SOGNI MONTAGNE DONNE e il ricordo di un Amico racconto

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SOGNI MONTAGNE DONNE e il ricordo di un Amico racconto
Giovanni Battista Piranesi - Autoritratto

SOGNI MONTAGNE DONNE e il ricordo di un Amico racconto

Un sogno, molto strano, come sanno essere proprio certi sogni. Erano vent’anni che Lorenzo a ritmo regolare faceva sogni simili. Sempre legati alla montagna. Più precisamente, al suo lungo esilio dalla montagna. In essi era contenuta una carica sessuale, una forma analizzabile di lutto e melanconia profonde, dovute a un distacco da qualcosa che, in lui, la montagna aveva rappresentato, o continuava a rappresentare. La dinamica del sogno era sempre la stessa. Il canovaccio di quella stramba rappresentazione ai limiti dell’assurdo si continuava a replicare, identico a se stesso. Quasi una autopunizione, una barzelletta che finiva tragicamente per farlo ridere amaramente di se stesso. Ma quali colpe aveva mai da espiare? La nevrosi è la massima colpa. Le ragioni per cui aveva fatto alpinismo erano del tutto nevrotiche. Come, nevrotiche, erano le ragioni attuali di quei sogni.

Il bisogno fisico di vivere il vuoto sotto di sé, di librarsi nella verticalità, si riattualizzava nella visione di una parete culminante in un tetto, da superare in una difficoltosa arrampicata artificiale con le staffe. Da sveglio, analizzando il sogno appena fatto, Lorenzo poteva riconoscere la parete, una grande parete della Val Masino. Eppure la stessa, nel sogno, era come addomesticata, resa meno temibile da un suo ridimensionamento a sasso di fondovalle, o addirittura grottescamente suburbano. Era come se nello stesso lavoro onirico, fosse stata esclusa la possibilità di cimentarsi con le reali difficoltà estreme che Lorenzo aveva affrontato da ragazzo, moltissimi anni prima, e fosse avvenuto un realistico compromesso tra la sua parte onnipotente, onirica, e la realtà che lo voleva fuori allenamento. La mancanza di allenamento, era in verità un fattore meno drammatico della sua più drammatica separatezza dalla montagna. Se non fosse divenuto – come direbbe Erich Fromm – così separato dalla montagna, la mancanza di allenamento sarebbe potuta essere superata con l’allenamento stesso. Ma non era così. Una più profonda frattura esistenziale si era frapposta fra Lorenzo e le sue montagne. Una frattura dovuta probabilmente a profonde angosce e a sensi di colpa per colpe fantasmatiche di morte. Come la colpa di un atto autolesivo solo fantasticato, e forse fantasticato a livello puramente inconscio. In lui qualcosa era morto, o era stato ucciso, o lo aveva ucciso lui stesso, e Lorenzo non era più quello di prima, ora viveva separato dalla sorgente stessa della vita che aveva alimentato il suo essere alpinista. La parete era come il seno della madre, che ora gli si negava. E l’angoscia che ne derivava era la stessa del neonato cui venga negato il buon alimento. Non è un caso che, appena terminato di andare in montagna, Lorenzo abbia contratto un forte tabagismo. La matrice orale del suo attaccamento al seno/parete era la stessa del suo successivo attaccamento alle sigarette. Si aggrappava alla parete con una totale fusione del suo corpo con la roccia, era un provetto e perfetto e abile rocciatore, così come il neonato è un provetto e abile succhiatore di seno buono a scopo di sopravvivenza. Entrambi sanno che la propria sopravvivenza deriva dall’attaccamento al seno/parete. Ma ora quel seno lo ripudiava. Non gli dava più il suo buon alimento. Da vent’anni e oltre a Lorenzo non erano rimaste che le sigarette, come surrogato del seno/parete.

