Dopo l’Inferno, un sorriso – racconto

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Dopo l’Inferno, un sorriso – racconto

 

Prima, l’arroganza e l’ambizione sfrenate, una maschera di successo che una persona si porta addosso per auto affermazione, sempre e in tutte le circostanze, parlano ad alta voce, strillano nel proprio cellulare la rabbiosa richiesta di ascolto, la rantolante e spasmodica pretesa di esserci. Li vedi, le vedi al bar, in quelle loro inscenate modalità, senza che si curino del prossimo, ci sono solo loro, sulla terra non c’è spazio che per loro, tutto pretendono ma spesso nulla ottengono, ma continuano a pretendere, in una ossessiva e reiterata disputa col Mondo, non ascoltano che la eco della propria voce invasata, credono che ciò li, e le possa portare lontano, fra le braccia di un agognato, sperato, ritenuto meritato, successo. Ma la loro è solo una pretesa accampata senza alcuna ragione, e senza alcun merito, chi pretende e non chiede permesso, di solito non ha meriti su questa terra, e la Vita li punisce col silenzio. Silenzio dall’altra parte del telefono, il più delle volte le persone troncano ogni rapporto con questi individui sfrenatamente presuntuosi e pretenziosi. Il loro destino è la solitudine, e poi il malessere.

Ho rivisto oggi una ragazza che apparteneva a questa tipologia di persone. Non la vedevo circolare in zona da alcuni mesi.

Dopo essere scomparsa, è riemersa come mutata. Sul suo volto c’erano i segni di un grosso dolore attraversato, che aveva lasciato i segni di una marea che si era ritirata, e si era portata via la supponenza, l’arroganza, l’isterismo, lasciando a vista una spiaggia deserta e piena di detriti dispersi. Il dolore aveva ammorbidito le sue fattezze, la sua voce si era fatta pacata e disponibile, dopo aver attraversato il suo Inferno, questa ragazza finalmente si rendeva conto della presenza delle altre persone, dava loro retta, si interessava dei loro problemi, era diventata empatica, umana. La psicosi era stampata sul suo viso coi segni di una assunzione pesante di farmaci, che le rendeva fisso lo sguardo e disperato, incredulo, il sorriso, quasi ebete e spaesato, dopo la sicumera degli anni passati. Per la prima volta la salutai con la scusa che i nostri cani stavano facendo conoscenza, la mia Pepe scodinzolava al suo cagnetto, la ragazza mi sorrise disponibile, una disponibilità che stava iniziando a sperimentare dopo essere uscita dall’Inferno del proprio individualismo.

 

©, 2020

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