I Tempi Necessitano – la New Age e l’apertura verso il sentimento hanno indebolito l’intreccio narrativo

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I Tempi Necessitano – la New Age e l’apertura verso il sentimento hanno indebolito l’intreccio narrativo

 

I Nostri sono tempi di apertura. In un certo senso, la New Age, iniziata con la Profezia di Celestino, ma ancora prima, col film Hair e la canzone Aquarius, ma – se vogliamo – ancora prima con Biplano e Il Gabbiano Jonathan Livingston di Richard Bach, la New Age, dicevo, impone l’apertura. L’Apertura? Sì, verso uno sgorgare del sentimento puro, scevro di ostacoli.

James Redfield – La profezia di Celestino

 

Alcuni dei Mostri degli Anni’20, come Francis Scott Fitzgerald e Dorothy Parker, erano forse troppo animati da una eccentrica rincorsa verso il tecnicismo letterario, da renderli meno votati a una descrizione del sentimento puro, immediato, come invece seppero fare Ernest Hemingway, John Steinbeck e William Faulkner. Oggi tale tecnicismo non esiste più, e pochi scrittori sanno usare l’arte dell’intreccio.

 

Non sto però dicendo che in Fitzgerald non vi fosse sentimento: esso era custodito, gelosamente, tra le righe, come la perla nell’ostrica, la Perla, ovvero, il FULCRO, il MOTORE DRAMMATICO DELLA STORIA, era gelosamente e cripticamente avvolto da un fitto roveto di spine e parole, da proteggerlo dall’assalto degli incolti. Non, questo, si poteva dire di Hemingway, e nemmeno di John Steinbeck, ma Steinbeck, la sua California di diseredati e cercatori d’oro, di contadini e pescatori, così APERTA e lontana da INTRECCI INTELLETTUALISTICI, la sua Valle dell’Eden, fu anticipatrice della New Age.

 

Francis Scott Fitzgerald

 

Era la California di Woody Guthrie poi resa celebre da Bob Dylan, così come in romanzi esistenzialistici come Uomini e Topi, una California lontana dal Jazz chiassoso, dai casinò affollati di Baltimora e della East Coast, terreno in cui l’INTRECCIO, caro a Fitzgerald, scrittore più europeo che non di Frontiera, poteva attecchire maggiormente, in quanto vi era il sostrato sociale, l’incessante corsa al soldo di Wall Street, che l’Ovest mai conobbe, se non molto tardi. Intreccio, soldi, pettegolezzo, fitta vita sociale, a Est. Desolazione, povertà, a Ovest. E’ a Ovest, con scrittori come Steinbeck, solo a Ovest, che potevano gettarsi i primi germi della New Age.

 

John Steinbeck – Vicolo Cannery
Napa Valley
John Steinbeck – Pian della Tortilla – traduzione di Elio Vittorini

 

Negli Anni’80, quando andavo all’Università in Via Festa del Perdono, non vi era studente che, aspirando a divenire scrittore, non avesse a cuore la letteratura americana. Molti di Noi si rifacevano a quella, oltre che agli esistenzialisti francesi, e spesso citavano Pian della Tortilla e Vicolo Cannery, dei veri Cult della mia generazione.

Prendo qui ad esempio un passo di Wikipedia, che esemplifica molto bene cosa più sopra intendessi dire, quando dicevo che Steinbeck fu un precursore della New Age:

Pian della Tortilla è il primo romanzo di successo dello scrittore John Steinbeck. Scritto nel 1935, tratta in modo comico e surreale della vita di un gruppo di paisanos. Le storie che sono raccontate hanno come comune denominatore la vita di queste persone alla perenne ricerca di qualche soldo per un goccio di vino.

