CARLO LAURENZI e l’incubo del sesso la Jong che direbbe?

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CARLO LAURENZI e l’incubo del sesso la Jong che direbbe?

CARLO LAURENZI e l’incubo del sesso la Jong che direbbe?

 

Erica Jong – Cosa vogliono le donne

 

Le femministe degli Anni’70 avevano i gruppi di liberazione femminile e di coscienza della propria sessualità ispirati a Paura di volare di Erica Jong. Negli stessi Anni, i maschilisti avevano moglie figli e amante, e tutte le ancora intatte certezze patriarcali, fortemente messe in dubbio al presente nel 2021 da vari movimenti post post post (novecenteschi), il porno si trovava solo in edicola ed era fuori legge, non si insegnava come Oggi nelle Università, si trombava di più e non virtualmente, e gli uomini non uccidevano le donne a ritmo di fabbrica.

Sembra fosse una Società più sana, o per lo meno, il Sistema si reggeva ancora in piedi grazie a certe censure e divieti.

Oggi le donne stanno pagando sulla propria pelle la libertà raggiunta, e i cinquantenni paurosi di volare, con l’uccello floscio fra le mani e la schermata accidiosa di youporn sotto gli occhi, meditano spesso su come uccidere la moglie. Abbiamo dunque fatto molti passi in avanti?

Mi è capitato di recente di leggere un libro degli Anni’70, Le voci della notte di Carlo Laurenzi, un vecchio tomo della Rusconi che ricorda altra letteratura vintage come quella di Carlo Castellaneta de Gli Incantesimi, Storie dalla prosa sofisticata intrisa di quello che oggi potrebbe apparire un insano maschilismo. Eppure, se da una parte in quegli Anni c’era la Donna che – liberando il suo Soggetto come la Jong – voleva anche scientemente oggettificarsi, avevamo ancora uomini che facevano il loro mestiere di satiri o di predatori. Le parti erano simmetriche e ben definite, i ruoli, pure, e il Sistema si reggeva, e non c’erano tutti questi femminicidi, e soprattutto non c’era tutto questo porno on line e normalizzato.

La libertà forse doveva passare attraverso la mercificazione. Del resto, è la Legge stessa del Liberismo, e del Mercato. Domanda – Offerta.

Leggere Erica Jong e Carlo Laurenzi a distanza di tanti anni, ci dona la prospettiva di due vedute, femminile e maschile, incentrate sullo stesso problema della sessualità, in Anni in cui era ancora un tabù. Notiamo come Laurenzi – scrittore italiano e colto, leggermente reazionario – si schermisse dietro una cortina di sofisticati intellettualismi, e come la Jong, americana e libertaria, fosse invece la voce di una trasgressione nuda e cruda, quasi meccanica e ripetitiva, che, nel giro di 40 anni, sarebbe diventata norma e regola diffusa. Non è un caso se molti intellettuali, soprattutto di matrice conservatrice e reazionaria, imputino ancora oggi all’America di aver dettato le regole di un progresso occidentale, che si è in molti casi risolto in regresso.

Non possiamo negare che scrittrici come la Jong abbiano generato un caos irrimediabile fra i sessi, le cui conseguenze sono una assunzione di ruoli maschili in donne divenute sempre più dominanti, generando altresì una ricaduta in chiave di insicurezza negli uomini, divenuti sempre più remissivi e incapaci di fare gli uomini, spesso preda di un rifugio solitario nel porno, che le femministe di Oggi non fanno altro che propugnare.

Non mi resta che continuare a preferire la prosa di Laurenzi, quella leggera ipocrisia che ci proteggeva dagli eccessi di un progressismo sessuale il cui esito altro non è che la catastrofe sessuale di Oggi.

CARLO LAURENZI e l’incubo del sesso la Jong che direbbe?… direbbe che nemmeno le più estreme delle libertarie progressiste degli Anni’70 e ’80 si sarebbero immaginate che nel 2021 sarebbero successe certe cose, come fare sesso in pubblico per le strade e le piazze cittadine.

 

 

Come del resto è accaduto a Milano, nel (bel… progressista, laico e tollerante…) quartiere Isola – in Piazza Archinto – il 25 maggio scorso.

