VIAGGIO NELLA MENTE DI UN NARCISISTA PERVERSO

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VIAGGIO NELLA MENTE DI UN NARCISISTA PERVERSO
Alberto Genovese
VIAGGIO NELLA MENTE DI UN NARCISISTA PERVERSO
Come subito dichiara il titolo del libro di Cinzia Mammoliti (criminologa di lunga esperienza), questo è un VIAGGIO NELLA MENTE DI UN NARCISISTA PERVERSO, e non in quella di un narcisista generico. Il narcisista può anche essere una persona molto piacevole, altruista e rispettosa, se non è un narcisista perverso. Il narcisista – e basta – sa anche far del bene al prossimo, sempre in un’ottica auto riferita: il bene verso gli altri, ha una ricaduta su di sé, sulla propria immagine sociale, sulla propria autostima. Diverso è il caso del narcisista perverso, incapace di ogni bene, incapace di empatia, di sentimenti positivi, di pietà, e provvisto, al contrario, di crudeltà, distacco emotivo, a volte di una grande intelligenza capace di fargli pianificare la distruzione morale psicologia e fisica del suo Oggetto di interesse.
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Il VIAGGIO NELLA MENTE DI UN NARCISISTA PERVERSO compiuto da Cinzia Mammoliti nel suo libro “Intervista a un narcisista perverso – viaggio nella mente di un sadico seriale” (Runa Editrice, 2016), è qualcosa di sconvolgente.
Siamo abituati ad ascoltare tutte le sere il bollettino delle morti per femminicidio in Italia: almeno tre alla settimana. Esse sono sempre imputabili a uomini violenti che non sanno accettare la separazione, ma molte sono l’esito di un atto non premeditato, un atto disperato e passionale, che termina con il suicidio dell’aggressore (il che non toglie gravità al gesto).
In questo agghiacciante VIAGGIO NELLA MENTE DI UN NARCISISTA PERVERSO, ci troviamo invece di fronte a un essere (non mi viene da aggiungere “umano”, in quanto di umano non ha proprio nulla), che, nell’arco di tempo di molti anni – dal primo incontro con la sua vittima, alla di lei tragica dipartita – pianifica lucidamente, scientemente, in maniera fredda e compiaciuta, prendendosi tutto il tempo necessario, la distruzione della donna che diceva di amare.
Si tratta di una lettura avvincente, ma molto dura. Alla fine della quale, se a farla è un maschio, non si può non sentire chiamato in causa: quale maschio è al di sopra di ogni sospetto? Quale maschio non ha mai abusato della fiducia, della disponibilità, dell’ingenuità di una donna? Quale maschio non ha mai usato l’appellativo di “troia” o di “mignotta”? Quale maschio non si è mai approfittato dei sentimenti femminili? Forse, nessuno. Io stesso, a un certo punto della lettura, mi sono guardato dentro, e mi sono vergognato di alcuni episodi della mia vita passata.
Ma non siamo su di un piano criminale; chi di noi si può riconoscere in alcuni dei “tratti” personologici di questo perverso psicopatico, sarà sempre molto lontano dalla logica criminale, perversa e totalmente malefica di Paolo, il nome inventato da Cinzia Mammoliti per designare il suo intervistato. … una logica seriale…
Sembra strano dirlo, ma il Male esiste, e quello qui descritto è un Male Assoluto e inderivabile. Chi ci crede, potrebbe ravvisare in questo psicopatico la presenza del Diavolo, ma anche non credendo nel Diavolo, è difficile e anche impossibile pensare alle cause che possono modificare a tal punto la psiche di un essere umano, se non quelle soprannaturali, da renderlo impermeabile a ogni senso di colpa, di ravvedimento, di morale.
In Paolo si intravvede una immensa Tenebra. E se una luce si può in qualche modo veder promanare dalla sua persona, è una luce ferina, diabolica, luciferica, appunto.
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Il Male (alias il Diavolo, per chi ci crede) è ignorante. Anche Paolo è ignorante, gretto, grezzo nelle maniere, ed è molto bello, come Lucifero.
Per stessa ammissione dell’intervistatrice, promana fascino maschile, promana odore (forse un odore un po’ pesante, che alla fine disturba e disgusta), di sesso. Tutta l’intervista è anche una sorta di trattato di sessuologia malata, in quanto Paolo ha sempre usato il sesso come strumento di predominio.
Di recente è assurto agli onori della cronaca il caso di Alberto Genovese, di Terrazza Sentimento, delle serate a base di sesso e droga nella Milano del gaudio e degli affari, una Milano apparentemente svagata e allegra, ma che nasconde la presenza di un Male profondo, dietro una facciata di successo e di disimpegno. Ad accomunare Genovese e Paolo, non solo vi sono il sesso malato e predatorio, i soldi facili, la cocaina, la voracità. In entrambe queste storie nere, vi è l’ignoranza, intesa non solo come mancanza di istruzione (che in molti casi non è una colpa, ma una condizione spesso subita, e certamente non è la condizione di questi due criminali, entrambi laureati, e Paolo ha alle spalle un trascorso come professore nei licei, dimostrato dal suo parlare forbito e pieno di citazioni erudite), ma come mancanza di modestia, di umiltà, di sano rispetto per il prossimo. Non ci può essere cultura, dove non c’è Civiltà, e non vi è civiltà, dove mancano le più basilari regole di convivenza. Una Società come l’attuale, che premia sempre e comunque il successo nella sua declinazione economica, che istiga in tutti i modi, e con tutti i canali di comunicazione, la competizione, anche quella sleale, non è una Società che abbia a cuore la Cultura, e la Bellezza.
