Viviamo in uno spaesamento mai provato in epoche precedenti

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Viviamo in uno spaesamento mai provato in epoche precedenti
Quadro di René Magritte

Viviamo in uno spaesamento mai provato in epoche precedenti

Viviamo in uno spaesamento mai provato in epoche precedenti. Giriamo col navigatore davanti agli occhi, perché abbiamo perso la nostra bussola interna. Ci ingozziamo di contatti, perché abbiamo perso il valore della solitudine e dell’ascesi. Non facciamo più i conti con essa, e con noi stessi, sempre alla ricerca di giustificazioni alla nostra inadeguatezza. Ce le offrono anche la politica e la cultura dello spaesamento, del politicamente corretto, per le quali, se abbiamo qualche handicap, qualche stortura, qualche devianza, non dobbiamo preoccuparcene: la società ormai ha normalizzato quelle cose che un tempo si dovevano curare, l’educazione ha rinunciato a raddrizzare i bastoni storti, erano atteggiamenti repressivi e fascisti, per cui se siamo malati, inadeguati, perversi o altro, non è più un problema educativo, il problema non si pone nemmeno, siamo nel giusto all’interno di un clima di patologia e pornografia diffuse.

La grande attenzione che viene oggi posta sulle diversità e le menomazioni, potrebbe essere riferita – secondo il pensiero di Heinz Kohut – a un sovrainvestimento affettivo (libidico) del Sé grandioso, e in particolare, del Sé corporeo grandioso-esibizionistico. Una eccessiva esposizione del dibattito pubblico su questioni inerenti le diversità, le menomazioni, i diritti civili delle minoranze che si ritengono offese, potrebbe racchiudere un nucleo narcisistico della psicopatologia di massa, dovuto alla pressione della libido esibizionistica arcaica.

Così, la schizoparanoia dei politici non desta più alcun scalpore, anzi, è motivo di consolazione per la massa e di raccolta voti per i politici. In questo scenario di patologia diffusa, i reati dell’anima che un tempo ci facevano sentire in colpa sono pubblicamente – né ammessi né tantomeno confessati – ma dichiarati quasi con protervia e insano orgoglio. Siamo giunti a una tale orizzontalità, democraticità (Google) e disintermediazione, che ognuno di se stesso è maestro e confessore, grazie alla platea virtuale su cui può contare, senza i filtri e le trafile che le gerarchie di un tempo imponevano (anche queste robaccia fascista). Se oggi uno qualsiasi di noi se la canta e se la suona liberamente, è perché è appunto autoreferenziale, e il pubblico, laddove potrebbe criticare, in verità è sempre unito e compatto nell’ovazione o nel silenzio-assenso, la critica non esiste più, al suo posto prevale l’attacco demolitorio e violento, l’oltraggio e la merda in faccia, ma va da sé che queste espressioni sono anch’esse disintermediate, e prive di valore, tant’è che non vengono percepite come critica, ma come rifiuto, e tutto si ricompone allo stato di quiete iniziale dopo la sfuriata. Il ciclo rotatorio della comunicazione disintermediata si autoalimenta, ma basta un black-out mondiale di Facebook (4 ottobre 2021) per mandare in tilt un’intera economia basata sul nulla, un’economia, va da sé, malata e distorta, espressione di una società altrettanto malata e distorta.

