DOLCE ANIMA ROCK… – racconto

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DOLCE ANIMA ROCK…

 

Anna è la mia Pusher di buon umore, la pusher della risata.

Mi costa un obolo, del tutto simbolico: due euro, per mezzora di terapia. Ci incontriamo in giro, in luoghi un po’ appartati. Per non dare nell’occhio, per non farci deridere, il che sarebbe sconveniente. Perché lo Yoga della Risata è una cosa molto seria. Non c’è da riderci sopra. Ma a vederci, ad imitare il cammello che ride, e poi la giraffa, a vederci parlare una lingua sconosciuta fatta di suoni senza senso, ma che arrivano all’anima con la forza del simbolo, potrebbero deriderci. Il viaggio di ieri notte mi ha lasciato una strascico inaspettato di depressione. Chiamo Anna.

«Ciao cara, come stai?»

A volte mi capita di desiderarla. Non abbiamo mai parlato di sesso. Delle rispettive parrocchie. Ma ho sempre avuto la netta sensazione che Anna sia una di quelle lesbiche che hanno dovuto fare di necessità virtù. Dopo un cumulo enorme di sofferenze, giudizi, rifiuti, ha imparato a ridere, e a far ridere gli altri. Una grande. A volte la desidero, e sento che anche lei desidera me. Forse, vorremmo solo abbracciarci, in una maniera un po’ più intima di come facciamo di solito. Superare le barriere di genere, giungere in quel luogo dove la Luce è di Rosa e Ambra, e amarci senza cascami, senza impegni, senza promesse, senza giudizi, senza implicazioni, far volare un momento le nostre anime prigioniere sopra i tetti della Città, al suono di Jimi Hendrix. Amo dire: non sono scontento. Non amo più quella pro attività dell’essere contento di qualcosa. Essa, sono convinto rimandi a quella indole attivistica, per cui si deve sempre aggiungere, aggiungere, aggiungere cose nuove, anche nuovi stati d’animo, senza giungere mai alla saturazione. Nella radice della negazione “non” unita a “sono scontento” c’è in potenza la riserva infinita di una felicità senza mai ombre troppo inquietanti. Una felicità che tiene conto anche delle ferite, dei vuoti, dei dispiaceri e delle sconfitte di cui sono lastricate le nostre giornate. Un pieno che tiene conto anche del vuoto, un pieno di uno stato d’animo che non avverte il vuoto come perdita, ma come dato di fatto, da superare, comunque, volente o nolente. Un buco, da superare con un salto. Ma adesso, una luce indaco spazza via ogni mia ulteriore dissertazione, accademica, eh eh… e Vi dico, ebbene, adesso, in questo preciso istante, una magica pennellata uniforme di Olio Van Dyck sta occupando l’intera volta del cielo.

 

 

Vorrei tirare fuori il mio Smart Phone dal taschino del Trusssardi di Pelle, ma so che fotograferei un normale cielo color ardesia, con il riverbero orribile al viraggio giallastro, della sottostante Metropoli, dal cuore d’acciaio, metropoli, dal sesso sbandato, metropoli, dal volto deforme, metropoli, dal corpo che palpita, metropoli, così bella, così ferita, così amata… Ma così, ti vedevo, mia Metropoli, sino a poco tempo fa… ti vedo quasi bella, quasi accettabile. Punto il mio bastone, contro il cielo, il mio scettro, così lo si può chiamare, del resto, dopo essere diventato il mio sostegno, per un volo dal decimo piano dalla cima di un albergo, per salvare una Dea… sì… Trasformatrice…

 

Dea Trasformatrice – ©2012

 

E così, punto il mio indice d’ebano, e una piscina piena di acqua color Ambra, allaga una parte di quel cielo Van Dyck, e dentro, una costellazione di stelle, che si baciano, si abbracciano, fanno sesso le une e le altre… e bacio Anna, e mi sento la sua bocca quasi avvolgermi sino alle spalle, potrei esserne risucchiato, dentro… mi tuffo in questo antro, mi lascio avvolgere e divorare e fondere in questa Bocca, è così pacificante, finalmente, essere divorati, annullati, spediti chissà dove, forse nell’intestino di qualche entità, trasformati in merda, in concime, da cui potranno nascere, nuovi, bellissimi Fiori di Luce, Rosa, e, Ambra, ti arrendi, abbandoni ogni possibile forma di lotta, di resistenza, mentre le note di Jimi Hendrix ondeggiano e schiantano come vetrate di cattedrali di zucchero contro i pali della luce, e tutto, va – finalmente… – in pezzi… e le parole, vanno cercate, come pesci nascosti, sotto abissi in paludi ferme, bisogna sollevare un sasso, e lì la trovi, quella giusta, per te, ma devi prima immergerti, compiere uno sforzo, una fatica, e muoverti a volte nel Nulla, senza alcun orientamento, e forse, troverai le… parole… le parole, sono avvolte dal… pericolo… e dal buio…

