ROMANZO vs RACCONTO

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Sylvia Plath

ROMANZO vs RACCONTO

 

Nella ridondanza autocompiaciuta del Motto di Spirito freudiano sembra essere contenuta una logica economica (Sigmund Freud, Metapsicologia), tesa al risparmio dell’energia psichica.

Rispetto al romanzo il racconto rappresenta una forma di risparmio? Se sì, in che termini? Di tempo? Di fatica? Di Parole? Di energia psichica, quindi, di Libido?

Lo scrittore di romanzi lo si può considerare più maturo e riuscito dello scrittore di racconti? Non sono forse dei racconti allungati molti romanzi che si considerano tali, ma che, internamente, presentano intatta la struttura agile, lineare e monodimensionale del racconto? Molti romanzieri, considerati tali, non sono forse Autori di racconti allungati, ipertrofici, espansi, dilatati?

Un esempio di racconto allungato, può essere il romanzo “Fiesta – Il sole sorge ancora” di Ernest Hemingway; d’altra parte, non sempre però il singolo racconto è relegato alla monodimensionalità dell’azione, ed è il caso dei racconti di Ivan Turgenev “Memorie di un cacciatore”.

Heinrich von Kleist

Romanzi che valgono un racconto; racconti che valgono un romanzo.

Strutture di racconto allungate in forma romanzesca, e strutture complesse contenute nella breve misura del racconto.

Il Tempo è descritto diversamente nelle due diverse forme di narrazione.

Nella lunghezza del romanzo quale esempio di racconto allungato, il Tempo è pressoché fermo. Esso fluisce all’unisono dei personaggi, sta loro appresso, come un cane alla gamba del padrone, non fa scatti, né in avanti, né indietro; è domato e ammansito.

All’interno del racconto, che vive però di una struttura complessa, il Tempo è come polvere da sparo compressa in una bomba, che potrebbe esplodere in tutte le direzioni, far prendere, quindi, ai personaggi, strade che non sono indicate nella trama, ma solo agognate come forme del possibile, come Potenza antecedente all’Atto.

Per alcuni Autori, il racconto rappresenta un lavoro preliminare al romanzo, del tutto, meramente preparatorio, una nota con cui fermare e puntualizzare un’idea, da compiere e sviluppare successivamente, quando se ne abbiano tempo, voglia, energie.

Potrebbe avere lo stesso valore degli atti preliminari nel gioco erotico che, secondo Sigmund Freud, spianano la strada al rapporto (coito) genitale completo (romanzo).

O potrebbe anche avere il significato di un atto auto-erotico, conchiuso in se stesso, se non dovesse mai più sfociare nel romanzo. Racconto = sveltina? … o perversione?

Alexandre Dumas

Uno scrittore come Malcom Lowry ci ha regalato racconti (“Ascoltaci Signore”) che vivono di una loro interna complessità, che possono sembrare romanzi – brevi – e compiuti, così come Peter Weiss ci ha fatto amare due scritti brevi, secchi, complessi, come “Congedo dai genitori” e “Punto di fuga” che, nella misura del racconto, contengono l’esplosività multidimensionale del romanzo di ampio respiro.

“Michael Kohlhaas” di Heinrich von Kleist appartiene a quella famiglia di romanzi che hanno una struttura complessa e anche molto veloce, in cui non si avverte il “peso” del romanzo, ma peso specifico ne hanno, e anche molto, come “La certosa di Parma” di Stendhal, o “Senso” di Camillo Boito, o anche “Il vampiro”, di John Polidori, una “leggerezza” e una “velocità” nello scandirsi e susseguirsi delle scene, che li distanzia dalla ponderosità, lentezza, marchingegnosità, ad esempio, del “Conte di Montecristo” di Alexandre Dumas.

Quanto il dato autobiografico incide sulla leggerezza, la velocità, la dinamicità nello scandire le scene del romanzo? I romanzi citati, per la loro grande dinamicità, hanno molto in comune con “Fiesta”, di Hemingway, anche se se ne distanziano per peso specifico (pensate a due palline della stessa dimensione: una di carta, e una di piombo).

La Vita dello scrittore e la Forma del racconto sono influenzabili a vicenda?

Cosa manca nella Vita dello scrittore di racconti, per giungere alla creazione del romanzo? Ci sono, nella Storia della Letteratura, esempi di editori che avrebbero sempre sperato che un loro certo Autore scrivesse un romanzo, ma questi si è sempre limitato al racconto. Ma possiamo anche chiederci: il racconto è davvero una limitazione? O non piuttosto una Forma riuscita e di alto valore, in sé?

Dorothy Parker

Ring Lardner

 

 

Non sono di questo parere lettori ed editori.