Per la prima volta in questa lunga serie di frustranti sogni di montagna, era comparsa una figura femminile: Giovanna. A conferma di quanto mutato fosse, nel sogno, il suo rapporto primordiale con la montagna, si era inserito un elemento estraneo, amoroso, affettivo, che veniva ad alterare il suo vecchio, asessuato, rapporto con la roccia, un rapporto totale, esclusivo, puro e assoluto. Ora con Giovanna stava affrontando quella parete, che sorgeva a pochi passi dal luogo di lavoro, in un territorio amorfo compreso fra la città e le montagne, ancora a vista della periferia, delle fabbriche, della ferrovia. Giovanna gli faceva sicurezza, su un passaggio esposto, che si rivelò essere un arrampicamento sulle librerie poste nel soggiorno di casa dei suoi genitori. Un passaggio che esigeva uno speciale bilanciamento, affinché le librerie non si ribaltassero sotto il suo peso. In altre occasioni, dopo una simile constatazione, che la parete altro non fosse che una libreria domestica, si sarebbe svegliato disperato e furibondo. Questa volta, proseguì invece nella salita. Il muro presentava un solco ghiacciato, impervio, che finiva contro il cielo notturno, un canale biancastro e siderale. Finalmente il sogno perse la sua ambientazione casalinga. E Lorenzo si trovò alle prese con il vento e il gelo di una salita invernale. Giovanna lo seguiva, con un misto di timore e di fiducia nei mezzi tecnici di Lorenzo. Era questo forse il rapporto erotico che Lorenzo sognava unirlo all’amica? Non si svegliò questa volta. Ma dopo aver modificato la salita in una normale passeggiata, si ritrovò sempre con Giovanna a transitare in macchina su una strada che costeggiava l’intero arco alpino. Come sospesa al di sopra delle nuvole, permetteva di sprofondare lo sguardo nelle lontananze dell’Ortles Cevedale e delle più lontane Dolomiti. Ma le sagome di queste superbe e bellissime montagne erano trasfigurate in qualcosa di umanizzato, di femminile e siderale, presenze lontane e dominanti, Regine di altri mondi, Imperi di bellezza sublime e terrore, fatte di ghiaccio e neve virginali, vestali di purezza e dee sterminatrici. La Presolana, l’Ortles, montagne che pure conosceva, non avevano più nulla delle montagne a lui famigliari, ma si erano sublimate in entità spirituali, in velate sagome di fantasmi sospesi su un mondo che non era più terreno. Forse la macchina stava transitando in plaghe all’uomo sconosciute, fatte di luce e di tenebra, di incorporeo spirito, dove le colpe subito evaporano al contatto col possente soffio della conoscenza assoluta. Lo sguardo volgeva a Oriente, perché laggiù risiedevano le sue origini, friulane e probabilmente balcaniche. Ancora una volta era il richiamo della madre, del seno materno da cui era stato separato, ad attrarre il suo spirito in questo sogno dolce e terribile. Il male e la colpa erano dinanzi a lui in tutto il loro orrore, ma al tempo stesso un vento di perdono soffiava dall’Oriente lontano. Il gelo di quella landa infernale era profondissimo, corazzava di spesso ghiaccio le brunite pareti di repellente granito, a formare cattedrali di spiritualità alte sino al cielo e incombenti come la misericordia potente di Dio pronta a trasformarsi nel suo esatto opposto. Ma la pace era grandissima, forse rappresa nel ghiaccio, che tutto bloccava e rendeva quieto. Sulle cime il vento soffiava staccando pinnacoli di neve che parevano veli di fantasmi, o di bellissime virginali spose. L’orizzonte era infinito, e colmo di una luce che non era per nulla terrena. Eppure, a pochi metri, c’era la città, nera, caotica di torri e fumi e fabbriche, tuttavia lontana, sprofondata in un altrove remoto e irraggiungibile. Sospeso tra montagna e città, alla fine si svegliò.

 

SOGNI MONTAGNE DONNE e il ricordo di un Amico 

 

La sua svogliatezza aveva carattere panico. Era mista a una forma forse saggia di rassegnazione di fronte agli eventi della vita. Lorenzo aveva colto il suo declino professionale come occasione per riformare la propria esistenza nel segno di una minore o totalmente azzerata ansia carrieristica, per dedicarsi maggiormente alla scrittura e alle donne. In fondo, aveva molte meno responsabilità, molte meno ore di lavoro da dover smaltire, e tanto più tempo libero, tanto più tempo soprattutto mentale e sessuale, da poter spendere come meglio credeva, tra racconti e mutandine molto profumate. Le torri fumanti della città. Le finestre illuminate delle case. I bar sordidi alle sei del mattino. Le buie strade al risveglio. La vita. I camion della nettezza urbana. Amava la vita. La amava in questi suoi simboli. Nelle facce delle cassiere del supermercato. Nelle espressioni dei conducenti ATM. Nei gesti ritmati dei baristi. Nell’odore di piombo impresso sulla carta dei quotidiani. Impegnato in una ricerca assidua di scorie di verità sul suo percorso, Lorenzo incontrava personaggi sovente messi ai margini dalla società. Aveva una amicizia tra le più importanti della sua vita, Giorgio:

Uomo di  età indefinita, tendeva all’anzianità e all’eterna fanciullezza insieme. Aspirante scrittore, era artista nella vita ma non nelle Opere, queste ultime se le era prese la sua malattia, la pazzia che lo aveva visto internato al Paolo Pini prima della Legge Basaglia. Ne era uscito vivo, ma non ne era mai veramente uscito. Anche lui un esempio di svogliatezza panica. Un omaccione burbero e simpatico e vociante che mette collanine da donna e cappelli da mafioso su camicie a fiori. E legge Ferlinghetti, e recita Gregory Corso e scrive come Jack Kerouac. Eroe di periferia, vive vicino agli scali ferroviari di Greco Pirelli, un po’ di Adriano Celentano ha il sorriso stanco da amante dei verdi campi della via Gluck. Schizofrenia paranoica. Sindrome schizoide paranoidea.

