HEIMAT e vari LUOGHI dell’ANIMA – Logos e Veleno – Parola Purificatrice – elzeviro

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Heimat è un vocabolo tedesco che non ha un corrispettivo nella lingua italiana. Viene spesso tradotto con "Casa", "Piccola patria", o "Luogo natio" e indica il territorio in cui ci si sente a casa propria perché vi si è nati, vi si è trascorsa l'infanzia, o vi si parla la lingua degli affetti. (Wikipedia)

HEIMAT e vari LUOGHI dell’ANIMA – Logos e Veleno – Parola Purificatrice

 

A Stendhal, a “La certosa di Parma”

A Camillo Boito, a “Senso”

Heimat 2

La Valchiavenna è un topos legato profondamente alla mia vita e alla mia Formazione. Se la mia heimat è da considerarsi più il Friuli, lungamente rimasto punto di riferimento dei miei spostamenti e della mia produzione letteraria, tornando ad essere in ultimo Milano, mia città natale e attuale luogo di vita, la Valchiavenna affonda in un passato quasi mitico.

Dapprima luogo di passaggio, sempre col Dante Porta, verso la soprastante Val Bregaglia e il suo immane Granito, divenne poi luogo, un vero luogo.

 

Un luogo con un Amico, un luogo in cui fermarmi. E a volte tornare. Non più per proseguire verso il Granito, ma per starci, o esser-ci. Da tempo, con il Granito avevo chiuso.

… lasciai le Montagne. Preferii passare alle letture, alle musiche, alle sigarette, alle donne…

Scesi da quelle Montagne, scesi dalla Val Bregaglia, e mi ritrovai a Venezia.

Mi ritrovai matricola del Corso di Laurea in Filosofia, alla Statale di Milano. Ma la mia heimat era oltre il Fiume Adda, a Est, a Oriente, nelle antiche terre della Repubblica di Venezia.

Renzo, nei Promessi Sposi, in un passo fondamentale del romanzo, supera l’Adda. In quel momento, si sente per sempre perdutamente lontano dalla sua Lucia.

Quando, alla fine degli Anni ’80, i treni locali che mi portavano a Venezia, superavano l’Adda, io sentivo approssimarsi la mia heimat. Era l’inverso che per Renzo Tramaglino.

La lettura di Giovanni Comisso mi impose un taglio di capelli alla Legionario Fiumano. Il basco di mio nonno e gli anfibi ai piedi, anche d’estate. Ero un ventenne decadente ed estetizzante. Sempre in abiti larghi, eleganti, leggermente spiegazzati. Senza saperlo, interpretavo, a modo mio, la nascente moda, il nascente gusto di Giorgio Armani. Giravo per Venezia con quella mia aria trasognata, tanto che le ragazzine mi fissavano. Cristina era orgogliosa del progresso dei miei studi universitari. Dopo 5 anni di ITIS, diedi il mio primo esame di Filosofia, senza alcuna preparazione pregressa in materia, e lo superai con trenta e lode e applauso dell’intera Aula. Lo diedi col il grande Professor Franco Fergnani.

«Mi parli del concetto di categoria. L’individuo è riducibile al concetto di categoria?»

Era una delle domande più facili. Le più difficili, in quanto tali, ora non riesco nemmeno più a ricordarle.

Con l’ultima battuta della mia specie di “relazione”, l’Aula esplode in un applauso e in grida di “bravo!”, ero il primo della prima sessione di giugno: il che è considerato dagli universitari una sorta di suicidio.

Ci avevo messo tutto il precedente inverno a Venezia a preparare quell’esame.

Dopo Campo San Barnaba, proseguendo lungo la calle che porta all’Accademia, c’era una libreria, di nome Toletta. Vi trovai vecchissimi tomi, in parte ammuffiti, di Nietzsche (Aurora e frammenti postumi) e di August Strindberg. Il mio Decadentismo Estremizzante stava ricevendo il giusto alimento, per portarmi verso l’incipiente NEVROSI.

Cataclisma…

Guerra…

Gli Eserciti stavano già avanzando verso il terreno del loro imminente Scontro, dentro la mia povera Psiche. Quei due Eserciti, li stavo armando io stesso, con le mie letture: Nietzsche “Sull’Utilità e il danno della Storia per la Vita”, “Crepuscolo degli Idoli”… “Il Delitto di Fausto Diamante” di Giovanni Comisso, e sempre suoi “Le mie Stagioni”, “Il Porto dell’Amore”, “Gioco d’Infanzia”, “Mio sodalizio con De Pisis”… Non mancava la lettura di Ezra Pound in Campo San Vio da dove, lo stesso Pound, diceva potersi godere, al tramonto, della più bella Visione del Bacino di San Marco.