 

 

… parole, messaggere di Mondi Occulti…

ALMAMEGRETTA è

Sospesa

Nube di Fumo annunciata e temuta

Nube funesta campeggi

Sulle Attese e le Fantasie di questo Popolo

Spesso frainteso

Che

Grazie all’intervento della Dea Trasformatrice

Ho potuto amare

La sua grazia e la sua compostezza

La sua tragedia

Che muta in commedia

Sotto questo cielo vulcanico

Presidiato dagli Dei

E incantato

Guardo

Trasceso a me stesso

Spaventato

Questi cornicioni sbrecciati

Questi archi barocchi obesi e sfatti

E questi volti di giovani così acerbi

E mi sento fortunato e spaventato e trasceso,

Quasi un affronto

Il mio passato Giudizio alla psicotica

Dolcezza … brezza che carezza nei lunghi Corsi Imperiali e giù nei Rioni

Sole che rabbuia invece di illuminare

Isterico Contrario che ti preserva Napoli

Dalla tua possibile fine

Sotto il peso della tua stessa allegria

Che volge all’opposto in Tragedia ad ogni Respiro

Ad ogni tazzina di caffè

Ad ogni serenata

Ad ogni sferzata di mitraglietta

Ad ogni canto nel mercato Arret’e’Mura

Una voce ti accompagna

Di vicolo in Chiesa in Rione

E ti dà sempre del Voi

La senti sui muri tinteggiati e scrostati

Come una antica, lontana, patina di anime,

Sulla superficie mentre il Tufo nasconde

Il loro transito ai tuoi occhi

Che si fanno vigili, attenti, nervosi, in apprensione

In cerca di quegli indizi che la Città Sotterranea cela

Sudore, sofferenza, attesa,

Nelle intercapedini, delle persone

Se qui, il velo di … Mâyâ, dovesse cadere, sarebbe una, tragedia

La tacita richiesta dei napoletani ai loro Dei

E’ che la finzione, scenografica, non debba mai cedere il posto

Alla realtà

Che mai debba esplodere, irreparabilmente, tutto

Che mai l’isteria, si converta in guarigione

Che mai sia l’ecatombe.

Che mai la malattia smetta di proteggere, tramite la rappresentazione

Questa città,

da se medesima

Avete retto, finora, ampi viali imperiali, vicoli, edifici che sembrate fatti

Di cartone

Tu Mâyâ, hai retto

Il tuo velo ha preservato questi presepi di fantocci, natalizi

Che mettono in scena il

Dolore.

Ma il dolore, è nascosto, sotto le pieghe, di una rappresentazione, isterica, che lo deforma, in allegria, in musica, in finta, solarità. Napoli, è una città apollinea, tanto apollinea, da celare, nella sua più profonda fibra interna, la cieca distruttività di Dioniso. Fra sculture greche, mi aggiro nel museo archeologico, e trovo quell’ermafrodita, per nulla sereno, per nulla classico, già corrotto, dal Male.

 

 

Dioniso, qui a Napoli, è un’ombra, appena percepibile, un velo, di condensa, sui muri, un riflesso, che vedi, e subito svanisce, ma, presente, insediato, nelle pieghe profonde, della città, nei sorrisi candidi e acerbi, dei giovani ragazzi dall’aria spensierata.

… rieccole le parole che mi sussurrò la Dea, l’Anima Rock di questo racconto, una magica notte di tanti anni fa, a Portici…

… ma il vetro e lo zucchero velo ora mi avvolgono e mi proteggono come il cristallo rappreso in una Stella. La mia cagnolina dorme, e le bacio le orecchie. Fragile e fuggevole, è l’esistenza, Fragile il Cuore e forte la Tenebra.

La Città mi riprende, stop-frame, poi il Caos va su play e il clip si rianima nel monitor.

E’ così rassicurante pensarla in questo modo.

 

©, 2019

 

 

 

 

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