Un grande amico. Le birre tenevano loro compagnia nelle serate invocanti la benigna presenza spirituale di Charles Bukowski. Lorenzo non si era mai levato di dosso – per questo nemmeno ci teneva – un certo alone di decadenza fisica e vestiaria, che immancabilmente sempre, da parte di chi lo incontrava per la prima volta, dopo un paio d’ore faceva sì che lo chiamasse affettuosamente “Buk”. Anche Giorgio, quando si incontrarono anni prima al bar, vide in Lorenzo un redivivo, anche se leggermente ripulito, Bukowski. Non era l’aspetto, decisamente più ripulito e integrato dell’originale, ma quel profondo marchio a fuoco che prende l’anima di una persona e non lo lascia più per tutta la vita. Nacque così una grande amicizia tra Lorenzo e Giorgio; Buk, la brutta copia, intendiamoci, aveva dell’originale quella disponibilità a sporcarsi con la vita, a mescolarsi coi reietti, ad autoflagellarsi con un’ironia senza scampo, oltre ad una infinita modestia, a volte ingiustificata. E poi amava le donne, tanto quanto esse amavano lui. Ed era svogliato, forse tanto quanto, o più dell’originale. Era altrettanto elegantemente, nobilmente goffo e lento. A letto, ci dava dentro con dolcezza, ma anche con una calma che sfociava nella pigrizia post alcolica. Se le donne, con lui, avevano l’orgasmo, non era per le sue qualità penetrative, ma per amore, un amore che tendeva a farlo idealizzare ai loro occhi. Quanto amava le donne. Le adorava. Giorgio la prima volta lo vide smontare da una Vespa, guidata da una bellissima femmina, che poi si rivelò essere una – mediocre, ma tanto cara come persona – pittrice. La settimana dopo lo vide in compagnia di una formosa e flessuosa morettona, che poi era la sua bella napoletana, prima della sua definitiva partenza per il Sud. La pittrice fu protagonista di un sogno nella testa di Buk, che la vide dama fra le sue mani di tanguero, sotto i portici di Via Vittor Pisani, in una performance di tango che fece loro guadagnare gli applausi di Gardel, che infine regalò a Buk/Lorenzo il proprio orologio da polso. Un sogno simbolico, anche se Lorenzo/Buk non scoprì mai cosa simbolizzasse. Era sempre stato troppo svogliato per parlarne in analisi.

Uno tsunami, e poi un incendio, distrussero a Malcolm Lowry la sua abitazione nella Baia di Eridanus, nella British Columbia. Lorenzo si continuava a chiedere quanto beneficio, quanta consolazione gli avessero dato le pagine del libro – smarrito – Traghetto per Gabriola. Quanto di lui fosse rimasto rappreso in quelle pagine indimenticabili. Dense. Tortuose. Enigmatiche. Di lui era rimasto in quel libro il se stesso del 1992. A chi era andato a finire quel libro indimenticabile? Che la metempsicosi proseguisse? Non era da escludere. Lowry era stato guaritore e sciamano. Dostojevskij moderno. Vi si era immerso come in una sauna, a tratti soffocante. Claustrofobica, da horror vacui. Il whisky. Beveva Canadian Club. Una marca quasi sconosciuta, esclusiva, ottima. Per pochi intenditori. L’aveva trovata in Friuli. La sua piccola British Columbia.

 

 

«Quando scoppierà la guerra io sarò nelle retrovie – ridacchiò contento, Giorgio, come a dire: ve l’ho messo nel culo! – e voi combatterete in prima linea. Io sono generale. Mi hanno nominato ieri notte, per telefono!»

Lorenzo/Buk fissava Giorgio. Gli era piombato in casa alle tre del mattino, per avvisarlo che stava per scoppiare la guerra. Aveva citofonato all’impazzata, sino a scuotere Lorenzo/Buk da un sonno profondo. Gli girava la testa.

«Vuoi un caffè?», gli chiese.

«Grazie, eh, i generi di conforto sono sempre graditi a noi militari in carriera!»

«Dovrebbero berseli i soldati in prima linea, non i cialtroni di generali come te. Comunque vado a fare un caffè.»

«Guarda come parli, ho tre stellette, guarda qui, bada bene.»

«Sì, le vedo.»

«Hai una sigaretta?»

«Non te le ha date la fureria?»

«La fureria è stata bombardata venti minuti fa!»

«Prendila, il pacchetto è sullo stereo.»

«Grazie, soldato.»

Puttanavacca, era fuori come una biglia. Ma era una forma di delirio simpatica. Non pericolosa. Gli faceva passare una notte diversa dalle solite. Peccato, però, che l’amico si fosse scompensato dopo 15 anni di vita quasi normale.

Il caffè saliva sotto i suoi occhi ipnotizzati dalla mancanza di sonno. Il treno. C’era un treno, un passaggio a livello, visto dal Greyhound, all’inizio di Traghetto per Gabriola. Una citazione continua di cartelli stradali. Doveva ritrovare quel libro. Poterlo rileggere. Una citazione dei film del maestro del cinema muto Griffith. Doveva rileggere quel gotico, denso capolavoro linguistico e umano. Un mondo di incendi e disgrazie. Di anime vaganti a metà tra il sogno cinematografico, e l’allucinazione personale. Povero Malcolm. Doveva aver patito molto. Era stato un grande, che ringraziava il cielo di aver incontrato, amato, letto. Grazie. Pensò.