Troppo porno negli ultimi vent’anni ha dato alla testa a tutti, l’esempio delle tante esibizioniste stradali on line, dei troppi film autoprodotti e di una liberalizzazione sfrenata e senza controllo in rete in nome della libertà d’espressione – vero tabù intoccabile, innominabile e indicibile – ha generato un sistema culturale di porno diffuso, che alimenta i comportamenti delle persone nel segno di una disinibizione che sfocia nell’oltraggio della Legge. Nonostante esista l’ Articolo 527 Codice Penale (R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398), relativo agli Atti Osceni in Luogo Pubblico, che punisce chiunque compie atti osceni in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico, sembra prevalere un nuovo senso del pudore, un pudore che, da certe pratiche, non si sente più oltraggiato. E’ avvenuto un cambiamento antropologico di evidente portata. Cosa l’abbia prodotto è di lunga e difficile analisi, e non è questa la sede per capirlo. Solo una accurata analisi del comportamento umano, della sua evoluzione con la lente di psichiatria e sociologia, potrebbe aiutare nel difficile compito. Ma anche la criminologia sarebbe utile a questo scopo, in quanto stiamo assistendo al fiorire di molti comportamenti che, anche non sfociando in conclamati crimini di grave entità, denotato una incipiente tendenza negli individui, una tendenza molto diffusa, a porsi fuori del confine – spesso sfumato – fra legalità e illegalità, tra norma e divieto, tra lecito e illecito, tradendo una latente tendenza al crimine. Non è tutta colpa di questi individui, quando i messaggi vanno massivamente in quella direzione, anche se sono in maniera lampante messaggi devianti. Le due ragazze, giovani e – si suppone – sotto l’effetto di qualche sostanza, per abbandonarsi al gesto di fare sesso in maniera completamente disinibita di fronte ai clienti serali della movida milanese, devono aver subito l’influsso massiccio del porno on line, una grande quantità di porno on line, che le deve avere assuefatte e condizionate, al punto da far sembrare loro lecito fare quello che hanno fatto, in quanto nel porno on line è pratica diffusa il sesso in luoghi pubblici in città dove questo è più che tollerato – se non incoraggiato – dalla classe politica e dal business turistico, come Barcellona. 

Ad incoraggiare il gesto delle due ragazze, deve aver giocato anche la certezza della IMPUNITA’, grazie a quel cambiamento antropologico che è avvenuto, che ha alterato il senso del pudore, e ha reso sempre meno incisivo l’intervento della Legge in un Paese (diciamo pure, in un Mondo) dove le Istituzioni non contano più niente.

Giustamente Riccardo De Corato, assessore regionale e consigliere comunale di Milano, ha commentato così l’episodio: «Non c’è alcun dubbio: Milano è fuori controllo. Ognuno pensa di poter fare qualsiasi cosa, come le due incoscienti ragazze che in piazzale Archinto hanno messo in piedi un siparietto degno di un film hard. Il declino di questa città è palpabile in ogni angolo, ma per il sindaco Sala questo non è un problema».

Già, a Milano ognuno pensa di poter fare qualsiasi cosa. Come ad esempio sfrecciare col monopattino sul marciapiede, fenomeno ormai in crescita, e incontrollabile, che vede Milano fra le prime città in classifica in Italia per malcostume e maleducazione. Anche questo per il Sindaco Sala non è un problema.

Lasciando da parte il circoscritto fenomeno del volontariato, che vede Milano – per lunga tradizione cattolica – fra le prime città italiane schierate sul fronte della solidarietà, Milano resta il luogo maledetto – storicamente maledetto – del business sfrenato, della competitività, dell’esclusività che sconfina nell’esclusione delle minoranze e degli svantaggiati, da parte di quel tessuto sociale economicamente inserito e privo di orizzonte etico, qualunquista e individualista, che potrebbe essere riassunto nella figura dello yuppie, dell’arrivista. Perciò non stupisce minimamente il fatto che a Milano si muoia per un incidente di monopattino sul marciapiede, non stupisce che lo yuppie medio se ne freghi di ogni regola, e che sia lo stesso che, col telefonino alla mano, filmi compiaciuto le scene di porno stradale come quelle di Piazza Archinto, senza farsi domande, senza provare alcun rimorso di coscienza.

Del resto viviamo nella Civiltà della Dismisura. Da quando negli Anni’80 e ’90 si pubblicizzavano prodotti come il profumo Arrogance, o un operatore telefonico il cui motto era tutto intorno a te, si è assistito a una corsa sfrenata verso il suicidio della ragione. Capita oggi di avvertire un senso di disagio, nel sentire i commenti pubblicitari di un’automobile, che promette illimitatezza a chi ha la fortuna di guidarla (salvo poi andarsi a schiantare e a compiere l’ennesimo omicidio stradale), o di una connessione con tariffa flat tutto senza limiti, un disagio che sale sordo dal fondo di una ragione indignata e preoccupata. Forse è rimasto ancora qualcuno fra gli Esseri Umani capace di provare questo stesso disagio, forse qualche dissidente c’è ancora capace di chiedersi il significato di questo bisogno di illimitatezza a tutti i costi. Forse qualcuno c’è ancora che prevede per l’Uomo la stessa fine di Icaro, punito dal suo presuntuoso bisogno di illimitatezza, essendosi affidato a un mezzo illusorio pur di soddisfare la propria strafottenza.