La quale si identifica in una globalità senza orizzonte, senza fratture e senza contraddizioni, dominata da un pensiero uniforme che pone in essere il rischio reale di un ritorno del fascismo nella sua declinazione storica. I miti pro-global ai quali siamo quotidianamente esposti e le loro pretestuose retoriche, sono sempre più incapaci di nascondere il distacco tra l’alto e il basso che albergano nelle nostre città, tra chi con il cosmopolitismo imperativo per tutti ci guadagna e chi, ogni giorno, perde diritti, spazi democratici e possibilità di emancipazione a casa propria. I miti pro-global della élite pseudo colta, rispecchiano l’ideologia di una categoria di persone consistente e soprattutto influente, in grado di dettare legge nelle scuole e nei media. Una élite che si trova a suo agio nelle nuove relazioni economiche e sociali introdotte dalla globalizzazione. Sono i cosmopoliti, i fluidi che non si sentono radicati in un particolare luogo, consumisti di prodotti culturali che ambiscono a sentirsi cittadini del mondo, agevolati dall’appartenenza a network internazionali come l’informazione, lo spettacolo, le università, la moda, la ricerca scientifica, la finanza, élite colta e agiata che si tinge di arcobaleno e diritti civili. Questi sono i radical chic, i quali si sentono trasgressivi ma sono solo capaci di sfondare porte aperte. Si mettono sul carro dei vincitori, perché combattono battaglie già vinte, pur sentendosi controcorrente. La vera paura dei radical chic non sono le diseguaglianze sociali, i drammi reali della gente oppressa, ma la possibilità di non appartenere al gregge che bela allo stesso volume per fare gruppo, per fare coro e maggioranza. Essi combattono le proprie battaglie sociali a distanza di sicurezza, dalla propria posizione privilegiata in residenze protette lontane dalle periferie, dove si consuma costantemente una drammatica guerra tra poveri, lontana dagli sguardi di tutti, tra immigrati e poveracci italiani dimenticati dalla politica. I loro valori sociali sono quelli annacquati propri di questi network, sradicati e apolidi, i quali si palesano nella mancanza di un volto distinto in questi soggetti dalla personalità liquida e ambigua, intrisa di finanza europeismo universalismo, elementi che rimandano a una sorta di evanescenza morale, di minimalismo coscienziale. Politicamente si definiscono di sinistra, votano PD nel 99,9% dei casi, vivono slow, vestono leggono scrivono in maniera ricercata, sono cultori del bio e del vegano, hanno tempo e soldi per viaggiare, sono sempre in movimento, sono collegati con tutto, tranne che con se stessi. Il loro secondo lavoro è quello di fotografar-si nei viaggi e postare le foto su Twitter e Instagram. La loro dimensione morale è rivolta all’esteriorità. Alla fede e alla spiritualità, i radical chic hanno sostituito il senso del gaudio perenne (quello della cosiddetta Civiltà Gaia teorizzata da Alain de Benoist), alla famiglia tradizionale, quella allargata, al Dio morto la cultura radical ha sostituito desideri e consumi, riprodotti e riproducibili – grazie alla tecnologia – all’infinito, sbarazzandosi di imbarazzanti e ingombranti domande sul senso dell’esistenza, sulla forza del limite (per loro non c’è limite in niente, nemmeno nell’identità sessuale, che oggi vogliamo correttamente chiamare di genere per non offendere nessuno), sulle ragioni del Sacro.

Poi, ci sono i non radical chic. Di solito albergano nelle periferie. I non radical chic preferiscono lambrusco e ravioli alle bollicine millesimate e all’aragosta, non amano il linguaggio contemporaneo infarcito di pretenziosi anglicismi, si sentono radicati in un territorio ben definito, fatto anche di abitudini e dialetti millenari, sono spesso costretti a vivere nell’anonimato, non appartengono ai network di cui sopra, ma sono costretti ai lavori più umili. La politica della sinistra si è più occupata di loro, dopo la morte di Enrico Berlinguer?… eppure, molti di questi sono operai o ex operai, o figli di operai, gente che un tempo non era radical chic, ma schiettamente comunista, che oggi come allora non ha mai bevuto spumanti millesimati, e non ha mai mangiato l’aragosta, ma si è limitata e si limita a lambrusco e ravioli… e magari oggi – per disperazione, delusione, solitudine, amarezza, sconforto – vota Salvini e Meloni, che meglio li rappresenta.

 

©, 2021

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