Ed è una Società immancabilmente destinata a produrre psicopatia, narcisismo, scorrettezza, mancanza di lealtà (basti guardare la scena politica, di cosa siano capaci i Nostri governanti, i fatti recenti lo dimostrano).
La psicopatia non è un male isolato, di psicopatici la Nostra Società è piena, mai stata così piena come in questi ultimi anni, mai stata tanto piena come da quando sono nate le Chat e le Piattaforme Social; siamo di fronte a una vera e propria Deriva Narcisistica, e non serve uccidere o seviziare qualcuno per essere narcisisti e psicopatici. Il distacco dall’emotività e il ritiro in una dimensione auto-riferita è molto diffuso nella gran maggioranza delle persone che fanno un uso utilitaristico, oggettificante, mortificante dei rapporti sociali: chi si può sentire totalmente al di sopra di questo?
Il Crimine è ormai molto diffuso, anche chi non commette crimini acclarati, può denotare condotte criminaloidi, o pre-criminali: stai andando a 80 all’ora in una via cittadina con la tua auto, tenendo il volante con una sola mano, mentre col l’altra stai chattando sullo smartphone, e imbocchi una curva senza visibilità, tanto che, se non uccidi nessuno, è solo un miracolo? Se l’hai fatto anche solo una volta, sei un criminale, e se nessun poliziotto ti ha beccato – e incriminato – è solo fortuna.
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Il VIAGGIO NELLA MENTE DI UN NARCISISTA PERVERSO è anche un viaggio negli inferi, ovvero, nelle parti segrete di una Società sempre più competitiva, disgregata al suo interno, disancorata dai sentimenti, ineducata. Purtroppo, con questo libro siamo di fronte a un soggetto che, oltre a presentare tratti criminali (e largamente condivisi nella Nostra Società), è anche un perverso. Le due cose (crimine e perversione) non sempre vanno a braccetto, ma quando lo fanno, è terribile.
Cinzia Mammoliti ha dovuto far fronte a due principali grosse difficoltà, nel condurre l’intervista: la prima, quella derivante dalla capacità manipolatoria di Paolo, che rischiava di farle perdere di vista l’oggetto della propria missione (difendere la sua vittima – Arianna – da accuse infamanti), in quanto l’intervistato era un soggetto che tentava di manipolare anche lei, irrispettoso dell’autorità, di sedurla e di portarla dalla propria parte, e, secondo – una volta chiarita dentro di sé la propria mission – mantenere un distacco sufficiente a non farsi travolgere dal disgusto crescente, provato al cospetto del suo intervistato.
La storia si svolge in due giornate, una lunga serata al tavolino di un bar, e il giorno dopo sulla panchina di un parco. Poco a poco, veniamo a conoscere i due personaggi a confronto, ci affezioniamo a loro, proviamo ammirazione per Cinzia, ci abituiamo alle sue domande e al suo coraggio, alla sua passionalità. E iniziamo a giocare d’anticipo anche con Paolo, che a tratti ci sembra un po’ scemo, tanto preso da se stesso da perdere la lucidità e cadere spesso nel ridicolo (il libro si presterebbe anche a una lettura lievemente comica, se non fosse che sottende una immane tragedia).
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Bello, spavaldo, sensuale, arrogante, grezzo. Lo stereotipo del maschio alfa. Paolo, a suo dire, per tutta la vita si è trovato nella condizione di dover gestire una quantità di figa sovrumana che la vita gli portava, le donne cadevano sempre tutte ai suoi piedi. Non si trattava di capire se, ma quando una gli fosse caduta ai piedi. Da tutte ha sempre tratto un utile: sesso a volontà, o soldi, e sempre e comunque una conferma alla propria immagine di uomo di serie A, esclusivo, colto, irresistibilmente unico. Tanto da creare in breve dipendenza emotiva e sessuale in tutte le sue prede.
Fin qui, nulla da eccepire, potremmo trovarci di fronte a un impenitente – e magari inoffensivo – tombeur de femmes. Quanti ce ne sono, e non tutti fanno del male al prossimo, magari qualche promessa non mantenuta, qualche tradimento, un po’ di vanità.
A far scattare subito la Nostra attenzione, è il conseguente disprezzo per le femmine, che Paolo manifesta sin dall’inizio dell’intervista: quel volerle trattare come stracci vecchi, quel chiamarle in continuazione mignotte, senza una reale, apparente ragione, se non un disprezzo totale e inderivabile. Nemmeno vi è l’ombra di un principio di gratitudine verso la vita, per essere nato bello e desiderabile, e di conseguenza un po’ di gratitudine per le donne che gli vanno dietro, no: solo disprezzo tout court.
Mammoliti è stata molto abile nel tratteggiare sin dall’inizio – e nel descrivere questo meccanismo – una personalità profondamente malata. In base a questa consapevolezza, possiamo capire e accettare tutto il seguito, che è inverosimile e aberrante.
Il seguito, è quello di una storia nera. Nero è l’animo di Paolo. Una coscienza disturbata che cerca i punti deboli di donne da soggiogare. In maniera seriale. Senza rimorso.