Portò il caffè in soggiorno.

«Grazie. Adesso però devo tornare alla base, mi hanno appena comunicato un incontro con lo stato maggiore.»

«Torni alla base?»

Bevve il caffè in un unico sorso.

«Sì, è urgente. In nottata ci aspettiamo grossi rivolgimenti.»

«Avvisami, quando sei arrivato alla base.»

«Ok soldato. Ti menzionerò per una promozione.»

«Avvisami. Mi raccomando.»

Si mise sull’attenti e fece il saluto militare. Indossò il suo Borsalino e, avvoltosi nella sua sciarpa da donna, scappò giù dalle scale. Quasi sicuramente, arrivato a casa, lo avrebbe avvisato. Cosa che fece, e diede a Lorenzo la possibilità di tornare a letto.

L’essere svogliato era diventata una presa di posizione del tutto epistemologica di fronte alla vita. Ciò gli permetteva di non tener conto di obiettivi, di saturare ogni momento con uno scopo, ma di vivere, e basta, e di vivere in maniera estetica, come l’aver offerto, quella notte, un caffè all’amico delirante. Vivere secondo svogliatezza richiede umorismo e cultura. La svogliatezza è allegoria del camminare senza una meta, giacché non interessa la meta, ma il mentre. Quanto sarebbe più civile un mondo svogliato. Quanta meno violenza. La meta del goal non sarebbe più un’ossessione allo stadio, così si giocherebbero le partite di calcio in un clima rilassato, godendo del giocare e non del vincere, senza atti vandalici, senza spargimento di sangue, e girerebbero meno soldi, ci sarebbe meno sperpero di risorse e meno corruzione, e forse in un mondo svogliato non ci sarebbe nemmeno bisogno dei soldi, e non ci sarebbero nemmeno gli stupri, perché lo svogliato ama intrattenersi con una donna, ma non con l’ossessione dell’orgasmo e del possesso, ama stare con lei, giocare con lei, carezzarla e divertirsi, con lei, ama la vita, ama viverla, senza la fissazione degli obiettivi, che sono causa anche di guerre ed eccidi. Gli obiettivi sono, in fondo, sinonimo di violenza. La svogliatezza guarda al futuro nel segno della speranza, non degli obiettivi. Questi appartengono a un registro morale di contabilità esistenziale, di calcolatrici di momenti, di affaristi del successo, filistei e materiali, individui fondamentalmente infelici, che surrogano la vita con il mito della palla in rete.

 

