LA FINESTRA racconto

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LA FINESTRA racconto

LA FINESTRA racconto

Poche altre cose sono affascinanti come le finestre. Vite e destini al loro interno. Amori e odi e gioie e stanchezze. Tutte le vite di questo mondo hanno finestre attraverso le quali essere immaginate. Cammini la sera, magari una sera piovosa d’ottobre. Eccole illuminate. Come fogli di carta giallina appesi a mezz’aria nella notte. Se le tende sono leggere, se le tende non ci sono, puoi vedere librerie, quadri, lampadari, e se l’angolazione è giusta, anche sedie, poltrone e divani ben disposti. Se cammini nei quartieri di lusso, viene voglia anche a te di fare i soldi, perché la vita si vive una volta sola, ed è bello viverla nelle comodità. Te ne torni invece a casa tua. Una casa normale, comoda ma senza pretese.

Mauro la sera faceva una cena veloce, surgelata. Scaldava il piatto direttamente nel micro-onde, in modo da non sporcare, da non avere da rigovernare il lavandino eccetera. Perché il tempo è poco in una vita, e quando lavori tutto il giorno, diventa tragico voler essere anche un artista. Dopo la cena surgelata, aveva modo di scrivere i suoi racconti sino a mezzanotte. A mezzanotte in punto spegneva il computer, tutte le sere, fissava le sveglie, si dava una lavata e si buttava sotto le coperte, non prima di aver fumato l’ultima sigaretta. Il sonno lo accoglieva nel suo abbraccio quasi all’improvviso. Mauro faceva molti sogni, e la mattina si svegliava con la mente tersa e il cuore contento.

Pestava i tasti del computer sulla scrivania posta davanti alla finestra. I suoi occhi si posavano sulla strada notturna, alla ricerca di un’immagine interiore. Vedeva pochi passanti e molte macchine ferme. Vedeva la luce lattiginosa piovere dai lampioni e le bottiglie di birra nei canalini di scolo, perché poco discosto c’era un locale messicano. Vedeva l’allegria di gruppi di amici e le gioie segrete di solitarie coppiette. Vedeva tutte queste cose e a volte si sentiva solo.

La sua vita era scandita da regole cui si atteneva con la precisione di una dieta o di una ricetta medica. Tra le regole che si era dato, c’era quella di non toccare super-alcoolici prima del venerdì e dopo il sabato sera. C’era quella di non saltare il bucato del sabato mattino e l’uscita settimanale con gli amici. Ogni suo impegno trovava collocazione in una sorta di tabella ideale. Chi lo conosceva stentava a credere che fosse un artista. Ci si immagina l’artista con la testa per aria, svagato e poco concreto. Ma ci si sbaglia. L’artista, più degli altri, ha bisogno di precise tabelle di marcia per tirare avanti, perché la sua è una marcia faticosa e solitaria, e il rischio per lui è lo scoramento, lo smarrimento. La sua è e deve essere una marcia forzata. Diffidare di chi insegue l’ispirazione. L’ispirazione è un’invenzione dei ricchi, di chi ha tempo da buttare e se la può permettere. Mauro la pensava in questi termini, era un solitario, riservato, non amava il chiasso e la perdita di tempo. La sua solitudine era la conseguenza del suo anticonformismo. Facilmente le sue parole destavano sensi di colpa negli artisti ispirati, nei conformisti, e per questo anche irritazione, rifiuto, evitamento. Lui sapeva che questo faceva parte del gioco, quello strano gioco che aveva ingaggiato con la vita chiamato arte. A chi ha questo dono, questa sorta di chiamata che rende l’artista molto simile al prete, l’arte chiede in cambio tutto, ogni pensiero, ogni respiro, ogni milligrammo di energia.  Col tempo Mauro aveva perso gran parte della sua intransigenza. Aveva imparato a lasciare gli artisti ispirati nel loro brodo, ai loro festini e ricevimenti mondani, facessero la loro vita che lui faceva la sua. Credeva in se stesso, nei suoi principi, nel suo rigore, e questo lo faceva dormire ogni notte senza preoccupazioni. L’importante, la notte, è dormire. Chiudere gli occhi e addormentarsi, proprio come da bambini.

