HEIMAT 2

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HEIMAT 2

A Italo Svevo, al suo Corto Viaggio Sentimentale

A Giovanni Comisso, ai suoi Viaggi Felici

A Lawrence Ferlinghetti

A Ezra Pound, al suo A Lume Spento

 

 

Italo Svevo

Giovanni Comisso

Lawrence Ferlinghetti

Ezra Pound

 

 

Paese mio,

picolo nío e covo de corcali,

pusào lisiero sora un dosso biondo,

per tu de canti ne faravo un mondo

e mai no finiravo de cantâli.

 

Per tu ‘sti canti a siò che i te ‘ncorona

comò un svolo de nuòli matutini

e un solo su la fossa de gno nona

duta coverta d’alti rosmarini.

 

da “Cansone picole”, 1927 – Biagio Marin

 

La passeggiata lungo il viale alberato, era luglio dell’anno prima, i piedi freschi nelle ciabattine da mare, o nudi sulle mattonelle di graniglia prospicienti le tante vetrine illuminate nella notte, di bazar, bottiglierie, negozietti di scarpe e collanine, ortaggi colti nelle campagne limitrofe curate da contadini venuti in tempi lontani dall’Istria, poco sotto l’argine del Tagliamento ormai prossimo alla foce, quell’atmosfera rarefatta, pigra, intatta, un diffuso vociare punteggiato di qualche esclamazione, bambini tedeschi biondi come grano che dicono “mutti mutti”, la gente che cammina ordinata, senza far chiasso, le gelaterie che hanno nomi presi dalle vicine montagne, “Alpen”, “Coglians”, montagne che puoi vedere specchiarsi nella laguna, a Nord, nelle giornate limpide spazzate dalla Bora, oltre i canneti e oltre le barene, e uno stormo di gabbiani passarvi davanti, col loro canto lontano, i corcali del poeta Biagio Marin, e le birrerie che cercano di sedurre i turisti bavaresi, “Oktoberfest All”,  con bottiglie di vino trasformate in gadget per nostalgici del Reich, con l’etichetta che riporta l’effigie dell’uomo coi baffetti, nella versione turistica del locale Cabernet o Merlot presentati come “Vino del Führer”, una orribile condiscendenza verso la Germania che i locali gerenti credevano di poter professare impunemente, per fare quattrini durante i tre mesi di Stagione estiva, per affrontare al meglio i lunghi, freddi, poveri inverni, come quella di vendere, nelle librerie balneari, una versione “in deutschland verboten” del Mein Kampf. Qui attorno ci sono terre fertili, sabbiose, mescolate alle pescose acque delle Valli lagunari, Zignago, Vallevecchia, Valgrande, Terzo Bacino, ma la miseria era tanta sino ai recenti Anni’70, qui nel Veneto Orientale, quasi una promessa di povertà, quella propensione a Levante, verso l’imminente zona balcanica, e, oltre ancora, verso la Slavonia, che certo non può promettere né ricchezza, né allegria. L’Oriente e le sue passioni tribali – esplose durante la guerra dei Balcani – premono su questi austeri confini, che le Terre slavano a Est con tinte azzurrine e diafane nelle giornate fredde, nel triste ricordo di una Ritirata, quella di Caporetto, che riassume in ultimo le lunghe, secolari sofferenze e privazioni di questa Gente abituata alla miseria e ai disastri. Negli Anni’60, trasformate le barche da pesca in barche per turisti, tirati su i primi alberghi, edificati i primi capienti casermoni destinati all’estate, il riscatto iniziò a venire, ma tanta era ancora la strada da fare, per dimenticare alle spalle il gelo e la desolazione. Così, perdoniamo ai gerenti di quegli improvvisati bazar, la vendita dei suddetti gadget di dubbio gusto.

