IL TEMPLIO DEGLI ULTIMI E DEGLI UOMINI SOLI

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Honoré Daumier - Il vagone di Terza Classe

IL TEMPLIO DEGLI ULTIMI E DEGLI UOMINI SOLI

(UN POSTO DOVE RITROVARSI)

 

LSD … Love Sensuality & Devotion…

Amore perduto, per molti uomini è una realtà che sta loro sotto le dita, che più non afferrano, che più non possono, nelle mani intrecciare, altre mani, sopra la tovaglia di questa modesta trattoria, a due passi dalla Stazione Centrale, e la devozione, è quella per il Dio delle Piccole Cose, di letteraria memoria, così attuale in un tempo di glaciazione & automazione.

Ci sono, ai tavoli, Salvatore e Carmelo, l’uno insegnante l’altro bidello, che vorrebbero trasformare le donne in posacenere e cinture, abat-jour in pelle ed ossa umane, ma che, se guardi negli occhi, sono solo due poveri maschi impauriti che qualche donna ha già pensato di ridurre in posacenere, uomini col gusto di una rivalsa ormai giunta oltre tempo massimo, una rivalsa che ricade sopra di loro, come una sventura lunga e senza fine. Uomini che mangiano aglio, per allontanare le donne, che parlano male delle donne, per avvicinare altri sventurati, in un gioco senza fine.

C’è la banda dei culattoni – così viene chiamata da taluni vecchi barboni con l’accento di una Milano perduta – che siede con charme finto femminile da ormone in fiale e seno rifatto, ignara di essere scambiata per una combriccola di gay, quando invece sono poveri e derelitti transessuali che stanno a malapena in piedi, ma – tra queste mura ancora non toccate dal tempo – il concetto di gender non è arrivato, e culattoni rimangono, salvo essere poi bene accolti nella ressa dei tavoli dove, tra loschi figuri e squattrinati di ogni tipo, si leggono sui volti la fatica, l’emarginazione, l’invecchiamento a volte precoce dovuto a mansioni devastanti, ma mai la maleducazione, e mai che, in queste tavolate tutte maschili, uno alzi la voce, o le mani.

Povera gente, ma solo di fatto, e non nei modi. L’uomo senza un occhio, taglia con decisione la propria pizza, e con l’unico occhio che possiede cerca di seguire la partita della squadra del cuore sul grande schermo che, come un altare di chiesa, domina tutti i tavoli. Cerco di fargli un ritratto, senza farmi scoprire, e mi riesce abbastanza bene, mentre penso a quello che sta succedendo lì di fuori, per le strade. Siamo sotto zero, ai primi di aprile, io e Silvia stiamo programmando il nostro futuro, forse ancora ignari che, futuro, non ce n’è. Ho visto stamattina un Tir scaricare una partita di nuovi Robot davanti a un supermercato. La neve si depositava sugli involti incellophanati di quei semi-umani la cui irrealtà mi faceva sentire irreale anche il freddo e la neve che mi cadeva addosso. Ricordo i miei lontani Anni di alpinismo, e mi ritengo fortunato di aver vissuto, anche nei successivi anni dedicati alla Cura, ovvero, di aver goduto di una porzione di Realtà, ormai difficile da trovare, da riconoscere, nelle cose, nelle persone, anche in chi ti sta di fronte. In questo momento, molti si stanno ritrovando automaticamente senza più un lavoro né una casa, e nuovissimi Robot vengono scartati al loro posto.

Un Robot in versione sperimentale, made in China, cammina tremolante anche fra questi tavoli, e distribuisce caramelle della fortuna ai clienti. Tu le scarti, ma non butti via la carta: prima di succhiarle, devi leggere il vaticinio a te dedicato: a me tocca un sei sulla buona strada, nuovi incontri gioveranno alle tue giornate

Salvatore passa al nostro tavolo: un saluto a mia moglie – tutti considerano Silvia mia moglie – un saluto molto rispettoso, distaccato, da vero misogino…

<Ti siedi qui con noi?>, gli chiedo.