L’edificio di fronte alla sua finestra, solitamente, era buio, perché interamente occupato da uffici che, di sera, erano vuoti. Distava pochi metri, e di giorno toglieva la luce alla sua stanza. Ma poco gliene importava, dal momento che, di giorno, era sempre al lavoro. Mauro accendeva spesso lo stereo, senza timore di disturbare nessuno. L’appartamento accanto era disabitato da anni, in attesa di essere venduto. Sopra ci abitava una vecchia sorda, e sotto una prostituta che aveva abbastanza la coda di paglia, visti i ceffi che si portava in casa, da non lamentarsi per un po’ di musica. A Mauro piaceva ascoltare il rock degli anni ’60, del buon jazz e, fra gli italiani, Battisti. Andava a letto stanchissimo, ragione per cui, al mattino, in ufficio, i colleghi – vedendolo con le occhiaie – immaginavano che facesse una bella vita, piena di feste e uscite. Se non scriveva sino a tardi, leggeva un libro.

Un lunedì mattino, scendendo le scale per andare al lavoro, vide della gente salire con dei mobili. Rallentò il passo per vedere dove si fermassero. Fecero entrare i mobili nell’appartamento di fianco al suo. Con una leggera fitta al petto, Mauro disse addio alla possibilità di ascoltare musica sino a tarda ora. Per alcune sere udì battere e trapanare, udì spostamenti e scricchiolii sino alle dieci. I vicini, dunque, avevano intenzioni serie. Seduto davanti al computer, poteva osservare i lavori dell’appartamento accanto, riflessi sulla finestra buia dell’ufficio di fronte. Una giovane donna, sempre in abiti neri attillati, dava ordini a due uomini, che le fissavano scaffali, le appendevano quadri, le disponevano i mobili. Vedeva le figure entrare e uscire dal riquadro della finestra di fronte, che agiva da specchio. Pensò che, a quella stregua, anche lui doveva essere visibile su quella finestra dai suoi nuovi vicini. Non seppe se sentirsi o meno imbarazzato. I lavori, finalmente, finirono. Era rincasato molto tardi, una sera, avendo fatto gli straordinari. Sul pianerottolo s’incontrò con la sua vicina. Stavano entrambi infilando la chiave nella propria porta, quando si scorsero a vicenda e si diedero un compito “buona sera”.

Erano passate alcune settimane da quando era venuta ad abitare lì, e quello era stato uno di quegli incontri sulle scale del tutto fortuiti, misteriosi, dove il mistero è la legge stessa del caso che governa le nostre solitarie e moderne esistenze. Dal modo in cui vestiva la sua vicina, c’era da pensare fosse una manager, una del terziario avanzato. Le squillò il cellulare sulla porta di casa, rispose, scomparve, come inghiottita, nel suo appartamento. Era una donna detestabilmente sexy, senza che lasciasse adito ad alcuna possibilità d’approccio. Aveva le sue amicizie, dalle voci delle persone che Mauro sentiva salire le scale, a gruppi di due o tre, risate e poi, nell’appartamento a fianco, musica soffusa e una lieve baraonda sino a mezzanotte. Aveva l’aria di quella che, nel giro di un paio d’anni, se ne sarebbe andata, dopo aver vissuto in quello che era un appartamento ammobiliato. Avrebbe cambiato città, amicizie, tutto per lei doveva essere moderno, funzionale al proprio lavoro, alla propria arrampicata sociale e, per questo motivo, intercambiabile.

Vedeva spesso la sua vicina, riflessa sulla finestra di fronte, intenta a leggere un libro, seduta su una poltrona. In quei momenti, Mauro cercava di concentrarsi sulla tastiera, finché una sera non decise di tirare la tenda. Di tanto in tanto la sua vicina riceveva degli uomini. A volte si sentivano le urla di un litigio, e il fragore di oggetti infranti. Mauro decideva allora di scostare la tenda quel tanto da poter sbirciare senza essere visto. Ma i litigi si svolgevano fuori dal suo campo visivo. C’erano volte che quei litigi continuavano sino a tardi. E poi c’era il citofono, che suonava anche a notte fonda. Salivano e scendevano uomini e donne, a tutte le ore. Senza farsi notare, spegnendo la luce, una sera Mauro vide alcune persone, riflesse nella finestra, intente a respirare col naso della polvere bianca. Al mattino accadeva che Mauro e la sua vicina scendessero le scale assieme. Lei ostentava un’espressione sicura, quasi di sfida, ben sapendo di disturbare tutte le notti coi suoi litigi e festini. Vestiva di nero aderente, e reggeva una elegante cartella di cuoio.

