Coronavirus come la Guerra, la fragilità dell’Uomo di fronte all’Eterno secondo Julius Evola (ndr)

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Dresda

Coronavirus come la Guerra, la fragilità dell’Uomo di fronte all’Eterno secondo Julius Evola (ndr)

 

Liberazioni

DI JULIUS EVOLA · PUBBLICATO 10 MARZO 2020 · AGGIORNATO 10 MARZO 2020

 

È massima dell’antica saggezza, che le cose e le vicende non contano mai quanto l’attitudine che dinanzi ad esse si assume, e il significato, quindi, che ad esse si attribuisce. In un senso analogo lo stesso cristianesimo, generalizzando, ha potuto parlare della vita come una “prova” ed ha potuto far suo il motto: vita est militia super terram.

 

Nei periodi calmi ed ordinati della storia, questa sapienza è accessibile solo a pochi eletti, perché troppe sono le occasioni per abbandonarsi ed adagiarsi, per considerare importante l’effimero, per dimenticare l’instabilità e la contingenza di ciò che è irrimediabilmente tale per natura. È su tale base che si organizza quel che nel senso più vasto si può denominare la mentalità e la vita borghese: ò la vita che non conosce più né altezze né abissi e si sviluppa in interessi, affetti, desideri, passioni che, per importanti che possano pur essere dal punto di vista semplicemente terrestre, divengono cose piccole e relative da quel punto di vista superindividuale e spirituale, che sempre dovrebbe valere come riferimento ad ogni esistenza umana degna di tale nome.

 

Ora, i periodi tragici e sconvolti della storia possono far sì che, per la forza stessa delle cose, un maggior numero di persone sia condotto verso un risveglio, verso una liberazione. E, in fondo, è essenzialmente da ciò che si misura la vitalità più profonda di una stirpe, la sua virilità e la sua indomabilità in senso superiore. E anche oggi, in Italia, su quel fronte, che ormai non conosce più distinzioni fra combattenti e non combattenti, presso tante tragiche congiunture, lo sguardo dovrebbe adusarsi a volgersi in questo senso, assai più spesso di quel che comunemente accada.

 

Da un giorno all’altro, anzi da un’ora all’altra, per un bombardamento, si può perdere la propria casa, quel che più si amava e a cui più si era attaccati, lo stesso oggetto degli affetti più spontanei. L’esistenza umana diviene relativa – è un sentimento tragico e crudele, questo, ma può anche essere principio di una catarsi, la via per presentire ciò che solo, nulla potrà mai intaccare, nulla potrà mai distruggere. Devesi riconoscere che, per un insieme complesso di cause, nell’Occidente moderno si è tenacemente irradiata la superstizione per il valore della vita puramente umana, individuale e terrena, superstizione che in altre civiltà era ed è quasi sconosciuta. Il fatto che nominalmente l’Occidente professi il cristianesimo, nel riguardo, ha avuto un’influenza minima: tutta la dottrina della sovrannaturalità dell’anima e della sopravvivenza ultraterrena non ha intaccato in modo sensibile quella superstizione, non ha fatto sì che, nella sensibilità di un numero sufficiente di esseri, l’evidenza di ciò che non ha avuto inizio con la nascita e che non può finire con la morte sia andata ad agire praticamente nella vita quotidiana, sentimentale e biologica. Ci si è invece aggrappati convulsivamente a quel troncone, che è il breve tratto di questa esistenza di individui, facendo di tutto per ignorare che una tale presa non ha maggiore saldezza di quella di un ciuffo d’erba afferrato, per salvarsi, da chi sia trasportato da una corrente selvaggia.

 

Ora, proprio perché risorga questa evidenza, non come qualcosa di cerebrale o di “devozionale”, bensì come un fatto vivente e un sentimento liberatore, tutto ciò che oggi è tragico e distruttivo può avere, almeno nei migliori, un valore suscitatore. Non si tratta di insensibilità e di male inteso stoicismo. Tutt’al contrario: si tratta di conoscere e di alimentare un senso di distacco di fronte a sé, alle cose e alle persone, che dovrebbe infondere una calma, una impareggiabile sicurezza e perfino, come si accennava, un’indomabilità. È come un semplificarsi, uno spogliarsi, nella disposizioni di un attendere, con animo fermo, tutto, sentendo in pari tempo qualcosa che va di là da tutto. E da questa disposizione sarà altresì data la forza di poter sempre di nuovo ricominciare, come dal nulla, con animo nuovo e fresco, dimenticando quel che è stato o che è andato perduto, avendo sguardo solo per ciò che di positivo e di creativo si può ancora fare.

 

Una distruzione radicale del “borghese” che esiste in ogni uomo è possibile in questi tempi sconvolti più che in qualsiasi altro. In questi tempi l’uomo può ritrovare se stesso, può mettersi davvero di fronte a se stesso, adusarsi a guardar tutto secondo lo sguardo dell’altra sponda, sì da rendere di nuovo importante ed essenziale ciò che tale dovrebbe sempre essere in un’esistenza normale: il rapporto fra vita e “più che vita”, fra l’umano e l’eterno, fra il caduco e l’incorruttibile. E trovare le vie a che, fuori di ogni enfasi e da ogni orpello, questi valori vengano vissuti positivamente e si traducano in pura forza nel maggior numero di persone possibile in queste ore di prova, questo è indubbiamente uno dei compiti principali dell’élite politico spirituale della nostra nazione.

 

* * *

 

Tratto da La Stampa del 3 novembre 1943 – XXII.

 

si ringrazia Centro Studi la Runa per questo importante contributo

 

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