storia Minima di Matteo Fais contiene al suo interno – oltre alle qualità sopra citate – molte altre sfaccettature di quella immensa “galassia” semantica e filosofica che costituisce il decadentismo novecentesco, o un sartriano esistenzialismo. I riferimenti alla contingenza sperimentata da Sartre ne “La Nausea” sono abbastanza riconoscibili, così come il diffuso sentimento di dissoluzione e di inibizione del protagonista, che fanno sfociare le pagine in una dimensione prettamente nichilistica di chiara tradizione letteraria, e novecentesca. Eppure, qualcosa continua a non tornarmi, a sfuggire da una piena accettazione da parte mia di queste pagine, scritte bene, invoglianti, ma non folgoranti. Anche il finale, nonostante le sue pretese (chiaramente novecentesche), avrebbe potuto “dare di più”. Credo che Fais, in tal senso, mi abbia deluso profondamente, per le sue grandi potenzialità tradite, o semplicemente inespresse. A partire dal suo linguaggio; quello che si definisce come lo stile di un autore: se da una parte il protagonista affonda in un angosciante incubo urbano di solitudine e incomprensione, lo stile con cui Matteo Fais lo fa “affondare” non va altrettanto a fondo, sempre un po’ troppo didascalico, superficiale, educandale, semi dilettantistico, sempre un passo indietro rispetto alla scena, autoescluso dalla scena (proprio come il protagonista, psichicamente un soggetto inibito, che si sente escluso dalla vita, in fondo, è egli stesso che se ne auto esclude).
In un capolavoro della letteratura americana, Panino al Prosciutto, l’imponente autobiografia di Charles Bukowski che affronta con voce tragica e grottesca i medesimi temi – urbani – di solitudine, fallimento, esclusione dei coetanei, in un giovane uomo che fa i conti con gli stessi inumani muri di indifferenza, il linguaggio si inabissa in un mondo senza più ritorno, in un certo senso, si suicida. In Fuoco Fatuo, di Pierre Drieu La Rochelle (vedi l’omonimo film girato da Louis Malle), attingiamo, diversamente che in Storia Minima di Matteo Fais, a una imprescindibile dimensione – sempre urbana – poetica del nichilismo decadente, che arricchisce la trama di visioni oniriche semi allucinate dalla condizione del dolore, “raffinando” la disperazione del Personaggio/Autore. James Joyce, in Gente di Dublino, ha scavato in analoghi abissi di squallore urbano, Aldous Huxley ha criticato la modernità con altrettanta asprezza, ma il primo lo faceva da una prospettiva remota, siderale, in assoluto poetica, il secondo attingendo a una cultura scientifica sbalorditiva. Quello che non convince in Storia Minima di Matteo Fais, è la cosa – fatta – e – finita di una storia che si compie e risolve unicamente in se stessa, senza lasciar fuori nulla, perché credo che la grande arte sia la capacità di farci presagire altro dietro l’opera, sia il buco della serratura da cui, con batticuore, guardiamo la magia o l’orrore del mondo.
Tutto un discorso a parte merita l’assetto “ideologico/politico” del racconto, che passa anche attraverso un linguaggio volutamente irriverente, ma non del tutto capace di analizzare una tematica urgente nella nostra società, quale è quella dell’esclusione. Chi già conosce Matteo Fais per le sue posizioni “corsare”, non farà fatica a riconoscere in lui un soggetto contrastato, preso fra i due poli opposti della voglia di “accettazione”, e della voglia di “dissacrazione”. La seconda passa attraverso un fallimento della prima… Le sue invettive al limite della censura contro il clero progressista politicamente corretto sono del tutto condivisibili, perché ci troviamo di fronte, in questo nefasto momento storico, a una diffusa ipocrisia, e conseguente censura, delle classi abbienti e garantite che sta letteralmente soffocando ogni autentico slancio del pensiero che non sia conforme al pensiero egemonico. La sua reazione è appunto quella del reazionario offeso e in minoranza, mi viene in mente il povero Giovanni Papini di Un uomo finito. Ma anche il Bukowski di tante pagine contro i bellocci dalle faccine perfette e la muscolatura in squadra, che fanno surf e vanno in barca a vela sorridenti, soggetti scampati al “tritacarne quotidiano” che invece stritola le persone meno fortunate della base proletaria (che si fanno il mazzo, che non vanno all’Università, che non fanno l’Erasmus, e che magari simpatizzano per Donald Trump).
Fin qui tutto lecito, tutto giusto. Solo, suppongo manchi (o forse non la esprime, non la esibisce) a Matteo Fais quella reale formazione su testi (anche e soprattutto italiani) che innalzerebbero le sue butades individualistiche a urlo universale (ci vorrebbe un po’ di Corrado Alvaro, Ignazio Silone, Rocco Scotellaro?…). Purtroppo, invece, in questo testo si intravvede solo la lezione – facile da apprendere – di un nichilismo addomesticato alla Giuseppe Culicchia, non sufficiente a generare la tragedia che l’autore vorrebbe, ma solo un disperato battibecco.
