Heimat 3

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HEIMAT 3

heimat 2

Tutto, per me, viene dalle Montagne, e tutto tornerà alle Montagne. Dentro e Fuori sono distinzioni che, nel Processo Primario, non hanno ragion d’essere. E qui, siamo nel Sogno. Nel sogno di una Heimat. Che ho trovato, e poi smarrito. Che non so se ritroverò. La mia Heimat ora è Pepe, la mia cagnolina. Le carezzo la testa e lei tende le zampine. Le ha lunghe e sottili, bianche ed eleganti come quelle di un trampoliere. Quando si stira, le tira in vanati tutte e quattro, il busto le si appallottola, si incurva. Pare una danzatrice che esegua un numero coricata. Poi, sbadiglia, spalanca la bocca dalle mandibole sottili e ben disegnate, mostra le due file di denti aguzzi, la lingua balugina un istante come un serpentello, e lei emette un «Iuu!» di una dolcezza che lascia senza fiato. Lei, coi suoi occhi profondi e scuri che ti fissano in silenzio, che paiono capire tutto, è la mia nuova Heimat. Lei è Pepe, in due mesi è divenuta la mia nuova grande amica. Ci facciamo delle lunghe dormite sul divano. Nel mezzo della notte, quando mi sveglio da un sogno complicato, avverto il suo respiro a dieci centimetri dalla mia faccia. Avverto il suo odore che è un profumo, sa di cucciolo. Avverto i suoi lievi sospiri e stridori che sibilano all’altezza della sua gola, nel sonno, un profondo e solido, caldo sonno di cucciolo. Mi dà forza, fiducia nell’affrontare la notte, nel considerare le mie paure che, di colpo, divengono più lievi, si smorzano. Le poso una mano sulla pancia, allora lei di colpo apre gli occhi e solleva la testa, e fa quello sbadiglio magnifico: «Iuu!» per poi stirare le zampine, e attendere di capire se io mi stia alzando, il che significherebbe alzarsi anche per lei, e seguirmi, o mi stia per ricoricare, il che significa continuare a dormire anche per lei. Decido di alzarmi, di andare il cucina a bere una boccetta di fermenti lattici alla frutta, buonissimi nel cuore della notte. Allora, Pepe si alza sulle zampe, e mi osserva. Fa uno scattino in avanti, indecisa, e muove la coda, mentre il suo musino ancora assonnato mi fissa e freme: «Vieni Pepe!» Scatta giù dal divano, mi sembra di udire la sua voce dire «Che bello essere qui con te!», e mi segue zampettante in cucina. Dove si guadagna un mezzo biscotto. Una volta, tempo fa, si è tirata giù dal divano senza essersi del tutto svegliata, ed è ripiombata indietro sul sedere. Ha quindi continuato a camminare sino alla cucina tirandosi con le zampe anteriori, facendo strisciare il sedere sul pavimento. Una scena di una tenerezza infinita.

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Questa sera stavo scrivendo queste pagine. Pepe è stata tutto il tempo sul divano a sonnecchiare. Di tanto in tanto facevo due metri, e andavo da lei per darle un paio di carezze. Lei stirava le zampe, sbadigliava.

A mezzanotte le ho dato la sua quarta razione di cibo giornaliera. Mentre lei mangiava in un angolo del soggiorno, ben riparato e pulito, io, in cucina, seduto sul pavimento, stavo armeggiando con alcuni attrezzi. All’improvviso, ho sentito la lingua e i baffettini di Pepe sulla mia faccia: mi sono ritrovato coperto da una raffica turbinante di leccatine e di abbracci che mi dava con le sue zampe. Ho pensato che anche Pepe abbia dei sentimenti di gratitudine e di contentezza, e in quel momento me li stava esprimendo. La presi in braccio, e la ricoprii a mia volta di bacetti. Poi, lasciata giù, non fu minimamente appiccicosa: è andata a cercarsi il suo osso, e con quest’ultimo è tornata sul divano. Mentre io sono tornato qui al PC.