Come ne Il Mondo Nuovo, di Aldous Huxley, a nessuno più rimorde la coscienza, perché forse la Coscienza è stata cancellata. In nome del Progresso e del Razionalismo Produttivo.

In nome di questi due Valori, è stata creata la Civiltà dello Svago Generalizzato, del perenne gaudio, nella quale tutto è permesso, perché il valore primario è il consumo. Tutto è consumabile, e tutto va consumato, altrimenti si blocca la catena produttiva e si fa morire l’Economia. “E’ meglio buttare che aggiustare. Più sono i rattoppi, minore è il benessere”, si legge nel romanzo di Huxley. Nel quale veniva incoraggiata la promiscuità sessuale, in quanto erano vietate le emozioni derivanti da rapporti intensi e continuativi, in una Società centralizzata dove tutti appartenevano a tutti, una Società nella quale erano incoraggiati i giochi erotici fra bambini di 4 anni al fine di accelerare la loro maturazione sessuale, nella quale era stata abolita la Famiglia, fonte di orrende emozioni. Una sinistra sensazione colpisce chi legge queste righe, in quanto esse riportano a questo 2021 segnato dal Politically Correct e dall’Arcobaleno

C’era un tempo in cui il Porno era una sottocultura proibita dalla Legge, un fatto in sé vergognoso e detestabile. Chi lo praticava a livello professionale subiva dalla Società una stigmate indelebile, e chi ne fruiva poteva incorrere in guai famigliari e legali. Erano gli Anni’70 con cui abbiamo aperto questo articolo.

In quegli Anni solo fare pipì per strada poteva farti incorrere nel sopra citato reato, non ci si accoppiava sui marciapiedi come niente fosse, la normalizzazione pornografica sarebbe arrivata solo con la cultura tecnologica degli Anni 2000. Che avrebbe ratificato e relativizzato molte cose.

Per il sesso vi erano luoghi e spazi definiti, come la camera da letto e il Cinema porno. Il sesso viveva di sensazioni ed emozioni circoscritte ad ambiti privati, non era condiviso, pubblicizzato, likeizzato, forse in questo era anche preservato dalla sua Morte. I dati lo confermano: la civiltà del porno diffuso è la meno prolifica, la più eccitata ma anche la meno attiva nella realtà, gran parte del sesso si consuma in solitudine, e, se esibito, è depotenziato del suo carico di piacere e di gioia.

Non ci resta che riportare testuale un articolo interessante per la sua portata storica:

C’era un tempo in cui Milano, a suo modo, era una città a luci rosse. Il centro, soprattutto la zona intorno a piazza Diaz e via Larga, era un vero e proprio «night club district» tanti erano i locali dove si esibivano vedette di fama internazionale in esotici striptease. Ai tavoli sedevano industriali e boss criminali, ma anche impiegati che spendevano l’intera tredicesima per bere champagne in compagnia di bellissime entreneuse. Oggi, di quei locali ne sono rimasti pochissimi e il loro pruriginoso fascino è decaduto da un pezzo. C’era anche un tempo in cui, dal centro alla periferia, a Milano si accendevano, una dopo l’altra, le luci rosse dei cinema hard. Alle loro programmazioni, ai titoli boccacceschi, spesso anche divertenti, di quelle pellicole le pagine dei cinema dei giornali dedicavano ampio spazio, «Corriere» compreso. Agli inizi degli anni 90 in città c’erano ancora 25 sale a luci rosse, oggi non ne è rimasta una. Prima i vhs, poi i dvd infine Internet hanno fatto abbassare del tutto la saracinesca di questi cinema. Piaccia o meno, un pezzo di storia del costume che se ne è andato definitivamente. Nella foto sopra (archivio Corriere), l’ingresso del night club William’s di via Manzoni. Il locale esiste ancora anche se in tempi recenti è stato chiuso due volte dalle forze dell’ordine. (https://milano.corriere.it/foto-gallery/cronaca/14_ottobre_15/quelle-luci-rosse-che-accendevano-citta-07223cee-5499-11e4-ac5b-a95e1580fe8e.shtml).

 

©, 2021

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