Ma tutto questo, era l’inizio di una Guerra…

Se Julius Evola fosse vivo, se gli potessi parlare, come sto facendo ora con Voi, potrebbe capirmi, e portarmi a mano, per mano, nei passaggi del suo “Il cammino del Cinabro”, dove Egli parla di cose in tutto simili, cui è scampato, per miracolo.

La parola è principio vitale, il logos è principio divino e motore dell’Universo, secondo la cabbalah ebraica. Esso, essa, la parola, ha un potere, simile a quello delle Rune, e se attivata, può realmente sconvolgere. Solo un antidoto, una contro-parola, anch’essa ebraica, una parola come contro-veleno, la può curare: la psicoanalisi.

Così, fu…

Non potei evitare di scoprire Thomas Mann. Non potei evitare di leggere “La Morte a Venezia”. Non potei evitare di scoprire Luchino Visconti. Non potei evitare di andare alla Biblioteca Sormani a vedere la cassetta de “La Morte a Venezia” di Visconti. E non potei evitare di scoprire la musica di Gustav Mahler.

… il casino era divenuto … totale, come avrebbe detto, in altre circostanze, lo scrittore noir francese Jean-Claude Izzo.

«Ti sei dato alla lirica…», mi disse G***.

A quei tempi, una telefonata da Milano a Chiavenna equivaleva a una spesa pari a mezzo stipendio, con in più che, essendo “interurbana”, non si sentiva niente.

Stavo parlando al mio amico G***, compagno di studi a Filosofia, e gli stavo dicendo che avevo scoperto la Sinfonia n 2 (“Resurrezione”) di Gustav Mahler. Diversamente da quanto egli poteva credere, ascoltavo e riascoltavo solo il Primo Movimento (tralasciando tutta la parte cantata), quello che mi riportava alle atmosfere granitiche della Val Bregaglia, poco sopra a dove G*** viveva, in un antico palazzo di Chiavenna col vincolo delle Belle Arti, Palazzo Salis.

 

 

Mi stavo addentrando sempre di più nel logos. Nelle potenze insondabili della parola. In quella fase, una fase che durò almeno una trentina d’anni, appresi, purtroppo, del logos – in gran parte – il suo potere destrutturante, distruttivo. Ma fu il cammino necessario, la necessaria e propedeutica, dantesca discesa agli inferi, per poi apprendere il potere PURIFICATORIO della parola, iniziare a padroneggiarlo, e giungere alla guarigione, o meglio, come Julius Evola direbbe: alla auto-realizzazione. Il secondo passaggio, implica inevitabilmente, inflessibilmente, il primo. Non c’è liberazione dalle catene, se prima non ci sono state le catene.

Ero partito per Venezia, con ai piedi i miei vecchi scarponi da montagna. Era tarda primavera, ma nevicava, faceva freddo. Cadeva una neve mista ad acqua. Era strano camminare sul selciato di Venezia, con le calzature che mi avevano portato a 4000 metri di quota anni prima. Ma una volta, sul vaporetto n 1, una notte, avevo visto un vecchio veneziano, col fucile da caccia riposto nella custodia, e un carniere con due anatre da lui abbattute, che aveva gli stessi miei scarponi ai piedi, avendo fatto una battuta di caccia “in valle”, come si dice. Gli inverni, allora, erano molto rigidi. E Venezia era una ghiacciaia. Quella sera, salutata Cristina nella sua casetta di Fondamenta Contarini, accanto alla Madonna dell’Orto – dove trova sepoltura Jacopo Tintoretto – salutati i Mori (antiche sculture messe a reggere degli angoli di un edificio) in Campo dei Mori, presi per il Sestriere di Castello, con la mia sacca da marinaio dell’Esercito Americano in spalla, il vecchio giaccone di panno Blu Marine, e andai a trovare Padre Eugenio Scalco all’Ospedale Santi Giovanni e Paolo. Mi stavo apprestando a compiere un viaggio per me allora misterioso, attraversare le Alpi, utilizzando le corriere locali, e giungere, da Trento, in qualche giorno, a Chiavenna, e quindi dal mio amico G***.

Campo dei Mori – Venezia

Palazzo Mastelli, detto anche “dei Cammelli”, davanti al quale abitava Cristina – Venezia – citato in un fumetto di Hugo Pratt.