Dopo un anno da quella sera lungo la passeggiata, mi ricordai dei miei amici. Mi ricordai ancora una volta della mia Heimat. A Milano l’estate stava arrivando coi caldi afosi di maggio. Volevo fuggire. Presi carta e penna, scrissi una lettera a Mauro, di Vittorio Veneto. La affrancai e la spedii. Dopo dieci giorni circa, mi arriva la sua risposta. Ci saremmo potuti vedere ai primi di luglio a Padola, nel Comelico, e mi diede l’indirizzo di casa sua. A quei tempi, bastava scriversi per lettera, e darsi appuntamento, e avere la certezza di potersi mettere in viaggio, alla data prestabilita, e vedere i propri amici, come ci si fosse telefonati col cellulare un’ora prima, così come avviene oggi. Mauro lo avevo conosciuto l’anno addietro, su quella passeggiata, una sera.

Ci ritrovammo a parlare di libri. Lui aveva la passione per Richard Bach, per le sue affascinanti esperienze di volo astrale. La New Age non era ancora ufficialmente nata, si era nel 1988, ma c’erano già gruppi di giovani romantici che parlavano col linguaggio della New Age prossima ventura, anticipandola.

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Un treno Espresso di vecchi vagoni grigi, con le tendine di broccato e i finestrini bordati di legno, vagoni ormai scomparsi dall’uso nelle ferrovie, mi attendeva alle quattro del mattino alla Stazione Centrale. Era diretto a Vienna o a Zagabria. Io sarei sceso a Padova, per poi salire sul Locale per Calalzo.

Negli scomparti erano già assiepati dei corpi che, nell’oscurità, non si distinguevano. Alcuni parlavano in slavo, a bassa voce, quasi bisbigliando. Vi era un odore di pollo e uova sode raccolti in cartocci che quelle mani frugavano, odore anche di vino e un fitto fumo di sigaretta. Un uomo dal volto coperto di rughe, scavato alle guance, succhiava il bocchino lunghissimo di una pipetta intagliata, la testa coperta da un cappello logoro e sformato. Chiesi permesso, presi posto fra questi sconosciuti, che sollevarono i volti, e mi sorrisero nell’oscurità, facendo brillare gli occhi e i denti.

Mi apprestai a compiere un ennesimo viaggio verso la mia Heimat. Ascoltavo quel sommesso parlare in lingue sconosciute di lontani paesi. Eppure, vi trovavo qualcosa di mio, quella stessa laconicità che io mi portavo dentro da sempre, forse derivante da antichissime origini slave da parte di mia madre. Quanti anni avevo allora? Ventuno, ventidue? … un soffio, in una vita, ora che scrivo ne ho cinquantuno, e mi rendo conto di come fossi proprio all’inizio di questa avventura chiamata Esistenza… eppure, mi portavo addosso già una sorta di vecchiezza, o di pesantezza dell’Anima, avendo già alle spalle un curriculum di alpinista di tutto rispetto, e molte letture alcune delle quali difficili e formative come Heidegger e Goethe, per citarne solo due, ma venivo considerato uno che avesse letto moltissimo, e che sapeva molte cose, e allora, nutrivo quella sorta di malinconia per la Vita che in molti sorge solo in età matura, o avanzata. Sapevo commuovermi per un paesaggio, o per un volto, che facilmente riuscivo a ricondurre a qualche pittore che amavo, a un De Pisis, a un De Chirico, o a qualche pittore del Nord, come Edvard Munch, Otto Dix, Emil Nolde, e poi nasceva allora l’interesse che poi avrei nutrito tutta la vita per la psicanalisi, così, mi ritrovavo a ragionare spesso su un concetto per me oscuro: quello di inconscio, senza ancora cogliere il significato di questo concetto, che rimaneva solo sulla carta, e avrei compreso più pienamente solo in anni recenti.

Il mio orizzonte letterario era ancora compreso in quello della letteratura decadentista, di Gabriele D’Annunzio e Giovanni Comisso, e se mi pensavo come scrittore, mi pensavo come una loro emanazione. Amavo già molto Thomas Mann, ma, pur facendomi guardare Venezia con occhi platonici, ed estetici, non lo sentivo mio come i primi due. Allora avevo iniziato a leggere La Montagna Incantata, nella traduzione di Ervino Pocar, e oggi, che è il 2019, non ne ho ancora terminata la lettura: si può ben dire che sia il vero libro della mia Vita, un libro che riapro, inconsciamente, solo in momenti di importante cambiamento, quando ho bisogno di ritrovare la pace delle radici, della Heimat, anche a livello letterario. Intorno a quegli Anni, mi interessavo a Ernst Jünger, ma ancora senza l’interesse – recente – per le sue difficili implicazioni storico-politiche, e ancora ignaro delle sue sperimentazioni con le droghe, ma solo per quel decadente gusto che nutrivo per l’avventura intellettuale vissuta in chiave pura e disinteressata, e forse anche ingenua.