Un’analisi della letteratura italiana contemporanea non può che farci, tuttavia, simpatizzare con Storia Minima di Matteo Fais. Essendo stata postulata la liquidità della società, è impossibile si formi un qualsiasi gruppo rivoluzionario. Tutt’al più, ci troviamo di fronte ai Girotondi di Nanni Moretti, o alle più recenti Sardine (che Francesco Borgonovo definì Pesce lesso della Sinistra). Quei ragazzetti puliti puliti ed egemonici che avrebbero attirato su di sé anche il dileggio di Giovanni Papini. Sul fronte del politicamente Corretto si sta generando un dilagante conformismo multiculturale e arcobaleno. Tutto è iniziato in tempi forse non sospetti, quando ancora la globalizzazione era là da venire, e i primi No Global di Seattle erano ancora contro l’omologazione di massa. Tutto è iniziato in quella fantomatica terra californiana a Nord di Los Angeles, nei campus di Berkeley, luogo di incubazione sin dai lontani anni’80 di quello che sarebbe diventato il politicamente corretto per il resto del mondo occidentale e progressista nei successivi quarant’anni. Ci è voluta una lenta incubazione culturale, però. Inizialmente assuefacendo le masse europee agli scritti falsamente libertari di quei codini radical chic delle scuolette di scrittura creativa (un ultimo esempio è Jonathan Lethem) che seppero investire tempo e denaro in quelle scuole alla ricerca di una pagina stilizzata e ruffiana. Il messaggio politically correct arrivava sotto forma di storielline redatte a mente e cuore freddi per un pubblico mediamente acculturato che non era in grado di discernere la rivoluzione dalla semplice trasgressione, una pagina ben confezionata da una pagina che avesse in sé sofferenza e rigore, quella scritta da uno scrittore e non da un semplice esibizionista della penna. La sofferenza intellettuale, la febbricitante fatica del genio desolato si era persa nei meandri di un passato antecedente la Seconda Guerra Mondiale, forse solo nelle pagine di Fitzgerald, Malcolm Lowry e Steinbeck, dopo dei quali, in USA, non ci furono più esempi di scrittura altrettanto sofferta, a parte un tardivo Norman Mailer. Il libro iniziava la sua progressiva trasformazione da prodotto intellettuale a merce. E poi vennero i famigerati Fratelli Cohen, buoni anche loro solo a stuzzicare l’estetismo di una classe borghese agiata annoiata nichilista e insoddisfatta, un pubblico letterariamente apolide e senza radici, che si era dimenticato del grande ‘800 e del grande ‘900, che andava nei cinemini d’essai sino all’ossessione e che dal libro voleva le stesse emozioni di una canzone pop leggermente graffiante e un pizzico contestativa, magari le stesse sensazioni di una canna.
Attualmente, dietro il fenomeno culturale dei continui discorsi sugli sbarchi e della loro supina accettazione da parte dell’opinione pubblica progressista, dietro lo sdegno per gli uccellini morti di Lorenzo Tosa, i diritti civili del popolo arcobaleno, il gender, dietro queste ed altre amenità della cultura radical, c’è l’onda lunga, che viene dal luogo lontano nello spazio e nel tempo, di una cultura americana farlocca e consumistica, che la nostra Sinistra ha abbracciato e foraggiato anche dal punto di vista editoriale. Il risultato, è una popolazione ormai mediamente ignorante, con quella piccola base di cultura imparaticcia, che la rende facile preda di mode politiche e demagogia di massa. Nelle periferie si combatte costantemente una drammatica guerra tra poveri, lontana dagli sguardi di tutti, dove gli immigrati e gli ultimi fra gli italiani si contendono un pezzo di pane. Sono questi ultimi i veri destinatari delle pagine corsare di Matteo Fais, peccato che poi si perda a descrivere le giornate vuote e viziose di un pischellino che gioca al nichilista.
Tuttavia mi viene da simpatizzare con Storia Minima di Matteo Fais, per la sua necessità nello stagno della cultura italiana: gettare un sasso, svillaneggiare i potenti e gli egemoni, al di là dei limiti strutturali sopra espressi, è già un merito e un atto di coraggio. Autosputtanarsi, in un mondo di fichette radical chic, non è da tutti! Così come Pasolini aveva previsto la depoliticizzazione della politica, negli ultimi trent’anni, in Italia, stiamo assistendo alla deculturalizzazione della cultura. I due processi sottrattivi sono interconnessi, e vanno a braccetto. La cultura egemone, da rivoluzionaria e leninista, si è man mano trasformata in globalista, si è imborghesita alleandosi in ultimo con la finanza e il potere economico; il terreno culturale si è svuotato di ogni contenuto, si è deculturalizzato, mutando lo stesso linguaggio in uso al suo interno, un linguaggio che è divenuto via via sempre più semplificato, schematico, arido, volgare, intriso di ambiguità e di marchette.
In questo deserto deculturalizzato, le voci e le culture non egemoni, ridotte al silenzio, non hanno più potuto far fiorire nulla di alternativo alla voce dominante. E’ su questo deserto alimentato dalla maggioranza egemone, su questa decadenza e su questo stagnante fiaccume, che vorrebbero inserirsi di gomito – come falangi di genieri e guastatori, o di fiumani Legionari (che però non hanno più un Vate né un vero orizzonte ideologico alto cui riferirsi – cosa saranno mai Salvini e Meloni a confronto di D’Annunzio…) – gli scrittori come Matteo Fais.
La loro storia affonda in un passato letterario glorioso anche se sbeffeggiato, e a più riprese messo ai margini, stigmatizzato e censurato da una intellighenzia che vi reagì in maniera scomposta e isterica. Sono scrittori con un grande passato, ma senza un presente. Il pericolo che sta correndo la cultura in Italia, è quello di una banalizzazione senza precedenti, di una sconfitta della problematicità e dell’intelligenza. Una situazione che produce conformismo e assuefazione da una parte, e rabbia distruttiva dall’altra. Il potere delle idee è concentrato in poche mani, che gestiscono un finto impegno e un finto umanitarismo. Quei pochi che vedono ancora la realtà nella sua crudezza, e che la descrivono con parole prive di bon ton, per reazione rabbiosa e disperata, finiscono ingiustamente di passare dalla parte del torto, ancora una volta per ipocrisia.

©, 2021

 

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