LUCAS CONLEY SINDROME OSSESSIVA DA BRAND

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SINDROME OSSESSIVA DA BRAND

LUCAS CONLEY SINDROME OSSESSIVA DA BRAND

Brand, ovvero marchio, firma, logo. In esso si riassume – o dovrebbe riassumersi – l’essenza di un prodotto. O di un’azienda. Di qualsiasi “entità” presente sul mercato. Parlo di “entità”, perché – leggendo questo libro – scopro che il branding è una filosofia. Ovvero una ricerca di identità e successo – commerciali – che investe non solo i prodotti come ad esempio i cereali o i detersivi, ma anche le città, le regioni geografiche come gli Stati, il “benessere”, il “relax”.

Tramontata un’epoca

Tramontata l’epoca in cui le aziende investivano interi capitali nell’ufficio di Ricerca e Sviluppo (R & S), ufficio interno all’azienda volto a migliorare le prestazioni di un determinato prodotto, è iniziata l’era del Branding, ovvero: se un lubrificante per auto non vende, non stiamo a spendere tempo e denaro in R & S, a noi non importa migliorare il prodotto, ci basta solo cambiare la maniera in cui esso verrà percepito dal mercato, magari intervenendo sulla grafica della confezione, sul logo, su un nuovo slogan. Non cambiamo la sostanza, ma l’immagine. Ciò ci permette di lavorare sulla presa emotiva del prodotto, e non sulla sua reale qualità intrinseca (il che ci verrebbe a costare molto di più). Inoltre, la concorrenza è talmente serrata e spietata, che anche il miglior prodotto, sotto il profilo intrinseco, rischia – oggi – di venir battuto dal prodotto con la migliore confezione.

 

Andare al risparmio

Tristi i tempi per chi, come noi, si aggira fra i bancali della grande distribuzione, per fare tutti i giorni la spesa nella speranza di portare a casa qualcosa di buono. Forse, la cosa migliore è andare sul risparmio, orientarsi su quei prodotti che portano il marchio del punto vendita che li distribuisce: solitamente sono una filiazione di marche più famose, che – risparmiando sul Branding e sul design dell’immagine – possono essere messi in vendita a un prezzo notevolmente inferiore.

Ma allora, cosa compriamo, quando andiamo al supermercato? Dei buoni prodotti, o dei buoni marchi? Difficile rispondere. Il mercato si è ormai irrimediabilmente evoluto verso lo studio di processi di immagine e presa psicologica, all’interno dei quali la ricerca della qualità di ciò che il cliente consuma è la minore delle preoccupazioni di chi si occupa di Branding. Che sia una truffa globalizzata e legalizzata? Poco ci manca.

 

Ecco un esempio preso da questo interessante Volume:

Cincinnati è la capitale mondiale del Branding, in quanto in questa città si riuniscono le più grandi agenzie del settore. Cincinnati, dunque, è la capitale mondiale, per così dire, dell’immagine. Cincinnati gode di un’immagine di ordine e decoro. Ma nel 2001 succede una cosa disdicevole: Cincinnati viene scossa alla radice da una violenta insurrezione razziale: “Una città orgogliosa di se stessa per la legge e l’ordine era (diventata – n.d.r.) il simbolo del caos”. Il che produsse un notevole deterioramento dell’immagine della città, e un conseguente calo turistico.

 

L’Amministrazione di Cincinnati, a questo punto, si è rivolta a una grande agenzia di Branding, la Procter & Gamble, per rilanciare l’immagine turistica della città. L’intervento “pubblicitario” ha funzionato, e buona pace se – ciò malgrado – il tasso di criminalità a Cincinnati sia – in realtà – aumentato a dismisura: secondo le analisi dell’FBI Cincinnati è passata dal 107° al 16° posto nella graduatoria delle città americane più pericolose. Tuttavia, Thomas Streitcher Jr. – capo della polizia – a proposito del tasso di criminalità a Cincinnati nell’ottobre 2007, afferma: “in realtà non abbiamo nessuna questione criminalità”. LUCAS CONLEY SINDROME OSSESSIVA DA BRAND

©, 2008

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