Giovanna lo vedeva ultimamente pensieroso, davanti al registro entrate/uscite, nello stanzino degli educatori. Percepiva in Lorenzo un completo disamore per quel lavoro. Non le era difficile immaginare l’umiliazione che potesse provare a trovarsi lì a lavorare, quando poteva stare – con le sue capacità – a dirigere una redazione. Dopo tanti anni, iniziava a comprendere l’intrinseco valore intellettuale e umano di Lorenzo, un uomo che, forse, non aveva mai compreso bene e, doveva pur ammetterlo, aveva in più occasioni sottovalutato. Qualche notte prima aveva fatto un sogno strano, che non ricordava bene, ma di cui le era rimasto impresso un viaggio in macchina con Lorenzo, forse in montagna. Se le cose fossero andate diversamente fra loro due, avrebbe gradito che Lorenzo la portasse sulle sue montagne. Percepiva in lui una sicurezza, una grande competenza, che le avrebbe fatto affrontare senza paura un elemento quale il vuoto, che pure l’aveva sempre terrorizzata. Forse era il segno di un amore, o meglio, di una attrazione mai espressa per Lorenzo, troppo presto rinnegata in nome di un marito troppo presto sposato, che li aveva definitivamente allontanati. Ma ora Lorenzo, quando la guardava, aveva negli occhi una tenerezza nuova, uno slancio nel carezzarle a volte il viso con la punta delle dita, che le facevano in qualche modo intuire che, tra loro due, avrebbe potuto nascere qualcosa. Anche se una vocetta sinistra le diceva la stessa cosa che l’aveva fatta optare per il marito: “guarda che Lorenzo piace alle donne, ed è un rubacuori”. Sapeva essere così dolce, allegro, leggero, che difficilmente si poteva resistere alla tentazione di… andarci insieme. Leggero, eh sì, così appariva, malgrado egli fosse scosso quasi perennemente da una tristezza spesso senza fondo. Una tristezza che affiorava anche sul suo sorriso, e forse era proprio la qualità che lo rendeva così affascinante. Doveva pensarci bene, prima di finire a letto con Lorenzo. L’uomo che adesso Giovanna stimava, e non poteva più nascondersi di desiderare, era stato amico di suo marito. Quindici anni prima, erano stati tutti una grande compagnia. A quei tempi c’era anche la bella napoletana. Quante serate in pizzeria, tutti affiatati. La napoletana e Lorenzo avevano avuto una storia insieme, per un paio d’anni. Era il periodo in cui Lorenzo non riusciva a trovare lavoro, ma credeva già fermamente nella scrittura. E la sua donna – pur di stargli accanto – si sarebbe accontentata anche di un minimo contributo economico, purché la amasse e scrivesse i suoi libri. Ma Lorenzo forse aveva altro per la testa, piaceva alle donne, e le donne piacevano a lui. Nel giro di una settimana, presa la decisione, ella piantò Milano, e ricominciò una nuova vita a Napoli. Lorenzo sarebbe stata l’unica valida ragione per rimanere a Milano. Qui lei si sentiva morire. Si stava spegnendo. Ci era voluto del tempo, ma nella sua città natale si era ricreata una sua dimensione, le gite in montagna col CAI, il corso di pittura, era ritornata quella bellissima e vitale zingara libera che era sempre stata. Già però il gruppo si stava sfaldando. Col matrimonio di Giovanna con Marco – l’uomo che l’avrebbe distrutta – si era disgregato del tutto. In fondo era sempre stato lui, Marco, il vero catalizzatore del gruppo, teneva banco con le sue smanie ecologistiche e alternative, indiceva iniziative, serate. Lorenzo, nobilmente in disparte, faceva il donnaiolo, e questo gli era costato – nel paragone con l’etico promotore di iniziative sociali – il marchio dell’intellettuale bello e svagato, un po’ superficiale. Ma quanto si sbagliavano. Era sì un esteta, ma in lui c’era sempre stata una sottostante impronta etica, se non altro, non aveva mai illuso nessuna, e questo non è poco. Non aveva mai fatto bei discorsi, tanto per attrarre l’uditorio. Stava zitto, beveva, si ubriacava a volte, scopava con le sue bellissime conquiste, e di tanto in tanto interveniva su un piano filosofico, era davvero molto preparato, faceva le scarpe a tutti, ma il suo erotismo un po’ nomade lo aveva screditato agli occhi di tutti quei piccoli, frustrati moralisti, compreso suo marito. Non era uscita indenne dalla storia con Marco, ma se si fosse messa con Lorenzo, forse avrebbe fatto la fine dell’amica, avrebbe dovuto anche lei cambiare città.

Lo chiamò sul cellulare.

«Sto andando fuori Milano, con un amico, a recuperare un po’ di libri.»

«Ti andrebbe un cinema stasera?»

Lorenzo e Giovanna quella sera andarono al cinema insieme. Lorenzo aveva recuperato, salvato, otto sacchi più due scatole di libri. Aveva accatastato tutto fra soggiorno e anticamera, in attesa di disporre i libri sugli scaffali – già peraltro ricolmi – delle librerie. Giovanna aveva il cuore in subbuglio per la lettera dell’avvocato di suo marito ricevuta quella mattina. Era rabbiosa. Voleva parlarne a Lorenzo. Così gli propose, prima del cinema, una cena. Era il week-end che il figlio spettava al marito, e quindi poté prendersi tutta la serata comodamente. Avrebbe preferito godersi la presenza di Lorenzo più serenamente, anche perché stavolta, se l’avesse invitata la notte a casa sua, ci sarebbe andata!

Rispolverò un vestitino rosso molto corto e scollato. E le scarpe rosse col tacco. E il rossetto rosso squillante. Lorenzo era sensibile a questo tipo di messaggi.

Al ristorante sedettero in un tavolo riparato. I suoi amici cinesi l’accontentavano sempre in questo genere di richieste. Ciò non impediva però alle donne agli altri tavoli di fissare Lorenzo. Non era più molto bello, gli anni erano passati anche per lui, ma dimagrendo, aveva riacquistato parecchio fascino, con l’aggiunta di qualche capello bianco, e la barba sul mento, tenuta ispida, dello stesso colore. Lo aveva visto in momenti decisamente peggiori. A parte una recente parentesi, aveva saputo che per lungo tempo non aveva più avuto donne. Questo era un momento in cui Lorenzo, glielo si leggeva in viso, voleva rimettersi a fare conquiste. Un paio di volte lo beccò ricambiare lo sguardo della donna nel tavolo accanto. Lo faceva con molta discrezione, e non gli importava di farsi scoprire. A Giovanna faceva piacere vedere che Lorenzo avesse riacquistato un po’ della sua sicurezza di un tempo. La sicurezza erotica, in fondo, gli donava, perché la esprimeva con garbo. In lui c’era qualcosa di femmineo, per quanto la sua mascolinità fosse fuori di dubbio, che lo addolciva. Dopo aver fatto queste considerazioni, fra sé, mentre attendevano le portate, Giovanna attaccò con la questione marito.

