Ricordo del Pizzo Coca

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Pizzo Coca - Cresta Est

Ricordo del Pizzo Coca

 

Settembre è il mese di un ricordo di dieci anni fa, un ricordo di valli bergamasche tinte dai colori dell’autunno. Ancora una volta mi ritrovo a parlare di montagne, e di settori a Nord di Milano, è così per me, il Nord è un grande richiamo, come pure l’Est delle mie lontane origini forse balcaniche. Si passava a Nord anche in altre escursioni limitrofe alla città… Il Mercatino di Bollate nelle fredde albe autunnali, la pioggia cadeva sui teloni delle bancarelle, e l’amicizia che mi univa a Roberto era questa sensazione giovane, incosciente, di avere davanti tutta la vita, una vita di letture e di viaggi che cominciavano spesso sulle bancarelle, meta dei nostri sabati mattina. Si passava da Roserio, dove la città finiva, luogo di memorie letterarie della mia maturità, Giovanni Testori aveva celebrato in pagine memorabili questo settore cittadino, e lo avrei scoperto molti, ma molti anni dopo. Il suo poema su Maria ricordo di averlo comprato a Bollate in una di quelle lontane mattine di Ottobre, e l’ho letto solo di recente. Compravo libri che sapevo non avrei letto subito, era per me come mettere le scorte di fieno in cascina, per i mesi freddi, per gli anni di carestia. La carestia è arrivata, lo scempio umano, la catastrofe antropologica di questi ultimi anni lo dice chiaramente. Allora, faccio scorrere lo sguardo sugli scaffali delle mie librerie, e vado alla ricerca di un libro ancora mai letto, un libro comprato nei miei anni giovanili, di quando mettevo il fieno in cascina. E Roberto era l’amico che come me amava i libri. E i viaggi.

 

mercatino di Bollate

 

Ma poi vennero altre albe, altre persone a riempire la mia esistenza, a volte anche a turbarla. Con V*** andai nelle valli bergamasche, dove i suoi genitori avevano una casetta. Non furono bei giorni, si litigava, anche in maniera molto accesa, ma ricordo una mattina di sole a Lizzola, sotto l’immensa parete del Pizzo Coca, il re delle Orobie, coi suoi 3050 metri d’altezza. La montagna mi guardava da dietro le nuvole, che la nascondevano e a tratti la rivelavano se il vento le spazzava via. La fissavo con un misto di nostalgica voglia di conquista, e quella strana forma di rassegnazione che interviene in età matura, quando non si hanno più le forze degli anni giovanili.

 

 

