SCENDO – racconto

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SCENDO

 

 

 

Sentire, pensare, amare. Sono cose DEL passato. Forse, nemmeno dEL mio passato. Mi sono inventato tutto…

Ultimamente guardo il CIELO. Oltre la linea dei tetti, il CIELO ha quella tonalità, al tramonto, che ti spiega molte cose. Gas. Solo una miscela di gas. Ma non è tutto, lì. Quel colore, tra il basalto e inermi strisce di VIOLA, ti dicono altro, quelle tonalità, altro non sono che SPIRITO.  Rappreso in atomi di LUCE.

Il basso scarpina sullo spartito, come un antico LEGIONARIO, mentre la TASTIERA si inerpica sino alle volute basalto del CIELO, e i DEEP PURPLE mi straniano al di là dell’ADESSO E DEL QUI. Ora, sono forse rappreso in un ALTROVE. E PIANGO. Ci vorrebbe… Ma ho fatto una PROMESSA. A TE. E? finita, ma la promessa, vivrà ancora, lungo il cammino, solo sul mio, passo, e Scalavo, e scalo. Senza forzare. Nulla. Dissolvenza.

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Questo prologo, è la presentazione di Corrado. Noi non lo conosciamo. Lo vediamo per la prima volta, in questo momento, intento a fissare un ultimo istante i tetti. E il cielo. Prima di calarsi nelle profondità CTONIE della Metropolitana. Tra corridoi di lava ardente e demoni angelici e lingue nere e malate di disperazione, al CENTRO di un CROCEVIA urbano che non dista poi molto dall’Inferno.

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Non scendeva nel sottosuolo da tempo.  Nella sua vita, il tempo aveva avuto una decelerazione drammatica. Meglio dire, salvifica. Ma drammatica, comunque. Nel DIVENIRE, in fondo, per quanto lo detestasse, erano contenuti i SEMI dei FIORI di là da sbocciare. Le piante, invece, il terreno, si erano seccati. Non germogliava più alcun bene, né alcun male, né alcun FIORE.

FIORI di ROSA e AMBRA. Sia pure, FIORI di MORTE.

Nel DISSOLVIMENTO, in quella ricerca, se ne incontrano solo di quel tipo.

La sua TERRA si era alimentata a lungo di CRISANTEMi, fiori TOMBALi. Li temeva, li amava. Ancora li cercava, con una parte disperata di Sé.

Dead Flowers… una vecchia canzone degli Stones, non che li amasse più, un tempo, l’avevano dirottato, e fatto sognare, su quelle tracce, tracce mnestiche, di una vita lontana, già vissuta, in chissà quale piega dell’universo, in quale riposto Back-Up cosmico…

… e scendi… e ancora scendi… un passo dopo l’altro, lungo questi gradini, qui, al Crocevia di Piazza Cadorna, il peggiore e più disperato e dispersivo di Milano… quanta gomma delle tue scarpe hai lasciato su questi… gradini…

Linea 2, la Verde… fra due fermate, vive – vivrà ancora lì? – Marina … già… la ricordi ancora, la Dea Trasformatrice, fermata Moscova…

… ti incunei fra ali di folla, questo magma di corpi che l’onda della fatica quotidinana sospinge in avanti… sempre in AVANTI… già, siamo in una Società costantemente SPINTA IN AVANTI, verso il PROGRESSO, verso il PIL, verso le GUERRE, verso stupri e omicidi, c’è chi dice verso tante altre belle cose, come l’AMORE, una buona ECONOMIA che sta dando segni di ricrescita, natalità… avanti… avanti… tutti soli… un immane esercito di soldati soli, ognuno per sé, Dio per tutti, avanti…

… e la vedi… di spalle, anche lei spinta in avanti, con passo incerto, quasi poco convinta dei propri passi, forse una donna che vorrebbe finalmente fermarsi, anche lei… assomiglia a Marina, potrebbe essere lei, ma tu sai che non è lei, ha le spalle troppo grosse e carnose, per essere lei, è appesantita nel complesso, mentre Marina era una Dea scattante e aggressiva, … di schiena le assomiglia quel tanto, da darti la giustificazione di scivolarle accanto, e di superarla di striscio, di voltarti in volata e fissarla negli occhi… non è lei… già lo sapevi… due occhi che si scoprono guardati dai tuoi, con tale intensità, quasi da ritrarsi spaventata, ma da ricambiarti, eh sì… eccome, da ricambiarti con altrettanta intensità…