Come tutte le sere Mauro era al suo computer, quando squillò il telefono.

Ciao bello> sentì all’altro capo del filo.

«Apri la tenda, so che sei lì a scrivere» proseguì la voce.

«Chi parla?» chiese Mauro in cuor suo un po’ allarmato.

«Sono la tua vicina di casa, bello mio. Apri la tenda, su…»

Aveva la voce impastata, forse dall’alcool. Mauro, più che altro per scrupolo, si portò la cornetta vicino alla finestra, e scostò la tenda. Vide, riflessa sulla finestra di fronte, impalata in mezzo alla stanza, la sua vicina che reggeva un cellulare, dal quale gli parlava.

«Ciao – gli disse – finalmente ti fai vedere.»

«Piacere» disse Mauro lì per lì, non sapendo cos’altro dire.

«Vuoi divertirti? Vuoi che mi spogli?»

«Beh, ehm…»

«Sì che lo vuoi…»

Mauro non badava più al suo computer. Seguiva ormai lo spogliarello passo passo, con la voce di lei che intanto gli parlava dal cellulare.

«Ti piaccio?»

«-»

«Su, dai, dimmi qualcosa…» Emise un gemito prolungato.

La donna si stese per terra, sul tappeto, e iniziò a massaggiarsi. Mauro non credeva ai propri occhi.

«Ciao, ti sono piaciuta?» chiese la donna, in piedi, visibilmente esausta, barcollando, da ubriaca.

«-»

«A domani, mi raccomando.»

Non seppe se avesse sognato oppure no. Per tutto il giorno, in ufficio, l’indomani, Mauro fu taciturno e un po’ scontroso.

Attese per diverse sere la fatidica telefonata. Di tanto in tanto scostava la tenda. La finestra di fronte rifletteva solo il buio che regnava nell’appartamento della vicina. Era forse partita?

Le sue serate davanti al computer divennero inquiete. Si chiedeva perché quella donna si fosse abbandonata a un gesto simile. Non la sentiva più. Dall’appartamento di fianco non giungeva più alcun rumore. Cominciò a chiedersi il significato della propria vita, di tutti i momenti che aveva passato e continuava a passare da solo a scrivere. Era forse vita quella? Il gesto della sua vicina, chissà perché, aveva attivato in lui una sorta di amaro bilancio dei suoi giorni.

Una sera rincasò verso le dieci. Non aveva voglia di cucinare la solita cena surgelata, allora andò dal cinese sotto casa, e ordinò qualcosa da asportare. Aspettava davanti al banco che gli consegnassero il sacchetto con un involtino primavera, una porzione di spaghetti di soia piccanti e una di maiale in agrodolce, quando, nella sala semivuota, seduta sola a un tavolo, intravide la sua vicina. I loro sguardi s’incrociarono per un istante, ma lei non parve riconoscerlo. Aveva sugli occhi come una patina opaca, un velo che la rendeva distante da tutto e da tutti. Il cameriere andò a ritirare la bottiglia vuota, posandone una appena stappata sul tavolo. Allora la donna, con un gesto scomposto, si versò nuovamente da bere, e portò il bicchiere alle labbra quasi senza decenza. Poi appoggiò la testa alla mano destra, mascherandosi lo sguardo, gli occhi senza più lacrime, rivolti alla tovaglia.

«Plego, la sua cena è plonta», lo riscosse il cinese davanti alla cassa, reggendo il sacchettino bianco di carta, chiazzato di unto.

Scendendo le scale, il mattino seguente, Mauro vide dei lettighieri salirgli incontro. Pensò fosse morta la vecchia sorda del piano di sopra. Invece gli infermieri si bloccarono sul suo pianerottolo. Mauro si immobilizzò sui gradini, incapace di proseguire nella discesa. I lettighieri scomparvero qualche minuto nell’appartamento della sua vicina. Poi ne uscirono, con un corpo disteso sulla barella. Sulla soglia comparve un uomo vestito di nero, attillato, che prese a parlare al cellulare. LA FINESTRA racconto

2000

Dipinto di Edward Hopper

©, 2020

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