Diritto di critica. Una lezione di stile da Papa Francesco.

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Diritto di critica. Una lezione di stile da Papa Francesco.


di Giuseppe Federico Mennella

 

17.4.2015 – Tre storie di cronaca mostrano quanto sia diffusa la tendenza a confondere l’espressione del dissenso e le informazioni sgradite con le offese e la diffamazione. Da questo Papa è giunta una lezione di stile, di fair play: niente tuoni e fulmini ma la ricerca di un contatto diretto con il suo critico per spiegare le ragioni del suo comportamento con la presidente dell’Argentina. E anche per ringraziare il giornalista, forse in base al principio che la critica fa bene. Credenti e non credenti, accomunati dalla corsa alla querela contro una pur minima critica giornalistica, dovrebbero prendere esempio da Papa Francesco. L’argentino Bergoglio ha prima telefonato e poi scritto al giornalista argentino Alfredo Leuco, che lo aveva criticato per gli incontri con la presidente Cristina Kirchner. Il Pontefice poteva tacere oppure reagire in ben altri modi – considerati il suo potere e il suo fascino popolare – contro il giornalista, non casualmente del suo stesso Paese “alla fine del mondo”. Ovviamente, bisogna essere molto ingenui per credere che in Italia questo esempio possa essere seguito. Nelle stesse ore le cronache ci hanno informato di altri due fatti. Il primo consiste in una ben motivata sentenza della terza sezione civile della Corte di Cassazione che ha assolto giornalista, direttore ed editore di un settimanale accusati e processati per diffamazione per un articolo critico nei confronti di Mediaset e Silvio Berlusconi per la vicenda dei diritti cinematografici. I supremi giudici hanno sentenziato con lucida motivazione che il giornale era rimasto nei confini del diritto di cronaca e di critica, rispettando i principi della verità, dell’interesse pubblico e della continenza espressiva. Le spese processuali sono state poste a totale carico di chi aveva promosso l’azione civile. Peraltro la Cassazione ha così confermato le sentenze del tribunale e della Corte d’Appello. Tre collegi hanno fatto emergere ciò che ormai dovrebbe essere noto: in Italia si fa un ricorso un po’ troppo frequente e immotivato alle corti di giustizia se un giornalista si permette di criticare un potente, di scavare nei movimenti di una grande società. E si portano il cronista e il suo giornale davanti ai giudici civili e/o penali per bloccarlo, per intimidirlo, per indurlo all’autocensura.Nella sentenza della Cassazione si dice con chiarezza che se ogni critica venisse considerata una lesione della reputazione di una persona o di un ente, si giungerebbe a una totale censura e alla negazione del diritto all’informazione. Il secondo fatto è in sé modesto: un giornalista del fattoquotidiano.it si è permesso di scrivere una critica sulla recitazione di un’attrice di 1992, la serie in onda su Sky. Si è scatenato l’inferno. Ma non lo ha scatenato l’attrice: è stata la sua mamma. La quale ha invaso i social network coprendo di contumelie (e altro) il malcapitato cronista che stava semplicemente esercitando il diritto di critica, costituzionalmente tutelato. Ovviamente la mamma ha anche minacciato di querelare il giornalista per diffamazione, invocando per l’occasione un istituto dell’ordinamento, diciamo, di nuovo conio: la querela per la diffamazione non a se stessi ma a una terza persona (vivente). Anche se figlia. Qui è in gioco l’amore di mamma, un bel sentimento particolarmente coltivato in Italia. Ma anche questo bel sentimento dovrebbe riconoscere l’esistenza di questo diritto costituzionale che si chiama libertà di stampa. Diritto il cui rilievo è un tantino più alto dell’amore di mamma. 

 

Queste tre storie, di proporzioni e contenuti diversi, hanno un fondo comune: mostrano tre modi diversi di reagire al diritto di critica, alle osservazioni critiche di un giornalista, che quel diritto ha il dovere di esercitare. 

 

 

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