Te ne vai due metri oltre, fai di tutto per cancellarla, per dimenticarla, il metrò arriva, sbuffa fischia sfiata, sbaaam le portiere si spalancano come fornaci, tu entri, come un blocco di carbone buttato dentro da una pala in un alto forno, insieme a mille altri come te, altri blocchi di carbone buttati dentro a palate in queste bocche infernali, le bocche dell’ECONOMIA e del SACRIFICIO quotidiano, che ardono e che democraticamente e progressisticamente spingono in AVANTI tutti quanti noi verso il PIL le GUERRE i DISASTRI e la BUONA ECONOMIA, questa povera società malata e allo sbando, prossima a un suicidio globale e irreversibile…

 

 

… ma forse lei non ha fatto altrettanto, o non ci ha messo abbastanza impegno, non ti ha dimenticato, non ha potuto o voluto farlo, e ti si para di fronte, mentre tu sei al centro della piattaforma, aggrappato a un paletto, lei si piazza di faccia, con la sfrontatezza del suo sguardo puntato nel tuo, e dei suoi fianchi, ampi, levigati, aggressivi, in jeans e un giubbotto di cuoio nero da Parigi Techno, un costrutto di femmina fra il dolcemente perverso e remissivo, e il succube, ma altrettanto dominatrice e potenzialmente sterminatrice… assomiglia alla Dea, l’approccio è lo stesso, ma non regge il tuo sguardo, tu la ricambi, ma lei abbassa i propri, occhi… Poi devia il viso, guarda il buio veloce oltre l’oblò appannato di sporco, e tu le noti a un dito un anello Rasta come il tuo…

… ti sporgi verso di lei… «Lei ha un anello come il mio, di forma leggermente diversa…»

Sembrava non aspettare che questo, che tu finalmente le rivolgessi la parola, per un istante si illumina in viso, e appare quasi dolce, a tua disposizione: «Me l’hanno regalato in Marocco…»

Glielo mostro: «Anche il mio è un regalo… pensi, ho rischiato di perderlo…»

«Hanno dentro un portafortuna… non bisogna perderli… – si fa pensosa, sta aprendo il suo cuore, su una parte di sé, si sta fidando, forse sta andando troppo oltre, troppo oltre le proprie intenzioni – mi ha portato molta fortuna… mi sono capitate diverse cose» – sì, si è spinta troppo oltre quell’invisibile perimetro oltre il quale si sta correndo il rischio di non essere più due estranei, e di finire presto a letto insieme, lo sa, lo sta percependo, e si blocca – «…diverse cose belle…», abbassa lo sguardo, chiude la comunicazione.

Ma continua a spiarti, sperando che tu faccia un rilancio, e poi vi guardate nuovamente in maniera aperta, franca… ma il momento è passato, l’incantesimo vi ha lasciati, due anime simili, forse troppo simili, troppo uguali per potersi realmente incontrare… tu potresti rilanciare, lei è lì che aspetta… ma siete due calibri da 90 entrambi, ficchi il naso e il resto nella vita dell’ennesima donna incontrata, rovisti nel suo intimo, vi date qualche ora di beatitudine e di estasi sessuale, sì… e poi? Siete troppo simili, e dominatori, entrambi, per non litigare dopo due giorni, o – peggio – per non degradare forzatamente a una scopata squallida e senza poesia questo vostro incontro, troppo romantici entrambi, per non opporvi al vostro nichilismo distruttivo, per non opporvi a quell’impulso oscuro di voler buttare tutto nel cesso in maniera brutale… lei lo sa, le sa anche lei queste cose e, senza dire più niente, senza nemmeno voltarsi, va a sedersi, un posto si è liberato dieci metri oltre… esce per sempre dal tuo orizzonte, forse l’hai voluta cacciare tu, lei comunque se ne è auto esclusa, grazie, le dici, io ti ringrazio, e so che anche tu apprezzi il mio non aver rilanciato… ciao, per sempre, bella Anima… ciao… scendo, non è la mia fermata, ma

 

SCENDO…

 

©, 2017

 

 

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