Nonostante la casa editrice Minimum fax continui nella sua coraggiosa operazione volta a promuovere la forma del racconto, proponendo sia Autori italiani che stranieri (di recente ha pubblicato tutti i racconti di Raymond Carver), l’editoria continua a storcere il naso di fronte ai racconti, dando la colpa ai lettori, che dice essere disinteressati alla forma breve, in quanto dà loro l’impressione – comprando un libro di racconti e non un romanzo fiume – di portare a casa poco.

Gli editori dicono anche che il romanzo si riesce a collocare meglio sugli scaffali delle librerie, ed è di più facile presentazione al pubblico, a livello di promozione e di marketing. Ancora una volta dobbiamo sottostare ai cosiddetti conti della serva.

Le scritture ibride, che fondono saggio inchiesta e racconto, stanno avendo un relativo successo, ma è sempre dagli Stati Uniti che – patria vocata alla short story, si pensi a Hemingway, a Ring Lardner, Dorothy Parker e molti altri – un paradossale Stephen King scende in campo in difesa del racconto (introduzione a The best American Short Stories 2007), offrendoci sorprese e indicazioni da seguire. L’arte perduta del racconto resiste ancora nell’universo estetico di chi scrive, ma non più in quello di chi legge. Autori acclamati di racconti come Raymond Carver, difatti, sono nati sulle riviste di settore, universitarie e per aspiranti scrittori, e a leggerli sono altri scrittori o aspiranti tali; sorge quindi il dubbio che quei racconti siano – come si diceva più sopra – auto erotici e auto referenziali.

Ernest Hemingway

L’aspetto conchiuso dell’autoerotismo pone in essere una forma psichica di onnipotenza, infantile e perversa. Siamo nell’ambito del narcisismo, in una dimensione di auto celebrazione e auto affermazione, che era la stessa di Hemingway, nella sua Vita come nel suo Scrivere.

Ma, fuori dalla dimensione del racconto, vi sono romanzi fiume, come l’”Ulisse” di James Joyce, che ci regalano la visione di un lunghissimo motto di spirito.

Dove finisce il racconto e dove inizia il romanzo?

Credo che i due generi si trovino su di una stessa linea di continuità, così come sono sulla stessa linea di continuità la vita infantile e quella adulta, la sessualità infantile e quella adulta.

James Joyce

 

Il caso di Tzvetan Todorov (“La letteratura in pericolo”, 2008), ha di recente sollevato la coperta da sopra il Vivente in Letteratura, scoperchiando e lasciando prendere aria a quella matericità esistenziale che formalismo e semiologia (secondo la lezione di Roland Barthes e suoi affini) avevano soffocato, nel nome di una attenzione alla pura materia verbale del testo.

Il ritorno alla materia vivente contenuta nei testi, con un maggiore interesse per biografismo, antropologia, psicologia, storia, sembra essere il segno di una de-nevrotizzazione della critica letteraria, ovvero, di un suo liberarsi della nevrosi indotta da un eccessivo interesse per il significante, interesse che anche il nevrotico nutre per il motto di spirito e il lapsus.

L’esagerazione di peso che si dà alla significazione altro non è che una deformazione sintomatica in seno a una nevrosi di tipo culturale? Forse sì.

Così, possiamo anche andare a rispolverare quelle pagine di bella letteratura scritte da un Raymond Carver, e scoprire – con ampia delusione retrospettiva – che esse altro non sono che puri esercizi di stile, abili orchestrazioni significanti e meramente verbali, atte a stupire i suoi – anch’essi nevrotici – adepti da rivista letteraria di settore.

E’ molto difficile, a dire il vero, trovare, dal dopoguerra ad oggi, una pagina che sia ben scritta, e al tempo stesso vitale. Che contenga Vita, la Vita, oltre che parole, ben giustapposte le une alle altre.

 

©, 2018

 

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5 COMMENTI

  1. Anche Edgar Allan Poe espresse in un famoso saggio la sua preferenza per il racconto rispetto al romanzo. Non sono del tutto d’accordo con lui, nel senso che a me piacciono sia i racconti che i romanzi, sia i saggi che gli articoli web interessanti come questo. Sono un lettore famelico. Quello che conta è la qualità, non la quantità di parole. È innegabile però che un romanzo non può avere i ritmi di un racconto e che un racconto deve limitare, giocoforza, l’analitica descrizione dei personaggi, ad esempio.
    Ecco un piccolissimo pezzo di quello che scrisse Poe: “Il racconto vero e proprio, secondo noi, offre indiscutibilmente un migliore terreno per l’esercizio del talento più elevato, di quanto possa offrire il più ampio dominio della semplice prosa…”

  2. Buongiorno Andrea, si tratta di uno scritto apparso sul “Graham’s Magazine” nel 1842 e che, ora, si trova nella prefazione di “Nathaniel Hawthorne. Tutti i racconti” edito da Feltrinelli

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