<Mah, guarda, ho appena mangiato… e poi ho l’alito che puzza di aglio… a voi piace l’aglio?>

Silvia mi fa un sorriso, uno di quei sorrisi che sa fare solo lei, che vedi solo tu.

<Cosa c’è scritto, sul tuo?>

Glielo leggo.

<E sul tuo?>, gli chiedo di rimando.

<Cazzate, le solite cazzate cinesi… intanto, ci hanno già messo un Robot tra le palle… i cinesi… secondo te come si chiama? Ciun Li?>

<No, si chiamerà Vincenzo, Roberto, Luigi… per integrarsi i cinesi si danno nomi italiani…>

<Anche ai Robot?>

<Penso di sì…>

<Beh – si tocca la visiera del berretto della Ferrari – io tolgo il disturbo… i miei ossequi alla signora, buonasera maestro…>

Lo vedo andare a ciondolare altrove, anima inquieta, sembra che le membra gli scottino, siano surriscaldate, e lui debba continuamente ciondolare fra i tavoli, per raffreddarle…

 

 

Ci sono luoghi e ci sono non-luoghi. Per Silvia e per me, da tempo questo è diventato un luogo-dove-ritrovarci. Difficilmente rinunciamo alla nostra cena settimanale fra questi tavoli.

Il mio carnet di disegni ogni volta si arricchisce di qualche volto ripreso con discrezione. Stilo anche progetti di romanzi futuri, scrivo pensieri e aforismi, Silvia mangia composta, sembra una donna orientale, silenziosa e leggermente sorridente, attenta anche se in una certa misura distaccata. Chiunque le rivolga la parola, riceve in cambio un sorriso, un grazie, una parola gentile. Stasera veste un maglioncino blu che tira al nero, dal quale spunta il colletto bianco di una camicia. Mentre mangia con molta misura ed eleganza le sue penne all’arrabbiata, studia il suo agendone con mille appunti aperto accanto al piatto. Invidio il suo ordine, la sua bella calligrafia.

 

 

Sento venire dai tavoli un e sustituiscun un negher con un alter negher… quando, in campo, un giocatore di colore viene sostituito da un compagno, di colore anch’esso. Silvia alza lo sguardo dall’agenda, e mi fa cenno di segnarmi quella frase vagante sul mio taccuino, per lavori futuri, cosa che faccio all’istante…

LSD … Love Sensuality & Devotion…

E’ il titolo di un album degli Enigma…

 

 

Non ci giurerei, ma forse la neve che sta cadendo di fuori è neve chimica… già anni fa, Milano, una mattina di dicembre, si era svegliata sotto una coltre di neve chimica… nessuno ne parlò, i giornali ne diedero una notiziola di spalla, l’argomento non conveniva a nessuno… era la mattina in cui passava la Legge Fornero…

… ora microchip e circuiti stampati, ci pensano loro a mandare in pensione la gente, o addirittura a mandarla per strada, senza nemmeno la pensione…

Il lavoro al tempo dei robot. Robert Shiller, Nobel per l’Economia 2013, vede nel debutto dei robot casalinghi l’accelerazione inevitabile del processo di «sostituzione del lavoro comune con la tecnologia». Proprio l’espulsione dal mercato del lavoro di operai specializzati a causa delle innovazioni hi-tech è all’origine della più aggressiva delle diseguaglianze: quella che spinge il ceto medio nelle braccia di proteste, populismo e intolleranza… si legge in questi giorni sul web.