 

 

Raccontò a Lorenzo che l’avvocato di Marco aveva scritto al suo una lettera in cui si diceva che lei era una madre incapace di educare il figlio, sotto un profilo psichiatrico, che era una donna psichiatricamente alterata. Al che Giovanna disse al suo avvocato che si era alterata, chiamando Raffaella “troia”, in sua presenza, quando questa si presentò con Marco la mattina che accompagnarono il figlio all’aeroporto.

«Tu non dovresti chiamarla troia davanti a tuo figlio.»

«Mi è scappato, è stato più forte di me, e poi è veramente una troia, quella lì.»

«Dovresti lasciare che sia lui a farsi un’idea autonoma di quella donna.»

«Eeeeh… e se l’è fatta, credimi… a volte è lui a chiamarla troia…»

«E poi che c’era scritto in quella lettera?»

«Che vorrebbero sottopormi a una perizia psichiatrica, al fine di togliermi il figlio definitivamente.»

Andò avanti, Giovanna, a raccontare che Raffaella la chiamava troia, come lei faceva con Raffaella. E che questo poteva essere un elemento a suo sfavore in sede di giudizio.

«Quindi vorresti far testimoniare Filippo in tribunale »

Giovanna fece una faccia colpevole: «So che non è il massimo, ma mi ci hanno costretta, o perdo il figlio.»  Lorenzo versò il vino per entrambi, poi posò la propria mano su quella di Giovanna, gliela carezzò con affetto. Giovanna aggiunse: «Sta scritto sugli atti in tribunale che quella lì non è gradita, e loro me la fanno continuamente incontrare. Poi, da quello che mi riferisce Filippo, la … troia … condivide spesso e volentieri la zona notte con Filippo…»

«Non dovresti mai e poi mai far testimoniare Filippo, pensa alle conseguenze per un bambino già così provato, potrebbero essere irreparabili. Piuttosto, perché non proponi una perizia psichiatrica comparata, tra te e Marco? Secondo me se fanno una perizia a Marco, finisce dritto in reparto psichiatrico. Oltre al fatto che, con tutta questa euforia nell’aria, quei due probabilmente assumo qualche stimolante.»

«Sarebbe una buona idea, non ci avevo pensato.»

«Così tieni fuori Filippo, e la risolvi ad armi pari con Marco.»

Lorenzo pensava che un bambino non può essere oggetto di contesa tra genitori. Pensava a Marco, a quando si faceva paladino di idee innovative e controcorrente sulla famiglia, a quando propugnava le idee di Laing, il grande antipsichiatra e studioso delle negative dinamiche famigliari, senza probabilmente capirci niente, ma raccogliendo attorno a sé il plauso dell’ignaro gruppetto di amici. Se solo si fosse guardato allo specchio. Ma non poteva. Era troppo esaltato, in questo momento, aveva riscoperto il sesso e la libertà, e questo gli aveva dato alla testa, oltre al fatto – Lorenzo ne era convinto – che quasi certamente si stava drogando insieme alla sua nuova compagna. Marco era il ritratto di ciò che Lorenzo non aveva mai voluto diventare, era lo spettro del matrimonio dinanzi al quale Lorenzo, per onestà, era sempre fuggito, sapendo di essere un incallito donnaiolo, un convinto e tenace esteta, incapace di mantenere una promessa di fedeltà a lungo. Dal canto suo Marco era un cattivo esteta, un deteriore esteta che si era ammantato di eticità, senza poterla sostenere, col risultato di aver perso anche il senso estetico, di essersi trasformato in un ignobile mostro. Col matrimonio, aveva scientemente voluto compiere il passo più lungo della gamba. Anche a Marco piacevano troppo le donne, ma non lo aveva mai voluto ammettere di fronte a se stesso, onestamente. Sposando Giovanna, mettendo al mondo un figlio, aveva mancato di autenticità.

Sull’onda di tali pensieri, Lorenzo poi posò l’obiettivo su di sé. Era arrivato a quarantadue anni, quasi miracolosamente, scampando fortunosamente alla morte. Poteva morire a quindici anni in un canalone ghiacciato, come a venti di Aids, o più tardi di stordimento da sostanze. Era arrivato fin qui sano  e salvo, e non poteva che considerarlo un colpo di fortuna. Qualcuno, o qualcosa, forse, lo voleva vivo. Quel qualcuno era probabilmente lui stesso, ancora alle prese con il suo più importante romanzo.

Non se lo aspettava, ma Lorenzo, a fine serata, l’aveva salutata da gentiluomo, senza farle alcun invito. In altri tempi, certo che l’avrebbe invitata. Giovanna si chiedeva cosa gli fosse successo, tanto da cambiare così visibilmente. Gli aveva dato segni evidenti di disponibilità. Eppure… Doveva essere giù, molto giù, per non coglierli. Non era da lui. Era destino che, tra loro due, non ci fosse mai niente. Prima di salutarlo, gli chiese: «Hai più rivisto Anna?»

Non sapeva chi fosse Anna.

«La inviti nel tuo letto, e non sai nemmeno come si chiama? La biondina della discoteca!»

