QUESTIONE DI ADIPE

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QUESTIONE DI ADIPE

 

A scaldarle, certe minestre, a meno che non siano ribollita, non ci si cava nulla di buono. In quegli anni, a proposito di ribollite varie, Federico s’era fatto l’abitudine di andare in trattoria più di quanto il suo metabolismo pressoché rallentato non gli consentisse. Trattoria toscana. I chili s’erano aggiunti ai chili, e ora, a trentadue anni, Federico aveva una pancia degna d’un ragioniere di cinquanta. Roba che i vestiti riuscivano ancora a nascondere in parte. Altro paio di maniche era trovarsi nudo con una donna. Non si spogliava più, al cospetto di Tamara, da una decina di chili in meno.

Le aveva già infilato la lingua nella figa. Le aveva già strapazzato la clitoride con le dita, le aveva succhiato le grandi e piccole labbra con energica dovizia. Che lei esclamò, innervosita, divincolandosi: «Mi pizzica tutta la schiena! Ci devono essere delle bestie su questa coperta!» Era solo l’ouverture. Serrò le cosce, si sedette scostata da lui dall’altra parte del letto. Proruppe in un: «Accidenti, ma non ha senso!»

«Cosa non ha senso?»

«Non ha senso quello che stiamo facendo.»

Prima mazzata. Non era che l’inizio.

Incredulo, capendo che marcava male, Federico attraversò i due metri del suo monolocale e raggiunse la bottiglia di Nebiolo posata sul frigo. Se ne versò un bicchiere. Era lì col bicchiere in mano, e il cazzo che andava smosciandosi irrimediabilmente. Si sentiva, come dire, più che mai inutile.

«Cosa vuoi dire con “quello che stiamo facendo”?»

«Sesso, non stiamo mica facendo sesso?»

«Effettivamente…»

«Allora, ti sembra normale?»

Gli s’era ammosciato con la stessa velocità con cui gli s’era indurito. Certi discorsi gli davano alla testa come l’insetticida se fosse stato una zanzara.

«Cosa ti prende?»

«E tu mi chiedi cosa mi prende? Ma non capisci?»

«Capisco che ti stavi facendo leccare la figa, e ti sei bloccata.»

«Non sei cambiato, me ne rendo conto.»

«Non t’ho obbligata a cavarti i calzoni e le mutande, questa sera. Non t’ho mai obbligata, neppure due anni fa.»

«No, scusami, sono io che… non ci sono con la testa… non sono più presa da te, non sono più coinvolta.»

«In verità non mi sembravi coinvolta nemmeno due anni fa.»

«Invece lo ero. E tu?»

«Io no, mi sono innamorato lentamente di te, ma quando te l’ho fatto capire tu mi hai piantato.»

«Non è vero, sei stato tu a farmi una telefonata orribile.»

«Errore, fosti tu a dirmi vere cattiverie quella volta al telefono.»

«Perché non ti sei più fatto vivo?»

«Per essere trattato a pescinfaccia?»

Era bellissima, come sempre, una gatta, gonfia, flessuosa nei fianchi.

«Sei sempre bellissima.»

«Uhf… non so perché ma… scusami…»

«A cosa pensi?»

«A noi due. Il tempo passa. Me ne sono resa conto ora.»

Ormai l’eccitazione gli era defluita dai corpi cavernosi, i coglioni gli s’erano sgonfiati come palloncini, s’era ammosciato tutto fin nel cervello.

«In cosa ho sbagliato?»

«Non sei tu, sono io… Vorrei un uomo che mi coinvolgesse. Vorrei costruire qualcosa di duraturo, un matrimonio, dei figli… Non che tu non sia una persona seria, io ti ammiro… ma…»

Non affliggerti, si diceva, in fondo ti sta solo dicendo che potrete restare amici. Non affliggerti, d’ora in poi ti verrà a raccontare tutte le sue disfatte amorose, incontrerà uomini che la coinvolgeranno e la fregheranno, che le daranno delle pie illusioni costruttivistiche, insomma, lasciala andare, che te ne frega, vada incontro al suo destino, deve provare anche lei quale razza d’uomini ci sono in giro per poterti apprezzare. Ti telefonerà nel pieno della notte per dirti quanto ti è amica, mentre altri uomini le infileranno l’indice nel buco del culo, cosa che le piace tanto. Non prendertela.

Forse, però, la verità è che non ha il coraggio di dirti che sei ingrassato, che sei diventato flaccido. Non poteva accorgersene sino in fondo vedendoti vestito. Devi fare palestra, piscina, ridurre le serate in trattoria, eliminare il vino e i cicchetti, devi riformare la tua vita se non vuoi ridurti a usare il cazzo solo per pisciare. Non affliggerti per questo, prendilo come un segnale d’avvertimento. Siile grato per questo, in fondo ti vuole essere amica e ti ha anche messo in guardia.

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«Tu sei sempre una persona importante per me, ma non ha senso continuare… ci tengo a frequentarti, sono legata a te, perché un tempo sono stata coinvolta, ma ora…»

Era lì nuda sul letto, ma ormai tutta quella carne era diventata intoccabile, irraggiungibile, non chiedeva più il contatto del suo corpo, delle sue mani, delle sue labbra, era carne amica, solo amica, carne asessuata.

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«Dai, non pensarci, non devi giustificarti.»

«No… non mi sto giustificando…»

«No?»

«No.»

«Strano però, sei lì nuda…»

«Infatti sono un po’ imbarazzata.»

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Cazzo, questo non doveva dirlo, ora lo faceva pure sentire un guardone. No, questo è troppo. E sì che aveva ancora il sapore acidulo della figa sulle labbra, in parte mescolato a quello del vino. Anche lui era ancora nudo, con la pancia flaccida che pendeva insieme all’arnese ormai inutile.

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«Tu però hai sempre il tuo fascino» disse lei, e Federico ritenne di non doverle credere.

«Dici sul serio?»

«Sì, sei sempre un tipo affascinante.»

Gli sorrideva, da gatta, un sorriso enigmatico.

«Bah, con sta pancia qui…»

«Sì, sei un po’ ingrassato.»

Ora che te lo sei anche fatto dire sei contento, ora andrai in depressione, caro?

«Devo andare in piscina.»

«Eh, direi proprio di sì.»

«Ah, sì?»

«Sì.»

E’ questa dunque la verità. Sei grasso.

1999

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