Le Montagne mi accompagnano da una vita, da sempre. Non c’è sera che i miei pensieri non vadano ad esse. L’anno scorso scrissi al sito ufficiale della Val Bregaglia, per chiedere se avessero qualche notizia della Via Giovanoli al Pizzo Balzetto. Nessuno ne sapeva niente. L’impresa che feci col Dante Porta e Andrea Villa è sempre stata avvolta dal mistero ai miei stessi occhi.

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Settembre è il mese che amo di più. Negli ultimi anni le estati si sono fatte così inospitali, che l’arrivo dell’autunno per me equivale a una liberazione, e a una rinascita. Ho sempre applicato anche alla mia vita il calendario scolastico, per cui, per me, le scadenze annuali iniziano a decorrere da questo mese. A settembre tutto inizia, ovvero, tutto ricomincia, sempre con una nuova speranza, un rinnovato entusiasmo. A settembre mi aspetto sempre grandi cose, grandi cambiamenti in meglio, che spesso non si verificano, ma mi fanno vivere questo mese con magia unica.

Ma anche quest’anno siamo arrivati a Ottobre, e Pepe è cresciuta. Facciamo lunghe passeggiate in giro per Milano. Se la heimat è il luogo dove si parla la lingua del cuore, Pepe e la sua bellissima camminata sono per me una nuova heimat. Dopo anni difficili, dopo avere attraversato luoghi oscuri dell’Anima e zone di buio esistenziale che rasentavano la cupezza della Morte, mi sento rinato, guardo nuovamente il Cielo e, se abbasso gli occhi, vedo Pepe che mi trotterella accanto, stando al mio passo, come una compagna, una grande fedele amica che non mi sta dietro, né davanti, ma cammina con me, vive la città con me, e io con lei.

Settembre è il mese di un ricordo di dieci anni fa, un ricordo di valli bergamasche tinte dai colori dell’autunno. Ancora una volta mi ritrovo a parlare di Montagne, e di settori a Nord di Milano, è così per me, il Nord è un grande richiamo, come pure l’Est delle mie lontane origini forse balcaniche. Si passava a Nord anche in altre escursioni limitrofe alla città… Il Mercatino di Bollate nelle fredde albe autunnali, la pioggia cadeva sui teloni delle bancarelle, e l’amicizia che mi univa a Roberto era questa sensazione giovane, incosciente, di avere davanti tutta la vita, una vita di letture e viaggi che cominciavano spesso sulle bancarelle, meta dei nostri sabati mattina. Si passava da Roserio, dove la città finiva, luogo di memorie letterarie della mia maturità, Giovanni Testori aveva celebrato in pagine memorabili questo settore cittadino, e lo avrei scoperto molti, ma molti anni dopo. Il suo poema su Maria ricordo di averlo comprato a Bollate in una di quelle lontane mattine di ottobre, e l’ho letto solo di recente. Compravo libri che sapevo non avrei letto subito, era per me come mettere le scorte di fieno in cascina, per i mesi freddi, per gli anni di carestia. La carestia è arrivata, lo scempio umano, la catastrofe antropologica di questi ultimi anni lo dice chiaramente. Allora, faccio scorrere lo sguardo sugli scaffali delle mie librerie, e vado alla ricerca di un libro ancora mai letto, un libro comprato nei miei anni giovanili, di quando mettevo il fieno in cascina. E Roberto era l’amico che come me amava i libri. E i viaggi.