L’occhio mi cade su di un tizio che mangia da solo un piatto di pescetti fritti. Sbocconcella la sua cena senza degnare di attenzione la partita sul grande schermo, la testa appoggiata a una mano. Mani ampie, rugose, la pelle secca, come quella del volto, sul quale ricade una capigliatura stinta e disordinata, ma pulita, grandi occhi malinconici, di una mitezza che deriva da grandi dolori e grandi fatiche tuttavia accettate con saggezza e rassegnazione, forse vedovo, non aveva in sé il risentimento dei separati, sì, un vedovo, che a tratti bisbiglia qualcosa da solo, fissando incolore e sconsolato il portafogli posato sul pacchetto del tabacco, accanto al piatto, sembra un intellettuale, un artista, sotto quella spessa patina di miseria si cela l’uomo di valore, che vita e stenti hanno reso irriconoscibile, ai suoi piedi, una sporta della spesa colma di lattine di birra, veste una felpa logora ma pulita, un anello di un certo valore gli brilla su un mignolo, una pietra nera e lucente, incastonata su dell’argento, un anello minuto in dita grosse e sformate, mani che, credo, saprebbero carezzare una donna con infinita dolcezza, una dolcezza che da molto, troppo tempo manca, a quelle mani… lo osservo, senza avere il coraggio di rubargli un ritratto, lo indico a Silvia, la prego di condividere con me questa visione, attraverso la vetrata in cui l’uomo è riflesso…

La visione di questo sconosciuto, mi proietta in un mondo lontano, di ombre e di ricordi… di uomini visti, incontrati, nella mia vita reale, come nei libri, Turgenev, Le Memorie di un Cacciatore, ad esempio, lontane steppe, Lo Stambecco Bianco, di Carlo Sgorlon, il Friuli, il vino, bevuto a volte sino all’eccesso, in albe fredde, a Venezia… i vecchi circoli letterari che erano anche circoli operai, che resistirono sino alla fine degli Anni ’90…


 

A quei tempi, erano gli uomini a lavorare, le macchine avevano la mera funzione di alleggerire il lavoro, e non di rubarlo. Quale oscuro Disegno, sta facendo sostituire l’Uomo dai Robot?

 

Andrea Di Cesare ricorda i propri anni di I.T.I.S. e suo Nonno – Operaio della Pirelli – davanti a un Trapano a Colonna della Breda, posto come monumento all’ingresso della città di Sesto San Giovanni (MI)

Nel “Popolo dell’Abisso” Jack London descrive le masse lavoratrici minacciate dalla Fame e dalle malattie, qualcosa di simile lo fece Louis-Ferdinand Céline ne “I sotto uomini”. La miseria indotta dal Capitalismo era un male endemico, cui nel ‘900 si cercò di porre rimedio col sindacalismo, le lotte operaie, gli scioperi, le rivoluzioni. Ma oggi si sta profilando uno spettro più funesto del Capitalismo: quello di una Finanza che ha sostituito il Lavoro, la Manodopera con la Speculazione, con la dismissione delle Fabbriche e la riconversione del Capitale in forme avanzate di Profitto generato dal Profitto stesso. Il Capitale Umano non è più necessario. Ed è stato anche disperso. Non c’è più Coscienza di Classe, non ci sono più i luoghi dove darsi riunione. Il Capitale Umano non offre più manodopera, ma solo capacità di spendere. Si stanno creando estese fasce di popolazione il cui unico compito sarà quello di spendere sino all’ultimo centesimo il proprio misero salario, per alimentare l’ascesa sociale di ristrette élites.

Intanto, i Robot ci ricordano che loro sono meglio di noi, che le nostre braccia e le nostre gambe possono essere sostituite da un automa che, privato del cervello umano, non accampi alcun diritto, ed esegua i compiti impostigli dalle élites.

Ma io credo che sia solo una fase transitoria: atta a far prendere paura agli ultimi, sparuti esseri umani dotati di coscienza, soprattutto alle fasce meno istruite della Popolazione. Paura di fronte al fatto che, se ancora accamperanno un briciolo di coscienza dei propri diritti, per loro non ci sarà più pane. Presisi questo spaghetto, e capito di non dover più pensare ai propri diritti, i Robot verranno rimessi in cantina, e una Società di ristrette élites comanderà intere Legioni di esseri umani ridotti alla più totale, e consenziente, schiavitù.

©, 2019

 

Il termine “culattoni” è qui usato in maniera del tutto estranea a un suo significato razzista, o sessista; il suo utilizzo, infatti, appartiene solo a una dimensione “narrativa di tipo realistico” dove, nella situazione descritta e presa dalla strada, il più rispettoso utilizzo del vocabolo “gay” avrebbe portato il testo fuori da quel registro crudo e realista che l’Autore intendeva avesse questo scritto.

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