Dal versante opposto, l’avevo salita quasi esattamente 26 anni prima. V*** se ne era andata a camminare su un prato lontano, non volendomi parlare. Allora, con un cappuccino schiumoso e il mio inseparabile pacchetto di sigarette (allora fumavo ancora) io parlavo con la montagna. Dicevo alla montagna che salirla era meno rischioso che avere a che fare con una donna. Potevi precipitare giù da una parete, o da un canalone, ma con una donna con cui non vai d’accordo, devi affrontare altre – forse più temibili – verticalità. Il senso di vuoto che hai dopo un litigio feroce, con una donna che non conosci molto bene, e con la quale devi passare altri due giorni in una frazione di montagna, in cui sei bloccato in quanto la macchina è sua, e non ci sono mezzi pubblici che possano riportarti a valle, è qualcosa di molto vicino al vuoto che avverti in parete: devi mettere mani e piedi sempre su appoggi saldi, o precipiti. V*** non amava essere contraddetta, e ciò la avvicinava a certi personaggi psicopatici visti nei film o letti nei thriller americani. Tuttavia, di quella mattina a Lizzola, sotto l’immensa parete del Pizzo Coca, conservo ancora un ricordo di grande poesia. Leggevo Testori, in quei giorni, e ne stavo preparando le letture per una Associazione. Scrivevo: E’ una lettura ostica, affascinante, dura. Non ci troviamo di fronte a un’Opera di facile lettura, ma a una narrazione magmatica, alla fucina creativa dello scrittore che non ha voluto mettere distanza fra sé e la pagina. Al contrario, ha voluto riversare su di essa la massa magmatica, ancora intatta nella sua forma caotica, dei propri pensieri. Opera ardua, a scriversi e a leggersi. Ne “Il Dio di Roserio” si possono cogliere degli aspetti narrativi che riportano al concetto di velocità. Gli Anni in cui si colloca questa narrazione sono quelli del dopoguerra, del rilancio economico, della scoperta dell’automobile e di altri oggetti tecnologici, come il frigorifero e la televisione, quali beni della classe media e della piccola borghesia italiana. L’amore di Testori per la grande città, e per Milano in particolare, si esprime anche in una ricerca della scrittura, della narrazione, volta a ricreare sulla pagina quel senso di novità, di velocità, di spregiudicatezza che il boom economico avrebbe presto portato con sé nella Nazione. Milano, il traffico, le fabbriche, la fatica, l’energia di un popolo di lavoratori che sudano, che bruciano energie, che iniziano a consumare, a spendere, a far crescere il benessere, credo si ritrovino anche in queste pagine, dove i due ciclisti impegnati nella gara ben esprimono, con il loro slancio in avanti, lo stesso slancio economico e industriale dell’Italia di quegli Anni. I ciclisti gareggiano, pregustano il premio finale, sfidano la vita la morte e la fatica, e in questo c’è la stessa fatica e lo stesso slancio di una Nazione che produce beni di consumo e ambisce al benessere dei suoi singoli individui. Testori ci ha regalato con “Il Dio di Roserio” pagine di grande umanità, intessute di fatica che, credo, sia stata la sua stessa titanica fatica nello scrivere un libro simile. C’è la parabola della vita, della vittoria e della sconfitta, e la carnalità del dolore, di quel dolore che si fa prima fisico, poi morale, esistenziale. Non era estraneo Testori a questi sentimenti. Egli non era un uomo tiepido. L’ombra della Morte, in questo libro, incombe sul boom economico, sull’ottimismo di una classe di piccoli borghesi che gareggiano contro se stessi, ma Testori ci/li mette in guardia, lanciando il monito di una visione che si fa pessimistica e tragica.

 

Giovanni Testori – Interrogatorio a Maria

 

Scrissi parte di questo brano, a mano, su un quaderno, proprio quella mattina a Lizzola, dalla panca in legno di un bar silenzioso, sotto la parete del Pizzo Coca. Mi avviavo, allora, verso settori della Letteratura che ancora non conoscevo, e consideravo impervi. Insieme a Testori, andavo scoprendo Philip K. Dick. La letteratura Avant Pop mi affascinò per un breve periodo, poi ne compresi l’afflato modistico, e la misi da parte. Tornai a scorrere con lo sguardo le mie librerie, alla ricerca di Volumi ancora mai letti. Mi imbattei ne “La voce delle onde” di Mishima. Taluni lo considerano il Thomas Mann d’Oriente, e a ragione. Ma perché non dire che Thomas Mann fu il Mishima d’Occidente? Forse per la prerogativa di Noi occidentali di considerarci sempre i primi in tutto. Non è senza nostalgia che ripenso a quella fase della mia vita che era a cavallo tra l’adolescenza e la maturità. Mi trovavo ancora lontano dalle zone d’ombra del pensiero che riflette su se stesso.

 

Arthur Schopenhauer

 

Ero incline a considerare la Letteratura in maniera del tutto positiva e realistica. Non operavo ancora le sottrazioni che ho imparato ad operare col tempo. Il segno meno ancora non lo contemplavo. E la negatività del pensiero, quel pensiero che va più per negazioni che per affermazioni, era un retaggio di filosofi come Nietzsche e Schopenhauer che avevo pur letto, ma restavano lì, al loro posto, sulla carta, senza realmente influire sulla matrice profonda dei miei calcoli, accettandone razionalmente gli assunti, anche entusiasticamente, ma col cervello soltanto, e non col cuore e con la carne. Il pensiero, infatti, per diventare profondo e incidere sul Mondo, deve incarnarsi e produrre quei sanguinamenti nella tua psiche, che unicamente attestano che stai veramente pensando; sennò, mastichi solo il pensiero degli altri.

 

©, 2019

 

 

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