Ricordo del Pizzo Tambò

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San Bernardino

Ricordo del Pizzo Tambò

 

Il Pizzo Tambò è una delle cime più orientali delle Alpi Lepontine. L’avevo scalato all’età di 16 o 17 anni, in una giornata invernale fredda e limpida, tanto che, verso Sud-Ovest, si distinguevano chiaramente sia il Monte Rosa che il Cervino, oltre al Gruppo del Gran Paradiso. Sul lato opposto vedevo il Pizzo Ferrè con il suo ghiacciaio, verso Est l’articolata cima del Pizzo Suretta, mentre, a Nord, la Valle del Reno.

 

Suretta

 

Ricordo quella vacanza invernale di tanti anni fa, nella roulotte parcheggiata nel campeggio di Splügen, dove il mio amico Flavio Mauri, e un altro signore, pernottavano per godere delle piste da sci di Juf.

Juf, una frazione di poche baite in stile svizzero, nei Grigioni poco sopra Splügen, in prossimità delle pendici del Suretta Horn, del Piz Tambò, insaccato in quelle alture sperse oltre le verticali bastionate granitiche della Val Mesolcina, cupe e austere vallate che fanno presagire il Gotico e la mortale bellezza del Nord, coi suoi geli, i grandi silenzi solcati dal vento, la  nuda solitudine. Salendo verso Juf, scorsi magnifiche colate di ghiaccio, che precipitavano per almeno mille metri lungo la verticale di una parete di granito, una sfida, un desiderio che non riuscii mai a soddisfare, che ancora oggi agogno in sogno, sogni estenuanti. Juf, misterioso luogo dell’Anima, non ben localizzato sulla cartina geografica, lontano ricordo che affonda ormai nella mitologia di un tempo remoto, dove i ricordi facilmente si mischiano alla fantasia, dove il personale si mescola al collettivo inconscio junghiano.

Erano due ingegneri di 27 anni, o 26, avevano 10 anni più di me, e mi portavano a spasso per le montagne, avendo una bella responsabilità. Ma io ero molto preparato, e anche prudente, così non diedi mai loro grosse preoccupazioni. In quei giorni, la notte, la temperatura scendeva a meno venticinque, ma si stava bene con una tuta da ginnastica e una calzamaglia. La roulotte era riscaldata, e aveva un impianto stereo per ascoltare i Pink Floyd mentre si scivolava nel sonno, avvolti dal sacco a pelo, e un timer che, alla fine del nastro, spegneva l’impianto acustico. Con noi c’era una ragazza, e dormivamo tutti in un’unica branda accovacciati li uni schiacciati agli altri, come una muta di cani. Credo che, tra la ragazza e uno dei due miei amici, ci fosse del tenero, ma, con me presente, non lo diedero mai a vedere, e credo che, in settimana, a Milano si vedessero. I week-end in roulotte erano del tutto asessuati e votati allo sport. In quel villaggio la gente del luogo parlava un dialetto romancio che tirava al tedesco, o forse era tedesco, e la parlata dei valligiani era lenta, cadenzata, profonda, impervia come quelle montagne. Un tono duro della voce, che però racchiudeva una forma di dolcezza, la dolcezza della natura di quei luoghi. Perché se le pareti erano scabre e paurose, i prati e i torrenti, gli alberi, i fiori, comunicavano un senso di pace infinita che sembrava irreale.

Per arrivarvi, si doveva percorrere in salita tutta la Val Mesolcina. La strada saliva in una gola stretta e buia. Le pareti cadevano a picco per un migliaio di metri, verticali come muraglie, erano di un grigio che tirava al nero, e le cascate spiccavano i loro salti nel vuoto, come strisce bianche, nastri di seta.

 

San Bernardino – sullo sfondo il Pizzo Uccello

 

Superato il passo di San Bernardino, entravi in una zona del tutto estranea alla cultura mediterranea. Se in Mesolcina la vicinanza all’Italia si sentiva ancora, oltre San Bernardino l’idioma diventava tedesco, e la cultura era quella del Nord Europa.

Il Monte Adula, dove nasce il Reno, sembrerebbe essere proprio lo spartiacque tra la cultura germanica, e quella mediterranea. Infatti, lassù, tra quei pascoli, tra quelle cime dove il tempo sembra non più scorrere, ci si sente così distanziati dalla vita di tutti i giorni che si fa nelle Nostre pianure, nelle Nostre città, che San Bernardino, più che un valico che si faccia normalmente in automobile, sembra essere uno stargate che ti porta in una dimensione altra e sospesa, una dimensione rarefatta abitata da creature del tutto diverse da Noi.

L’Adula (3.402 m s.l.m., Rheinwaldhorn in tedesco e Piz Valragn in romancio), è la vetta più alta del Canton Ticino. Si trova al confine tra questo cantone e il Canton Grigioni. Wikipedia

©, 2019

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2 COMMENTI

  1. Nostalgico, intenso e delicatamente evocativo. Un ottimo ricordo letterario, una dolcissima heimat, un augurio di future grandi imprese.
    With compliments…

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