Il tenore del romanzo si capisce sin dall’inizio, quando l’autore paragona la casa di Danny alla Tavola Rotonda e i suoi amici ai Cavalieri, nominando Re Artù, Orlando e Robin Hood. Il gruppo di amici ha una visione della vita differente da quella dominante: per loro la prigione è un buon posto dove smaltire sbornie, incontrare amici, rilassarsi e mangiare regolarmente. Una proprietà immobiliare e la ricerca della ricchezza, invece, possono diventare un peso che fa perdere di vista le cose importanti come l’amicizia, l’allegria e la condivisione. Molto meglio, a volte, vivere con dei cani in un pollaio oppure dormire nei boschi dove capita senza affannarsi e arrangiandosi qua e là, magari con qualche furtarello o piccoli imbrogli per procurarsi un po’ di vino. (Wikipedia)

Knut Hamsun, scrittore norvegese insignito – come pure Steinbeck – del Nobel, scrisse nel 1906 Sotto la Stella d’Autunno, sorta di riedizione di Diario di un perdigiorno di Joseph F. von Eichendorff (1826). In entrambi i romanzi – tardo romantico il primo, romantico il secondo – vi è un sentimento assoluto del rapporto dell’Uomo con la Natura, secondo un vivere alla giornata senza accumulo di ricchezze né impegni materiali di sorta. Questa visione antimoderna fu per Hamsun causa di quello che fu forse un abbaglio, l’adesione al Nazismo. Leggiamo qui un passo esemplificativo:

Oramai quasi novantenne, Knut Hamsun fu costretto a girare tra manicomi e ospizi, sottoposto ad atroci soprusi da parte di carcerieri che non nutrivano soggezione alcuna per uno scrittore che pure nel 1929 era stato insignito del premio Nobel per la letteratura. Il romanzo che lo aveva reso famoso, Pan, era del 1894, Fame del 1900, lo stesso anno dell’Interpretazione dei sogni di Sigmund Freud. Thomas Mann, Bertolt Brecht e Gottfried Benn riconoscevano nei suoi romanzi una delle vette della narrativa europea. Ma dopo il 1945 questo gigante della cultura norvegese ed europea venne «umiliato in modi anche gratuiti», come ha scritto Filippo La Porta. Privato della lettura di libri e giornali, escluso dal prestito della biblioteca dell’ospizio (ed era pure quasi cieco), divenne vittima di «incredibili perizie psichiatriche» e, è ancora La Porta che scrive, fu «costretto a pescare la corrispondenza nel lago di minestra e caffé che si formava nel suo vassoio».

Come mai questo trattamento crudele per uno scrittore tanto prestigioso? Perché si era infatuato così spudoratamente del nazismo da fare omaggio a Goebbels della sua medaglia del Nobel. Perché aveva vergato un servile panegirico all’Hitler trionfante. Perché aveva «tradito la Patria norvegese», accodandosi al governo fantoccio filonazista di Quisling. Perché aveva frequentato il Male assoluto. Perché aveva radicalizzato così furiosamente la sua protesta contro la modernità, la città, l’industria senz’anima che schiaccia gli individui, e aveva così idealizzato un culto per la Natura incontaminata e «autentica», da vedere nel nazismo e nel suo Führer il compimento di un eroico destino. Perciò doveva essere punito (…).

Pierluigi Battista

Si capisce che vi è come un filo rosso che unisce queste Opere, da Eichendorff a Steinbeck, passando, purtroppo, dal Nazismo. Ma non è questa la sede per analizzare come il Romanticismo abbia portato al Nazismo, e di come il Nazismo potesse avere analogie con lo spirito pre-hippy di Steinbeck – ma le aveva.

 

 

Vi sarebbero altri romanzi di Steinbeck da analizzare, La Perla, La Santa Rossa, Al Dio Sconosciuto, tutti pervasi di un sentimento misticheggiante dove la Natura è protagonista, e l’Uomo non può che abitarla in Rispetto e assoluta Povertà, e questa è proprio New Age ante litteram, animismo paganeggiante, che – per paradosso, in quanto Steinbeck fu animato da un profondo spirito democratico – può portare verso il paganesimo nordico, germanico, hitleriano.

 

John Steinbeck

 

Nel titolo di questo scritto, è anche contenuto il significato a cui vorrei giungere, da cui, brevemente, mi sono allontanato.

Fitzgerald è un figlio della modernità, potremmo anche dire della tecnocrazia, della razionalità dei Lumi, e ne subì, ne scontò i mali. Fitzgerald è figlio degli intrighi e degli intrecci del ‘700, e solo nipote del Romanticismo – aperto, lineare, privo di intreccio, padre magari di Hemingway, di Steinbeck, di Faulkner.

