HEY JOE – racconto

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Attribuita inizialmente a Dino Valenti, Hey Joe è un brano blues i cui diritti d'autore furono rivendicati nel 1962 da Billy Roberts. È assai probabile che Roberts trasse spunti per il brano da almeno tre pezzi precedenti: il primo è una ballad tradizionale degli inizi del Novecento intitolata Little Sadie che racconta di un uomo in fuga dopo aver ucciso la sua donna, esattamente come in Hey Joe: degno di nota il fatto che il testo di Little Sadie colloca gli eventi tra Thomasville, Carolina del Nord, e Jericho (nei pressi di Hollywood, in Carolina del Sud), e Roberts era originario del South Carolina; il secondo è un country di Carl Smith risalente al 1953 ed intitolato appunto Hey Joe: oltre a condividerne il titolo, il brano presenta un testo articolato anch'esso secondo la struttura a domanda e risposta che caratterizza la versione odierna; il terzo è Baby, Please Don't Go To Town di Niela Miller (peraltro legata sentimentalmente a Roberts), risalente al 1955 e strutturato secondo un'analoga progressione di accordi. Curiosamente, esistono vari master tapes su cui Roberts ha inciso il brano - il primo è da farsi risalire al 1961 - ma fino ad ora non è stata pubblicata alcuna versione a suo nome. Il rilievo storico del brano è ad ogni modo da attribuirsi alla cover che ne fece Jimi Hendrix nel suo album di esordio Are You Experienced? del 1967, nonché per il primo singolo che lo precedette, pubblicato il 16 dicembre 1966 in Europa. La canzone fu esclusa dalla pubblicazione europea, ma fu aggiunta a quella americana. (Wikipedia)

HEY JOE

 

 

 

 

La città ti buttava addosso un lamento torrido e soffocante. Moto in corsa, sirene, urla che venivano dal profondo. Intorno alla Stazione Centrale, un formicolio continuo di umanità allo sbando, tra mucchi di motorini in parte abbandonati, dove drogatelle borderline ti offrivano sesso per cinque euro, epatite e aids inclusi, il servizio d’ordine sostava inerme con le proprie inutili divise bianche e blu recanti sigle americane poco probabili, scaricando barile sulla pula e sui soldati dell’Esercito, intanto intascava il grano da losche cooperative. La notte mi sospinse verso Via Andrea Doria, dove, in un bar rientrante, avrei dovuto incontrare Joe.

Strano Joe mi dia appuntamento in un posto così elegante e ben frequentato.

Ventiquattro anni, viene dal Senegal. Uno di quei negri cattivi e arroganti, molto belli, coi capelli rasta e il fisico da modello, sogno da fumetto duro di tutte le ragazzine di quindici anni, ma con un cuore grande, un cuore che sa proteggerti, se gli entri in buona, se non lo tradisci.

Joe non sì è più dimenticato di quella cena che gli offrii che nemmeno lo conoscevo, e non mangiava da tre giorni. Subito dopo si riprese, e gli affari iniziarono a girargli bene. Ultimamente, però, mi racconta che, lavorare in proprio su una piazza pericolosa come Milano, dove tutto è in mano a bande e Boss codificati, può farti rischiare la pelle. Stanotte, se l’affare gli va in porto, può tornare nel suo amato Senegal, coperto d’oro, sposarsi e curare per sempre sua madre.

Intanto di mi regala un anello votivo, in argento, e aggiunge: «Andiamo da un’altra parte…»

Non so precisamente a cosa io gli serva, stanotte. Cerco di fidarmi. Camminiamo verso Porta Venezia, in vie buie e non frequentate.

«Un mio amico… in Via Settala, mi fa salire un attimo… tu stai giù… lì c’è un bar di amici, guardi l’ingresso del portone… se vedi uno con una camicia a fiori, mi chiami subito…»

«Ok…», dico io.

Nel locale, messo su con il gusto povero e leggermente glam della Comunità Eritrea, c’è una soffusa musica africana, luci basse, mani che ti vengono porte in segno di fratellanza, mani grandi e nere, calde. Che stringono la tua con immensa franchezza, lasciandoti addosso sempre qualcosa, non sudore, ma qualcosa che ti entra nei pori, e ti raggiunge l’Anima.

Mi offrono dell’Idromele, una loro bevanda. Buona. Fresca. Dolce. Porto il piccolo flut alle labbra, assaporo un po’ di questo lontano Continente. Ma il tempo passa.

@@@

Dal divanetto scassato, ma molto dignitoso e morbido, coperto da un telo multicolore, fisso il portone dall’altra parte della strada.

Sono due ore, almeno, che sono qui. Impalato.

Ma una ragazza, italiana e molto bella, entra e mi fissa. Continua a fissarmi, a tal punto che le vado accanto, al bancone, e le offro una birra.

Joe, scusami, senza rendermene conto, ti sto tradendo.

Perché in questo momento arriva il tizio con la camicia a fiori, e io non me ne accorgo.

Joe finalmente mi telefona: «Tutto bene?»

«Sì.»

Joe scende. Ma l’altro è nascosto tra due macchine, e io non lo so. Sono contento, della mia conquista. Ora la presento a Joe.

Lo vedo varcare il portone. Cercarmi con lo sguardo. Stupidamente io me la prendo comoda con la bionda. Ma Joe non può aspettare. Se ne va, col suo passo da negro, flessuoso e arrogante.

L’uomo con la camicia a fiori è dietro di lui. Lo vedo. Troppo tardi.

Gli intima: «hey joe!»

Joe si volta, e un colpo esplode nella notte. E Joe cade a terra, in una pozza di sangue.

 

 

 

 

 

 

©, 2017

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2 COMMENTI

  1. Bello e commovente questo racconto. La lotta eterna tra il bene e il male, la fatica nello stare sulla retta via quando si è entrati (o anche solo circondati) nel circolo della malavita, la fatica doppia per un extracomunitario che vuole integrarsi in un paese che non offre alcuna occasione di rivalsa.

    bruna 53

  2. E la vittoria finale della Morte, quale Tragica soluzione a un cammino segnato. Ho cercato di riprendere gli stilemi di tanta cinematografia e scrittura Noir sino agli anni’80. Grazie!

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