STOP – di Kim Ki-Duk

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STOP

di Kim Ki-Duk

E’ stato presentato al Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina di Milano (4-10 aprile 2016), in prima nazionale, l’ultimo film del regista sud coreano Kim Ki-Duk.

Film disperato e dolente, come e forse ancor più delle sue ultime opere, girato in prima persona, da solo, senza avvalersi di alcun collaboratore, in un’adesione totale, totalizzante al proprio cinema, sempre più viscerale, nella direzione che è stata sempre più chiara a partire dal film-confessione “Arirang”, in cui il regista svelava sé e la sua crisi, umana e intellettuale.

Questo faccia a faccia tra lui e i  suoi due attori assume, quindi, una valenza ancora più drammatica, se si considera questa vicinanza sia fisica che ideale cercata e, direi, restituita, tra regista e corpo dell’attore. Kim Ki-Duk non è nuovo all’indagine e alla scarnificazione dei protagonisti delle sue storie, spesso indagati sia nella loro individualità sia nella loro interazione come coppia, uomo- donna, o madre-figlio ed, infatti, ancora una volta, i due protagonisti sono una giovane coppia, che vive la tragedia dell’esplosione della centrale nucleare di Fukushima.

Il regista torna ad un preciso momento della storia del Giappone e non solo, il 12 marzo 2011, a quattro anni da quegli eventi e guarda a quel disastro, ma, soprattutto, alle sue conseguenze, forse per la prima volta, con un percorso inverso, partendo, cioè, dall’universale per scendere al particolare. Fukushima è il perno della vicenda, ma resta sempre cornice ai due protagonisti, che ci vengono presentati nella scena d’apertura stretti in un abbraccio, mentre non vedono, ma sentono l’esplosione della centrale. Da quel momento, più che il loro fare è il loro sentire, inizialmente reale, giustificato, ma via via sempre più irrazionale e folle, che ci viene mostrato.

Il mondo circostante, ai loro e anche ai nostri occhi, a poco a poco, scompare: i due e il loro bambino che sta per nascere sono il loro piccolo mondo in pericolo. Li vedremo sempre soli o in mezzo ad una folla anonima in movimento, mentre loro sono fermi, immobili, girano su se stessi, nell’impossibilità di prendere la giusta decisione sulla gravidanza.

Dall’abbraccio iniziale si passa alla distanza, al conflitto; da coppia diventano due individui che non riescono più a pensare, ad agire insieme, ma solo in antitesi, in due tempi, in un continuo, allontanarsi, perdersi, ritrovarsi.

In questa realtà non reale, la verosimiglianza non interessa a Kim Ki-Duk: quella che può apparire come semplificazione non è altro che radicalità, le sue accuse non vanno a “loro”, agli “altri” ma a noi. Noi siamo quello che siamo e quello che partoriamo nel corpo e nella mente, noi siamo le nostre scelte. Non c’è un fato che ci culla o un destino che ci guida, ci sono solo delle decisioni che hanno ripercussioni sempre più forti, vedi il finale, su chi viene dopo.

Ancora una volta, Kim Ki-Duk raggela, strazia con quell’umana pietà che percorre tutto il suo cinema.

©, 2016

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