Maestri: Vittorio Emiliani ricorda Giovanni Testori

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Giovanni Testori (Novate Milanese, 12 maggio 1923 – Milano, 16 marzo 1993) è stato uno scrittore, drammaturgo, storico dell'arte e critico letterario italiano. All'inizio degli anni cinquanta, seguendo le tracce del suo maestro Roberto Longhi, intraprende l'attività di critica d'arte, pubblicando varie riviste e organizzando mostre. I suoi studi si concentrarono soprattutto sulla pittura lombarda, dal realismo cinquecentesco al manierismo settecentesco. L'interesse dominante per l'arte antica e moderna non gli proibì di avvicinarsi a pittori a lui contemporanei quali Guttuso, Cassinari, Morlotti, dei quali seguiva con amicizia i lavori ed i progressi. Nel 1954 venne pubblicata da Einaudi la sua prima opera narrativa: Il Dio di Roserio. A questa seguiranno poi le opere del ciclo "I segreti di Milano", costituito da Il ponte della Ghisolfa e La Gilda del Mac Mahon, La Maria Brasca, L'Arialda e Il Fabbricone, nel quale Testori tratteggia le vicende umane della periferia milanese di quegli anni. Successivamente il romanzo Il Dio di Roserio è stato ridotto dallo stesso autore e inserito ne Il ponte della Ghisolfa. Due anni dopo la sua morte è stato ritrovato un ulteriore scritto sul medesimo tema: Nebbia al Giambellino. Sin dal suo esordio come scrittore la produzione di Testori vuole rappresentare la realtà di Milano e del suo hinterland, ritraendo personaggi e ambienti di una società fortemente caratterizzata. La principale opera teatrale di Testori è L'Arialda, del 1960, che suscita grande scandalo per la sua presunta oscenità, perché venato di tematiche omosessuali. Lo scandalo contribuirà a far conoscere l'opera di Testori al grande pubblico. Il 15 novembre, per protestare contro la censura e il divieto di rappresentazione dell'opera, il regista Luchino Visconti e gli attori Rina Morelli, Paolo Stoppa e Umberto Orsini si rivolgono al Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi che si rifiuta di riceverli. Nel 1961, con la regia di Visconti, L'Arialda viene alla fine messa in scena, ed è la prima interpretazione rilevante di Umberto Orsini, sono nel cast anche Pupella Maggio e Lucilla Morlacchi. Un elemento importante di tutta la scrittura testoriana è l'utilizzo di un linguaggio originale creato dalla fusione della lingua lombarda con elementi estratti dalla lingua francese ed inglese. Importanti in questo senso sono le tre opere teatrali racchiuse sotto il titolo di Trilogia degli Scarrozzanti, e cioè L'Ambleto (1972), Macbetto (1974) ed Edipus. Particolarmente in questi tre testi lo scrittore sviluppa la propria sperimentazione linguistica, creando un linguaggio dal quale riemergono elementi arcaici e ricordi degli originali shakespeariani, con un forte espressionismo linguistico. (Wikipedia)

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Maestri: Vittorio Emiliani ricorda Giovanni Testori

Vittorio Emiliani giornalista Ha cominciato la sua carriera nella carta stampata come redattore del settimanale vogherese “Il Cittadino” e come direttore di “Ateneo Pavese” giornale dell’Organismo Rappresentativo Universitario di Pavia, poi collaborando con le testate Comunità, Il Mondo di Mario Pannunzio e l’Espresso, per passare poi al Giorno come inviato e dal 1974 al Messaggero cui, dopo essere stato inviato e poi capo del servizio politico, è stato direttore responsabile dal 1981 al 1987. Successivamente è stato collaboratore del supplemento culturale del Sole 24 Ore ed editorialista del Messaggero, de Il Tempo, del Secolo XIX e de L’Unità. (Wikipedia)

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Giovanni Testori – Il Dio di Roserio 

 

E’ una lettura ostica, affascinante, dura. Non ci troviamo di fronte a un’Opera di facile lettura, ma a una narrazione magmatica, alla fucina creativa dello scrittore che non ha voluto mettere distanza fra sé e la pagina.

Al contrario, ha voluto riversare su di essa la massa magmatica, ancora intatta nella sua forma caotica, dei suoi pensieri. Opera ardua, a scriversi e a leggersi.

Ne “Il Dio di Roserio” si possono cogliere degli aspetti narrativi che riportano al concetto di velocità. Gli Anni in cui si colloca questa narrazione sono quelli del dopoguerra, del rilancio economico, della scoperta dell’automobile e di altri oggetti tecnologici, come il frigorifero e la televisione, quali beni della classe media e della piccola borghesia italiana. L’amore di Testori per la grande città, e per Milano in particolare, si esprime anche in una ricerca della scrittura, della narrazione, volta a ricreare sulla pagina quel senso di novità, di velocità, di laboriosità, di spregiudicatezza, che il boom economico avrebbe presto portato con sé nella Nazione. Milano, il traffico, le fabbriche, la fatica, l’energia di un popolo di lavoratori che sudano, che bruciano energie, che iniziano a consumare, a spendere, a far crescere il benessere, credo si ritrovino anche in queste pagine, dove i due ciclisti impegnati nella gara ben esprimono, con il loro slancio in avanti, lo stesso slancio economico e industriale dell’Italia di quegli Anni. I ciclisti gareggiano, pregustano il premio finale, sfidano la vita la morte e la fatica, e in questo c’è la stessa fatica e lo stesso slancio di una Nazione che produce beni di consumo e ambisce al benessere dei suoi singoli individui.

Testori ci ha regalato con “Il Dio di Roserio” pagine di grande umanità, intessute di fatica che, credo, sia stata la sua stessa titanica fatica nello scrivere un libro simile.

C’è la parabola della vita, della vittoria e della sconfitta, e la carnalità del dolore, di quel dolore che si fa prima fisico, poi morale, esistenziale. Non era estraneo Testori a questi sentimenti. Egli non era un uomo tiepido.

Andrea Di Cesare

©, 2011

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