Aggancia le donne col proprio fascino. Le seduce con una iniziale gentilezza, le riempie di lusinghe e intanto si apre – come un trojan – una via per arrivare al centro della loro fragilità. Dà loro il colpo di grazia con una sessualità molto forte e suggestionante, senza che le vittime si possano rendere conto per tempo che, dietro di essa, si nasconde un animo eccessivo e malvagio. Nessuna si fa domande sulla natura psichica di quella sua iper-sessualità, tutte ne sono attratte e avvinte. Tanto da sviluppare una immediata dipendenza. Che Paolo interpreta come segno del proprio potere.
A Paolo il potere serve di per sé. Non possedendo una sua (come direbbe Julius Evola) Potenza interna, si aggrappa a una potenza derivata, che gli giunge dalla sottomissione cui costringe le sue vittime.
Tra tutte, spicca Arianna, una donna incontrata quando entrambi erano poco più che ragazzi, maltrattata e umiliata tutta la vita, sino a condurla inevitabilmente all’annientamento, prima psichico, poi fisico. Arianna aveva la colpa di essere una ragazza di classe, colta, bellissima, ironica, autonoma, ambiziosa. Agli occhi di Paolo, queste erano qualità
1 – attraenti e
2 – imperdonabili.
Attratto da queste qualità di Arianna – tanto da dire di essere stato sempre innamorato di lei, di averla sempre amata più di ogni altra donna, tanto che nessuna poteva reggere il confronto con lei – si sentì altrettanto spinto dal bisogno di distruggerle.
Il quadro descritto, è simile a quello di certi vandali, che sfregiano le più belle Opere d’Arte custodite nei musei. Non tollerano l’esistenza di qualcosa di così bello, tanto da volerlo cancellare, o pregiudicare. E’ il segno di un grave squilibrio psichico ed emotivo, di una grave patologia della condotta sociale, qualcosa che sfugge sempre all’osservazione degli specialisti, per la quale non esiste una reale capacità di prevenzione sociale, se non quella di donne che, visti i primi segni di violenza nei propri riguardi, dovrebbero riuscire a staccarsi da questi soggetti per tempo.
Ma molte donne, come Arianna, anche dopo le prime e inequivocabili dimostrazioni di pericolosità, dopo un primo allontanamento dovuto allo spavento, si condannano da sole, tornando col proprio aguzzino, nella speranza che questi cambi con l’amore. Non sanno che, così facendo, gettano solo alcool sul fuoco, non sanno che le loro dimostrazioni di amore non fanno altro che aumentare l’aggressività di questi soggetti, per i quali non vi è cura, né redenzione.
Di solito – quando la vittima è passata a miglior vita, e viene fatta una ricostruzione forense dei fatti, come nel caso del libro qui presente – si assiste a una escalation di atti sempre più gravi, con un intensificarsi della crudeltà e della violenza, man mano che la vittima perde di lucidità e di capacità di auto determinarsi. Nel caso di Arianna, abbiamo una donna che – nel corso di molti anni di relazione – è stata abituata alle prevaricazioni, alle continue e protratte umiliazioni, agli attacchi alla sua persona fisica con atti sessuali che le hanno procurato gravi lesioni interne, crudeltà psicologica che arrivava a dimostrare la pazzia della vittima anche davanti alla Polizia che accorreva per capire cosa stesse succedendo. Grazie alle simulazioni dell’aguzzino, Arianna viene due volte ricoverata in Reparto Psichiatrico e diagnosticata come pazza, screditata, così Paolo può continuare a tradirla con altre donne, cui erode il conto in banca, con le quali sfoga le sue malsane pulsioni sessuali, con le quali manda avanti il suo predominio sul mondo femminile, il suo ideale misogino di soppressione della Donna.
Strano, usare la sessualità, che dovrebbe essere un mezzo integrato tra Anima e Corpo per esprime amore e vicinanza, capace di unirci in un viaggio terreno bellissimo irripetibile e fatto di solidarietà, unicità, al nostro partner, per dispensare morte.
Strano pervertire a tal punto i valori, da trasformare il sesso in uno strumento di sterminio.
Strano per le persone equilibrate, ma non forse per Paolo, o per Alberto Genovese. Ci sono ragioni annidate nelle biografie dei perversi e degli psicopatici, nell’ambiente in cui hanno vissuto, che dovrebbero fornire una spiegazione di questi comportamenti. La psicoanalisi ha spiegato le nevrosi con l’esistenza di traumi avvenuti durante l’infanzia. E la perversione come una fissazione alla sessualità pre-genitale. All’incapacità di elaborare l’angoscia attraverso la simbolizzazione. Ci sono storie come queste che, però, vanno oltre il disturbo da lettino analitico, e entrano a pieno titolo nelle aule di Tribunale. Cosa distingue le une e le altre? Una sottile, impalpabile linea di demarcazione, che è la Coscienza.
Si dice, infatti, che lo psicopatico non abbia coscienza.
Proviamo dolore e struggimento, alla fine della storia, per Arianna, e per tutte le donne vittime di simili atti. E per Paolo, cosa proviamo?
Dobbiamo affidarci al sentimento dell’Autrice, che lo vede allontanarsi nel parco, dopo le ultime confessioni, quelle relative ai fatti che hanno portato alla morte di Arianna, per capire che una vera pietà, per soggetti simili, è molto difficile da provare. Ci fanno più che altro pena, una pena infinita, ci procurano un dolore che è quasi un fastidio, il segno che qualcosa, nel disegno del Creatore, è andato storto.