Ma poi vennero altre albe, altre persone a riempire la mia esistenza, a volte anche a turbarla. Con V*** andai nelle valli bergamasche, dove i suoi genitori avevano una casetta. Non furono bei giorni, si litigava, anche in maniera molto accesa, ma ricordo una mattina di sole a Lizzola, sotto l’immensa parete del Pizzo Coca, il re delle Orobie, coi suoi 3050 metri d’altezza. La montagna mi guardava da dietro le nuvole, che la nascondevano e a tratti la rivelavano se il vento le spazzava via. La fissavo con un misto di nostalgica voglia di conquista, e quella strana forma di rassegnazione che interviene in età matura, quando non si hanno più le forze degli anni giovanili. Dal versante opposto, l’avevo salita quasi esattamente 26 anni prima. V*** se ne era andata a camminare su un prato lontano, non volendomi parlare. Allora, con un cappuccino schiumoso e il mio inseparabile pacchetto di sigarette (allora fumavo ancora) io parlavo con la montagna. Dicevo alla montagna che salirla era meno rischioso che avere a che fare con una donna. Potevi precipitare giù da una parete, o da un canalone, ma con una donna con cui non vai d’accordo, devi affrontare altre – forse più temibili – verticalità. Il senso di vuoto che hai dopo un litigio feroce, con una donna che non conosci molto bene, e con la quale devi passare altri due giorni in una frazione di montagna, in cui sei bloccato in quanto la macchina è sua, e non ci sono mezzi pubblici che possano riportarti a valle, è qualcosa di molto vicino al vuoto che avverti in parete: devi mettere mani e piedi sempre su appoggi saldi, o precipiti. V*** non amava essere contraddetta, e ciò la avvicinava a certi personaggi psicopatici visti nei film o letti nei thriller americani. Tuttavia, di quella mattina a Lizzola, sotto l’immensa parete del Pizzo Coca, conservo ancora un ricordo di grande poesia. Leggevo Testori, in quei giorni, e ne stavo preparando le letture per una Associazione. Scrivevo: E’ una lettura ostica, affascinante, dura. Non ci troviamo di fronte a un’Opera di facile lettura, ma a una narrazione magmatica, alla fucina creativa dello scrittore che non ha voluto mettere distanza fra sé e la pagina.

Al contrario, ha voluto riversare su di essa la massa magmatica, ancora intatta nella sua forma caotica, dei suoi pensieri. Opera ardua, a scriversi e a leggersi.

Ne “Il Dio di Roserio” si possono cogliere degli aspetti narrativi che riportano al concetto di velocità. Gli Anni in cui si colloca questa narrazione sono quelli del dopoguerra, del rilancio economico, della scoperta dell’automobile e di altri oggetti tecnologici, come il frigorifero e la televisione, quali beni della classe media e della piccola borghesia italiana. L’amore di Testori per la grande città, e per Milano in particolare, si esprime anche in una ricerca della scrittura, della narrazione, volta a ricreare sulla pagina quel senso di novità, di velocità, di spregiudicatezza che il boom economico avrebbe presto portato con sé nella Nazione. Milano, il traffico, le fabbriche, la fatica, l’energia di un popolo di lavoratori che sudano, che bruciano energie, che iniziano a consumare, a spendere, a far crescere il benessere, credo si ritrovino anche in queste pagine, dove i due ciclisti impegnati nella gara ben esprimono, con il loro slancio in avanti, lo stesso slancio economico e industriale dell’Italia di quegli anni. I ciclisti gareggiano, pregustano il premio finale, sfidano la vita la morte e la fatica, e in questo c’è la stessa fatica e lo stesso slancio di una Nazione che produce beni di consumo e ambisce al benessere dei suoi singoli individui.

Testori ci ha regalato con “Il Dio di Roserio” pagine di grande umanità, intessute di fatica che, credo, sia stata la sua stessa titanica fatica nello scrivere un libro simile.

C’è la parabola della vita, della vittoria e della sconfitta, e la carnalità del dolore, di quel dolore che si fa prima fisico, poi morale, esistenziale. Non era estraneo Testori a questi sentimenti. Egli non era un uomo tiepido. L’ombra della Morte, in questo libro, incombe sul boom economico, sull’ottimismo di una classe di piccoli borghesi che gareggiano contro se stessi, ma Testori ci/li mette in guardia, lanciando il monito di una visione che si fa pessimistica e tragica.