Rimpiango l’ingenuità e lo slancio con cui allora passavo da una lettura a un’altra, forse anche senza capirle del tutto. Vi erano germi di capacità critica, in me, ma erano solo embrionali forme di un pensiero che avrebbe avuto bisogno di altri trent’anni per maturare e svilupparsi appieno. Il Pensiero ha bisogno di molto più tempo del Corpo per strutturarsi e giungere a piena maturazione. Se fisicamente ero già stato un perfetto atleta avendo salito pareti difficili sulle Alpi, il mio pensiero era ancora infante. Ma lo rimpiango, anche se, a pensarci bene, non vorrei mai e poi mai tornare indietro. Sono contento così, di dove ora mi trovo, e del come, mi ci trovo.

Dopo alcuni chilometri di sobbalzante viaggio, i miei compagni di scomparto mi offrono da fumare. Io, per ricambiare, estraggo dallo zaino una bottiglia di whisky, marca Canadian Club, e la faccio girare. Tutti ne traiamo un breve sorso, o due, liberamente, a canna, in segno di amicizia. Volti che non avrei mai più rivisto. Persone forse morte nella deflagrazione dei Balcani, da lì a qualche anno. Se ci ripenso, mi viene da piangere.

A Padova, un cielo albeggiante color Zaffiro si stende sui binari della Stazione, dove la littorina a due vagoni Padova-Calalzo mi aspetta col motore diesel già acceso. Vi salgo, fumo una delle mie Nazionali senza filtro, presa dal pacchetto verde col veliero nero, tutto stropicciato, e sono animato da una sorta di euforia, molto però vicina alla malinconia. Ripenso alla frase che Giovanni Comisso scriveva spesso nei suoi libri: fragile e fuggevole, l’esistenza.

Il vagone è composto da due file di panchette in legno, divise da uno stretto corridoio, che sotto avevano le stufette a resistenza per i mesi invernali. La littorina procede dondolante per la campagna, supera le città pedemontane e poi si inerpica nei luoghi cari a Giovanni Comisso, Montebelluna, Vidor, qui la campagna orizzontale cede il posto a un movimentato scenario di colline e forre, le prime pareti di montagna affiorano tra i boschi, e quando la salita si fa più ripida, tra curve continue e torrenti, e la littorina procede poco più che a passo d’uomo, vedo dei camosci ancora cuccioli, o forse daini, brucare l’erba accanto ai binari.

Mi fisso tutto nella mente con avidità, sapendo che prima o poi ne avrei scritto: dovevano passare trent’anni.

Ci sono viaggi che si compiono per assaporare il viaggio stesso, senza interesse per la meta. In fondo, mi ero messo in viaggio per incontrare delle persone che nemmeno conoscevo, per avervi parlato insieme un’ora, un anno addietro.

Erano tempi in cui ci si poteva dare appuntamento per lettera, e trovarsi senza alcun problema, mesi e anni dopo, nel luogo stabilito. C’era ancora amore per la parola data. Per l’impegno preso. Si poteva ancora programmare un incontro con un anno d’anticipo, anche solo per lettera.

Il Comelico, e poi l’arrivo al paese, dopo avere varcato il Cadore.

Stetti lì dieci giorni, poi scesi al mare. Uno dei miei amici mi diede una busta, da consegnare a sua sorella, che faceva la stagione in un Camping come donna delle pulizie. Scesi attraverso il Fadalto, da Ponte delle Alpi raggiunsi la pedemontana, Vittorio Veneto e poi il mare. Trovai la ragazza all’interno di quel Camping immerso nei pini. Le consegnai la busta. Si chiamava Amelia.

 

 

HEIMAT

©, 2019

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