 

Cinzia Mammoliti – Intervista a un narcisista perverso (viaggio nella mente di un sadico seriale) – Runa Editrice, 2016

 

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2 COMMENTI

  1. Genovese è il caso limite
    scrivere e commentare ciò che ha fatto è prassi comune e alza gli indici di gradimento
    ma quando il narcisista come quello descritto dalla Mammoliti è il padre dei tuoi figli la storia non interessa a nessuno. Quando trovi il coraggio di denunciare è tardi, nessuno ti crede
    La battaglia è infinita
    lui è l’uomo perfetto
    tu sei al limite del dolore perché dopo quello che hai subito devi subire l’ingiustizia della giustizia e sei costretta a vivere nel terrore che possa accadere qualcosa da cui non c’è ritorno
    Queste storie sono quelle vere che non vengono raccontate da nessuno a meno che non ci caschi il morto e ovviamente l’evento deve avvenire in un contorno dai dettagli eclatanti altrimenti non merita di finire sulle pagine di un giornale.
    Purtroppo nessuno si preoccupa di questa violenza psicologica e poi fisica che lascia segni indelebili
    nessuno si preoccupa di tutelare le vittime che proprio perché vere vittime vogliono dimenticare per non rivivere ancora il trauma
    La ferita guarisce Resta la cicatrice
    grazie

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