Scrissi parte di questo brano, a mano, su un quaderno, proprio quella mattina a Lizzola, dalla panca in legno di un bar silenzioso, sotto la parete del Pizzo Coca. Mi avviavo, allora, verso settori della Letteratura che ancora non conoscevo, e consideravo impervi. Insieme a Testori, andavo scoprendo Philip K. Dick. La letteratura Avant Pop mi affascinò per un breve periodo, poi ne compresi l’afflato modistico, e la misi da parte. Tornai a scorrere con lo sguardo le mie librerie, alla ricerca di Volumi ancora mai letti. Mi imbattei ne “La voce delle onde” di Mishima. Taluni lo considerano il Thomas Mann d’Oriente, e a ragione. Ma perché non dire che Thomas Mann fu il Mishima d’Occidente? Forse per la prerogativa di Noi occidentali di considerarci sempre i primi in tutto. Non è senza nostalgia che ripenso a quella fase della mia vita che era a cavallo tra l’adolescenza e la maturità. Mi trovavo ancora lontano dalle zone d’ombra del pensiero che riflette su se stesso. Ero incline a considerare la Letteratura in maniera del tutto positiva e realistica. Non operavo ancora le sottrazioni che ho imparato ad operare col tempo. Il segno meno ancora non lo contemplavo. E la negatività del pensiero, quel pensiero che va più per negazioni che per affermazioni, era un retaggio di filosofi come Nietzsche e Schopenhauer che avevo pur letto, ma restavano lì, al loro posto, sulla carta, senza realmente influire sulla matrice profonda dei miei calcoli, accettandone razionalmente gli assunti, anche entusiasticamente, ma col cervello soltanto, e non col cuore e con la carne. Il pensiero, infatti, per diventare profondo e incidere sul Mondo, deve incarnarsi e produrre quei sanguinamenti nella tua psiche, che unicamente attestano che stai veramente pensando; sennò, mastichi solo il pensiero degli altri.

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Mentre la vita diurna compiva il suo corso, di notte le visioni si moltiplicavano all’infinito in una prospettiva che, da onirica, invadeva il campo dell’esistenza. Non che confondessi il sogno con la realtà, ma davo molto peso ai sogni e alla loro interpretazione. Sognai, una volta, i miei genitori molto giovani. A Venezia, una Venezia però cementificata e inurbata nella metropoli, tanto che vi erano macchine che vi circolavano come in una qualsiasi altra grande città, vi era il negozio di un vecchio ebreo, un uomo con la barba nera e appuntita, e due occhi profondi e cinerei, da farlo rassomigliare a una figura mephistophelica. Andai con una borsa di cuoio dal vecchio commerciante, regalo dei miei genitori, e questi mi disse che avrei dovuto portargliela piena. Piena, non so più di cosa. Mia madre mi guardava con un misto di stupore e commiserazione. Mi svegliai da quel sogno, turbato più dall’aver visto Venezia in quelle condizioni, che per il restante aspetto del sogno. Ma questo sogno avvenne molti, ma molti anni dopo. C’era già Pepe nella mia vita. E con lei stavo scoprendo il valore dei gesti. Quando si ha a che fare con un cagnolino ancora cucciolo, ogni Nostro gesto deve assumere una consapevole valenza educativa. Quando ci dà fastidio, o ci morde, non basta scansarlo con un rimprovero, e chiudere così l’incidente. Bisogna concepire il Nostro gesto come gesto pensato per lui, in un momento totalmente dedicato a lui. Non importa se sul divano nel frattempo guardiamo la TV. Mentre lo carezziamo, dobbiamo capire come lo stiamo carezzando, e che effetto sta avendo su di lui. Solo così il Nostro gesto, consapevole e pensato e ripetuto nel tempo, può cambiare il comportamento del Nostro cagnolino. Anche uno psicanalista sta attento all’effetto delle proprie parole e dei propri silenzi sul paziente. Con essi lo modella a favore di una sua emancipazione. Educare, esseri umani come cagnolini, significa soprattutto aiutarli ad emanciparsi. L’emancipazione giunge a compimento, quando l’essere in questione non soffre più di gravi dipendenze. Quando trova un baricentro all’interno di Sé, e questo gli permette di affrontare la vita con maggiore autonomia. La Nostra dipendenza dagli altri, e dal loro giudizio, non ci permette un agevole transito nelle affollate e tortuose corsie dell’esistenza. Rappresenta un fardello che ingombra i Nostri movimenti e impedisce i Nostri passi.

 

 

 

©, 2019

 

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