La frenesia dei suoi racconti, la calca sociale che pervade i suoi romanzi, l’ansia di successo e di spregiudicatezza dei suoi personaggi, non potevano attecchire nelle desolate terre a Ovest, le terre mistiche di Steinbeck, ma solo a Est, dove vi era l’economia, l’industria, e quindi anche la corruzione, la malavita, ogni tipo di eccesso.

Siamo nel 2020. Abbiamo alle spalle, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, almeno 70 anni di ascesa economica, di crescita morale di una libertà spregiudicata nella quale l’individualismo ha vinto su ogni altra forma di spirito comunitario e solidale, con una vittoria assoluta del Capitale e della corruzione, abbiamo assistito a una Contestazione, nel ’68, e a una Lotta, nel ’78, che hanno avuto il solo effetto di produrre il deragliamento negli edonistici Anni’80, nei quali i Politici (Socialisti) hanno avallato e ratificato le istanze sessantottine sottraendole alla loro natura eversiva, e rendendole bene accette dalla Massa politically correct, cogliendone il lato libertario, e non quello rivoluzionario. Eppure, siamo da altrettanto tempo immersi nella New Age, nel misticismo hippy di Steinbeck, e siamo molto, sempre più lontani dai magistrali intrecci che sapeva scrivere Fitzgerald.

Credo altresì che il mondo letterario dovrebbe riscoprire il gusto e l’arte dell’intreccio. Leggo attualmente i romanzi di Valeria Parrella, di Simona Sparaco, e cito solo due fra le Autrici più note al pubblico, senza citare Alessandro Baricco o la Simona Vinci, e trovo delle storie scritte molto diligentemente, ma che hanno ben poco di letterario, se non, nel caso di Baricco e della Vinci, il linguaggio. Alle altre due manca pure il linguaggio, e le loro storie sono prive di prospettiva e piani narrativi. In queste Opere si è perso il gusto prospettico, e in certo qual senso potrebbero essere ricondotte a quella scrittura di Frontiera che era di Steinbeck, ma di quest’ultimo non hanno il contatto con la Natura – che per forza di cose non possono avere – né il contatto coi sentimenti vissuti in maniera esistenziale, in maniera, come direbbe Jean Paul Sartre, problematica, ma sono vissuti in un disagio interiore auto-riferito, ombelicale, che non ha prospettiva sociale, o di condivisione all’esterno, esistenziale (Sartre), in cui l’impegno sociale è solo di facciata, una formula scritta, uno slogan, una cosa dichiarata, ma non vissuta. Più un’aspirazione, lecita ed encomiabile, che un fatto.

Cosa dobbiamo recuperare di quei frenetici Anni ’20 e di Fitzgerald? Tutto. Proprio Tutto, e al tempo stesso, Niente, proprio Niente. Tutto e Niente.

Tutto: dobbiamo recuperare il suo spirito agguerrito nell’intrecciare storie avvincenti, nel raccontare gli estremismi dell’animo umano nella lotta sociale di tutti i giorni. Per questo dobbiamo riscoprire l’intreccio, perché se vogliamo raccontare la vita, la Vita è fatta di storie intrecciate e intricate, dai risvolti inaspettati. E non possiamo raccontare questa Nostra Società, tecnocratica, arrivista, corrotta, ansiosa e competitiva, con la bella prosa aperta, lineare, sentimentale di Steinbeck.

Niente: ma Noi non amiamo quel mondo, non condividiamo quei valori, e al tempo stesso, la Critica Sociale la possiamo continuare a mettere nei Nostri scritti, non tanto come afflato personale, ma come Intreccio. Poco deve interessare al pubblico se Noi come scrittori siamo impegnati socialmente, siamo di Sinistra o di Destra, se facciamo volontariato e se amiamo i migranti. Questi sono fatti Nostri, che non devono entrare nelle Nostre storie per imprimere loro sdegno e critica sociale, o per farci della Promozione e Marketing. La Critica Sociale esse la debbono contenere indipendentemente dalla Nostra Biografia, ed essa la conterranno nell’Intreccio stesso.

Nelle Nostre città non c’è né Natura né sentimento, la scrittura dovrebbe riscoprire quel sano CINISMO stilistico come vettore di SENTIMENTI custoditi gelosamente come PERLE.

©, 2020

 

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