Lorenzo ebbe come un soffio al cuore. Scese dall’auto, senza dire niente, accennando a un saluto con la mano. Dal finestrino gli gridò: «Comunque tramite una nostra amica le ho dato il tuo numero di telefono!»

Giovanna tornò nel suo grande appartamento, vuoto, silenzioso. La stanza di Filippo era innaturalmente inabitata, quasi un presagio della futura sottrazione – da parte del Tribunale – di suo figlio. Era tentata di telefonare a Lorenzo. Sapeva che era su a scrivere. Ma cosa gli avrebbe detto? Come si sarebbe giustificata? Accantonò subito l’idea. Si fece una doccia, e andò a dormire. Ma il sonno non arrivava. Una massa di pensieri confusi le passavano davanti agli occhi. Una sorta di tempesta, piena di vento e di pioggia. Avrebbe voluto piangere. Ma non ci riusciva.

Nunzia era a Milano già da due giorni, ma non si era fatta viva. Avendo la mattina libera, l’indomani, Lorenzo la invitò a pranzo con un sms. La risposta giunse subito, e fu affermativa. Avrebbe preparato due orate al forno, e qualcos’altro di buono. Non la vedeva dalla sua ultima visita, risalente a una cena in presenza della sua ex. Allora Nunzia gli aveva detto che le pareva che stesse vicino a quella donna come un padre. Si era accorta della grande valenza protettiva del loro rapporto. Quella volta Angela era stata tesa, non aveva toccato il cibo, se ne era rimasta leggermente in disparte. Non era stata una idea brillante invitare Nunzia a cena, un anno addietro. Già un anno, era trascorso. Chissà se avrebbero avuto qualcosa da raccontarsi. Nunzia gli avrebbe sicuramente chiesto della sua vita sentimentale, era sempre la prima cosa su cui si informasse di Lorenzo. Egli non capiva se a lei facesse piacere saperlo impegnato, oppure no. Gli chiedeva: “E i tuoi amori?” Usava sempre il plurale, ben sapendo che Lorenzo non si fermava ad uno. Uno per volta, ma comunque uno dietro l’altro, con una certa intensità e frequenza. Angela era stata una parentesi lunga, e piuttosto eccezionale. Che Lorenzo, ormai, ricordava col piacere di chi torni alle cose belle che sono state, che in qualche modo ci hanno riscaldato il cuore.

L’appuntamento era per le dodici e mezza. Andò in strada ad attenderla, per poi invitarla al bar per un aperitivo, prima si salire in casa.

Intravvide Nunzia sul lato opposto della strada, accanto a una macchina che doveva essere la sua nuova utilitaria, con cui gli aveva annunciato il suo arrivo a Milano. Era azzurro cielo metallizzato. Osservò Nunzia senza essere notato, gli piaceva vederla nella privatezza dei suoi movimenti agili e ariosi, fintanto che non si credeva osservata, quel suo incedere con lievi strappi di ripensamento, ma non strappi bruschi, o che togliessero leggerezza ai suoi movimenti, ma sbadati, dovuti a pensieri subito messi da parte, tanta era la sua innata volontà ad andare avanti, non sempre con un intento razionale o logico, diremmo pianificato, ma avanti abbracciando l’imprevedibilità della vita, un po’ incoscientemente. Teneva al guinzaglio il suo inseparabile cane, ormai anziano, ma sempre vispo e irruente, diseducato. Sarebbe stato ben strano vedere Nunzia con un cane addestrato, che non avesse nel sangue quella scapestrata dote di maleducazione canina che invece era del suo cane, bello così nel suo disordine, da richiamare il disordine della grande chioma riccia di Nunzia, che il vento in quel momento sollevava e abbassava come le fumate del suo amato Vesuvio. Maga Circe, donna di mare e di grotte e di grande capacità in cucina, finalmente si accorse di lui e gli sorrise, restringendo lo sguardo che, con gli anni, si era fatto leggermente miope. Se la trovò vicino, quasi contro, a portata di bacio, bacio che, però, si limitò ad essere dato sulle rispettive guance. Un momento sospeso in cui le parole non escono, guardarsi e sorridere, rompere il lieve imbarazzo camminando, verso il bar: «Ti ho aspettata giù per offrirti un aperitivo dai miei amici, qui all’angolo.»

«Ma può entrare TeuccioBBello?»