 

 

Si entrava nell’Ospedale Civile dalla facciata dell’Antica Scuola Grande di San Marco, del Codussi, un edificio asimmetrico, magnifico, un sogno, come la Chiesa dei Miracoli, che si incrocia cento metri prima di Rio dei Mendicanti, il Rio che divide il Sestriere di Cannaregio da quello di Castello.

Chiesa di S. Maria dei Miracoli – Venezia

Le corsie dell’Ospedale Civile di Venezia, a quei tempi, mettevano angoscia. Vi era la decadenza dell’antichità unita alla mala cura dei tempi moderni, per cui vi si respirava qualcosa di malato, di macabro e decrepito, nelle luci fioche ed esangui degli immensi Reparti, che andava oltre – simbolicamente – lo stato di malattia dei degenti. Trovai il mio amico frate che dava messa nella cappella. Aspettai che si togliesse i paramenti, poi andammo a berci un bicchiere di vino in un bacaro lì vicino, fumandoci un sigaro a testa. Gli spiegai le ragioni di quel mio viaggio. Lui mi regalò una copia del Fedone, dialogo platonico sulla Morte, da leggere mentre raggiungevo il mio amico.

Scuola Grande di San Marco – Venezia

 

Ci salutammo sulla Riva dei Sette Martiri. Conobbi, anni dopo, il figlio, o il nipote, di uno di questi “sette” che furono massacrati dalle SS la mattina del 3 agosto 1944. Aveva un negozietto di Caccia e Pesca in una angusta calle del Cannaregio, dietro Santa Fosca. Ci passavo sempre davanti, nei miei pellegrinaggi veneziani quando, con passo sicuro, allegro, stavo andando da Cristina. Bevemmo insieme una quindicina di bianchi, in piccoli bicchieri, addossati alla vetrinetta di un bacaro, un freddo pomeriggio, e ci salutammo, per sempre, ognuno andando via, barcollando. Stavo aspettando il vaporetto sulla zattera, che mi avrebbe portato alla Stazione ferroviaria di Santa Lucia, quando un uomo anziano mi chiese se avesse potuto offrirmi uno spritz. Non tardai a capire che si trattava di un vecchio, solitario omosessuale. Di estrazione proletaria. Un povero Cristo a tutti gli effetti. Non avrei corso alcun rischio, ad accettare, e avrei messo da parte qualche buona impressione per miei futuri lavori letterari.

A quei tempi, essere anziano, essere povero o proletario, ed essere omosessuale, significava dover raccattare qualche bel giovane alla stazione ferroviaria, o alla fermata del vaporetto, e magari, per qualche minuto di compagnia, doverlo pure pagare. Per, magari, ricevere anche una buona raffica di botte. Non era vita allegra, per quelli che, erroneamente, venivano chiamati Gay.

Oggi, è diverso. Oggi possono baciarsi liberamente per strada, davanti a tutti. Oggi gli omosessuali hanno, forse, trovato quell’allegria che, erroneamente, la Storia aveva consegnato loro troppo in anticipo sui tempi.

Lo spritz, allora, lo si beveva solo a Venezia, e solo nei bacari, o a Padova. I bacari erano localacci disadorni, anche un po’ sporchi, dove il proletariato veneziano andava a bere vino scadente, o spritz fatto alla bell’e meglio, spizzicando un po’ di granseola, tettina, rumegal, polpa di granchio, lumachine… ecc…

Una elencazione di piccoli piaceri, che il popolino non si negava per nessuna, nessunissima ragione, ma c’erano anche le vinerie altolocate, come Ardenghi, presso Santi Giovanni e Paolo, dove andava la borghesia, o addirittura la Venezia nobiliare (di casa vecia, come che xe dise…).

Tutto ciò, è stato irrimediabilmente spazzato via, nobili e proletari, bacari e vinerie di lusso, tutto spazzato via dallo spirito dei tempi, dallo Zeitgeist degli Anni 2000. Dalla tanto osannata Globalizzazione…

L’anziano uomo mi fece qualche domanda, senza però osare di farmi nessuna proposta. Ero, evidentemente, ai suoi occhi, troppo diverso dai sensuali militari meridionali che, ai tempi, erano tra i principali fornitori di prestazioni a pagamento per le vecchie “checche”… veneziane. Me ne tornai alla mia zattera, ad aspettare il vaporetto, con una strana inquietudine addosso, e una tristezza che si sovrapponeva alla pioggia mista a neve. In una notte ventosa.

