LA CIVILTA’ DEL DIVENIRE

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Vasilij Vasil'evič Kandinskij "Punto, linea, superficie" Kandinskij in questo saggio si dedica alla parte grafica che può esistere anche senza il colore. Il punto è il primo nucleo del significato di una composizione, nasce quando il pittore tocca la tela; è statico. La linea è la traccia lasciata dal punto in movimento, per questo è dinamica. Può essere orizzontale, verticale, diagonale. Può essere spezzata, curva, mista. I singoli suoni possono essere mescolati tra loro; più la linea è variata, più cambiano le tensioni spirituali che suscita: drammatiche se è spezzata, più liriche se è curva. Anche lo spessore cambia: può essere sottile, marcato, spesso, variabile. La superficie è il supporto materiale destinato a ricevere il contenuto dell'opera, si tratta solitamente di una tela (ma Kandinskij ha dipinto anche del vasellame e dei piatti). L'opera risulta dunque essere limitata da due linee orizzontali e due verticali, oppure da una linea curva (per la tela a formato ellittico). L'autore può dare accentuazione alle forme girando la tela e sfruttandone i piani diversi, ma non può fare quest'azione a posteriori, come faceva per esempio Jackson Pollock, bensì ci vuole fin dalla creazione dell'opera, lucidità e consapevolezza artistica. (Wikipedia)

LA CIVILTA’ DEL DIVENIRE

 

Potremmo iniziare col chiederci cosa sia il “Tempo”.

Norbert Elias, in un suo saggio degli Anni ’80, descrisse le varie fasi storiche in cui il Tempo cambiò forma, e modo di essere percepito. Pose a confronto soprattutto le civilità pre–moderne, con la Nostra, e fece notare come, nella modernità – io oserei dire, post copernicana, ma non ricordo precisamente la posizione di Elias su questo aspetto – il Tempo sia percepito come qualcosa di reale, che permea profondamente le Nostre esistenze. Esso è, invece, il risultato – lungi dall’essere qualcosa di reale, un fluido o quant’altro – della Civilizzazione, di un lungo processo di apprendimento, e di educazione, che nell’Uomo, ontogeneticamente, si ripete ad ogni nuova nascita. Ogni nuovo nato ripercorrerà tutte le fasi della lunghissima Civilizzazione, uscendo via via da quello stato “embrionale” che era dell’Uomo Primitivo e A-Sociale, ed entrando – grazie alla Scuola, ai genitori, alle letture, ecc.. – in una dimensione Civilizzata e Temporale.

Norbert Elias

L’Orologio è l’ultimo risultato di questo dare forma al tempo, uno strumento che ci permette di vivere socialmente, secondo scansioni temporali condivise.

Tuttavia, non abbiamo ancora detto nulla sul Tempo.

Heidegger in “Essere e Tempo” se ne è occupato, ma io non mi sono occupato di Heidegger, e farlo ora, solo per scrivere questo breve saggio, mi costringerebbe a mettere in stand-by tutto per diversi mesi, o forse anche anni, e allora chiedo scusa ai miei lettori, ma tralascio Heidegger. So che lì dentro ci sarebbe qualche risposta, ma temo il dover affrontare ora, avendo altre impellenze, un testo che richiederebbe una cura e una dedizione totali.

Mi limito allora a quello che già conosco, ai concetti che, bene o male, già maneggio con relativa sicurezza.

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Julius Evola

Cito un altro grande filosofo del ‘900, Julius Evola, che del Tempo si occupò tutta la vita, dandone riferimenti e giudizi in tutte le sue Opere, Opere “Anti Moderne”.

L’Anti Modernismo di Julius Evola lo si potrebbe riassumere in breve come Rivolta contro il DIVENIRE, rivolta contro i Miti della Modernità, uno dei quali è appunto il Tempo (altri, le Macchine, ad esso collegate).

Evola ha scritto in merito forse migliaia di pagine; che ora io salto a piè pari, riassumendo il concetto così:

la civiltà Moderna, assumendo come proprio Valore imprescindibile il Progresso, ha avocato al concetto di progresso quello di Macchina, e questa ultima, (la Tecnologia, la cultura Tecnocratica, Materialista, Scientista) ha determinato un sovra-investimento, una sovra-stima del concetto di AZIONE o ATTIVISMO.

Nella Modernità, l’AZIONE è il risultato di una Spinta in Avanti (direbbe Julius Evola) di una fiducia a-critica verso il Progresso, sulla quale si è innestata la predominanza delle Macchine quali elementi vitali della Civiltà del Divenire, della sua crescita ed espansione, che avrebbero lentamente, ma inarrestabilmente, condizionato sempre di più la vita dell’uomo, sino a stravolgerla;

sino a condurlo – auto-distruttivamente – sempre più lontano da quella dimensione arcaica, pre-moderna, che era la dimensione dell’ESSERE, in contrapposizione a quella del DIVENIRE.

Ormai, è indubbio che siano le MACCHINE a determinare il TEMPO.

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Il tempo di OGGI è il Tempo della Tecnologia. E’ un tempo più veloce di quello di solo dieci o venti anni fa. L’uso forsennato, per l’Uomo direi anche auto-distruttivo, della Tecnologia, ha così accelerato i mutamenti, da rendere l’Essere Umano sempre più solo, e disorientato, all’interno di questo Flusso di cambiamenti, tanto che l’Oggi è qualcosa destinato a diventare già vecchio, obsoleto, il giorno dopo. Con lo Smart-Phone in mano gli esseri umani si sentono felici, sentono di poter essere collegati a tutto e a tutti, in ogni istante e in ogni luogo; in verità, non sanno di avere perso la cosa più preziosa, il proprio Essere, la propria Stabilità Interiore. E di essere unicamente divorati da un’ansia panica, che li costringe a cercare soccorso in un apparecchio che dà loro l’illusione di potersi “ritrovare”. In verità sono “fuori da se stessi” e “delocalizzati”, conducono una vita esteriore e priva di una dimensione stabile, smarriti, aggrappati allo Smart-Phone come un naufrago a un’asse di legno nell’Oceano in tempesta. Questa oggi è la Nostra Civiltà, fatta di instabilità, virtualità, un mondo di Incertezze che l’Uomo si è eretto tutto attorno ad hoc, in una inconsapevole corsa verso l’auto-distruzione.

 

 

©, 2017

corollario: LO SMART-PHONE – La globalizzazione – I Tempi Moderni

 

 

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