«Chiediamo. Sempre scapestrato il tuo cane…»

«TeuccioBBello è un po’ invecchiato…»

Il profilo, dal naso solo lievemente aquilino, la fronte alta e sfuggente, il mento deciso, se non un po’ duro, mascolino, aveva accentuato i suoi tratti arabi, perdendo il turgore e la tumultuosità della giovinezza, e si era tinto, d’un tratto, dei toni della lieve, rassegnata accettazione della vita, una morbida patina di colore stinto, come stinti si fanno i ricordi delle cose lontane. Lorenzo seppe allora, vedendo questo mutamento, quanto fossimo precari su questa terra, quanto i dolori ci invecchino, quanto le distanze siano a volte pericolose. La luce profonda del tramonto si era adagiata su di loro, e un sentimento di sconfitta e di perdita aleggiava nel suo cuore. A fatica trattenne un principio di pianto, mentre beveva con lei un analcolico, davanti a due stuzzichini. Le parole uscirono con una spontaneità che era naturale in chi si era amato, anche se la distanza non favoriva i loro incontri. Ogni volta che la vedeva, gli sembrava di averla lasciata il giorno prima. Eppure questa volta una somma di rughe del tempo, di stinte amarezze, avevano depositato sul volto di Nunzia una sorta di triste, incipiente invecchiamento, che a Lorenzo faceva male constatare con tanta  impietosità. Un solo anno, a volte, può lasciare solchi profondi. E quel sorriso di Nunzia, velato di una infinita tristezza, opaco come un sole filtrato dalle nubi. Avrebbero potuto ancora amarsi come un tempo? O tutto era perduto?

La debka beduina aveva ripreso a risuonare in lui. Un canto tribale di guerra. Il richiamo della biondina, di Anna, si faceva insistente. Doveva rivederla. Nunzia era la bellezza di casa, rassicurante e concreta. Anna l’amore selvaggio, la formula fisica spirituale della bellezza pura, quella che può portare alla follia, rapire agli inferi. Preso tra due fuochi, Lorenzo si trovava nel mezzo di uno scontro di potenze cosmiche, di inauditi campi stellari. Il richiamo dell’atto finale, era potente in Lorenzo. Il richiamo di Anna era cosmico e nichilistico. Volontà di morte e annullamento nell’unione potente con le forze del cosmo. Perdersi in esse. Nunzia era la Itaca ritrovata, la casa, il focolare, la concreta normalità delle cose. Lorenzo, vuoi rimanere intrappolato in questa concretezza? O vuoi viaggiare nell’infinito, fino a perderti? Lorenzo, vuoi seguire le tracce di una prosa concreta, o non vuoi per caso farti rapire dalle orme di Rimbaud? L’Inferno è lì che ti attende, con il suo più bel Dio, pronto a darti Luce e Bellezza. Vai!…

Stavano cenando in una birreria retta da naziskin. Un ambiente nazional popolare molto alla buona, dove si mangiava bene a prezzo contenuto, nella bolgia di uno stanzone imperlinato come una mensa austriaca. Nunzia sfogliava la posta raccolta, dopo un anno, in casa propria, messale da parte dalla sua giovane inquilina.

«Mi ha presentato il suo ragazzo… aveva una stretta di mano molliccia… che senso… molliccia e umida…»

«Cosa fa la tua inquilina?»

«E’ una manager, si occupa di controllo di qualità in una grande ditta… una multinazionale…»

Già, pensò Lorenzo, che nella sua vita aveva concluso poco e niente. Il volto di Nunzia era reclinato sul pacco di bollette e dépliant che, da brava e precisa donna di casa, ispezionava dalla prima all’ultima riga. Di tanto in tanto raccoglieva con la forchetta un pezzo di ananas dal suo piatto. Nunzia era la dea del focolare. Il richiamo era forte in Lorenzo, di questa fantasticata vita a due nella pace domestica. Nunzia sarebbe stata una perfetta e bellissima compagna. Avrebbero passato le loro serate chi a scrivere chi a dipingere. Magari si sarebbe potuto trasferire a Napoli, nella sua casa incantata fatta di tufo. Affacciata sul mare. No. Ma cosa vai a pensare… tu hai bisogno di questi marciapiedi, di questo asfalto, di queste puzze tipicamente milanesi. Dopo qualche giorno ti mancherebbero i tuoi viaggi in metrò. Il rumore del traffico. La ressa del supermercato.

Altra è la bellezza che tu cerchi. Prepotente, gli balzò in mente il volto di Anna frantumato dalle luci stroboscopiche. Il cuore gli iniziò a battere più forte. L’umore gli si alterò.

«Cos’hai? Ti vedo strano…»

«Io prendo un dolce, qui li fanno bene…»

Si alzò di scatto, poi si voltò: «Tu vuoi un dolce?»

«Sì, chiedi se hanno qualcosa al cucchiaio, tipo crema catalana!»

Affondavano i loro cucchiai nei rispettivi bicchieri. Lorenzo cercava una via di salvezza. Una soluzione. Disse: «Vorresti passare la notte con me?»

Nunzia ebbe un’espressione di resa sconfortata. Disse: «Lorenzo, io sono incasinata… non poco…»

Ancora un po’, e avrebbe ceduto. Lorenzo: «… dai…come ai vecchi tempi…»

«Lorenzo, se vengo da te, io da Salvatore non ci torno…»

Non poteva insistere oltre. Il terreno si stava facendo pericoloso. Si era scoperta a tal punto? Lo amava ancora a tal punto? Si vergognò di sé. Infinitamente. Pagò il conto.

SOGNI MONTAGNE DONNE e il ricordo di un Amico racconto

©, 2009

 

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