Presi una littorina, un trenino diesel, che procedeva, coi suoi soli tre vagoni uniti in un corpo unico alla motrice, nella pianura Veneta, verso le Montagne. Le stufette elettriche emanavano la loro benefica vampa di calore, da sotto le panche in legno dello scomparto. Era un dondolio continuo, fra boschi e scenari bellissimi, fiumi, torrenti, campi coltivati che la neve andava imbiancando, Ville Venete, frazioni e paesi che Giovanni Comisso, mio intramontabile Maestro, aveva descritto nei suoi racconti.

 

 

Castelfranco, Bassano, Valstagna, Trento. A Bassano salirono dei ragazzini con le loro amiche, e gli insegnanti, una comitiva scolastica di ritorno da una gita, volti giovani e rosei, campagnoli, esempi di pittura veneziana del ‘700. A Trento entrai in un bar, e chiesi informazioni per i collegamenti con le corriere. Conoscevo a memoria la topografia delle Alpi. Avrei dovuto portarmi verso il bresciano, verso l’Adamello, superare il Tonale. Il barista mi disse che ero matto, con quel tempo, mettermi a fare in corriera una traversata simile!

Trovai al volo una corriera per la Val di Sole. Man mano che il mezzo saliva verso quelle altezze, la temperatura si faceva sempre più rigida, e il nevischio era diventato una vera tormenta di neve. Scesi a Cles. Erano le undici di sera. Tutto chiuso. Osai bussare all’uscio di un rimessaggio di bombole di gas. Per cinquemila lire, il padrone mi fece dormire sulla brandina, al caldo.

Con la lampada frontale collocata sulla testa, rimanenza della mia abbandonata attrezzatura alpinistica, lessi tutta la notte il Fedone.

 

Platone – Opere Complete – Edizioni Laterza

All’alba, un sole forte e gioioso illuminava la vallata innevata di fresco. Fui fortunato, e dopo solo altre dodici ore di viaggio, facendo vari cambi, potei suonare il campanello di Palazzo Salis, a Chiavenna, dove abitava il mio fidato amico G***.

Sua madre, ora ricordo, era una donna bellissima. Mi preparò un pasto sostanzioso, per riprendermi da quel viaggio così duro. G***, nel salone affrescato, suonava sul suo pianoforte a coda delle rapsodie improvvisate al momento.

Uno spleen che, anni più tardi, imparai a riconoscere, anche in me stesso, gli imponeva all’improvviso degli inspiegabili silenzi, delle fughe nella sua stanza. Fui costretto a salutarlo, dopo una di queste sue crisi, con le mille scuse di suo padre, che si vergognava e cercava di farmi capire, una cosa difficile, da capire, ma che, anni più tardi, ahimè, avrei capito. E mi accompagnò alla stazione dei treni, a Colico.

Non ebbi mai più notizie, di G***, amico che rimpiango da allora.

 

FINE PRIMA PARTE

 

 

SECONDA PARTE

 

Pausa musicale:

 

 

 

Se vogliamo, la seconda parte di questo “viaggio” è meno mesta. Chiavenna l’avrei ritrovata, ma in una veste Erotica e nuova.

Conobbi, dopo il trascorso veneziano, una donna che avrebbe inciso sulle mie future scelte amorose, e lavorative. Una dottoressa, specializzanda in psichiatria.

I capelli mi erano ricresciuti. Ormai, quella che io avevo inconsapevolmente avviato, era diventata una moda. Tornai alle origini, al capello mosso, e disordinato. Non avevo ancora del tutto dismesso l’abito elegante. Iniziavo i miei studi di Psichiatria.

Passavo gran tempo in Ospedale. E in Biblioteca. Giravo sempre con una borsa colma di libri di psichiatria e psicoanalisi. Fra tutti, le Opere Complete di Sigmund Freud, e un libro che avrebbe avuto tanto peso nella mia formazione: “Interpretazione della Schizofrenia”, di Silvano Arieti.

«Sto andando in biblioteca», dico al telefono, da una cabina.

«Vestiti elegante – mi dice R*** – stasera andiamo al Buro Borsari, abbiamo l’invito per una serata Privé.»

Mi ritrovai, quel pomeriggio, tra i lunghi tavoli della Biblioteca, in blazer e sciarpa di seta bianca.

R*** venne a prendermi smontata la Guardia. Era stanca, bella, sfatta e sensuale. Molto più grande di me. Molto più esperta. Aveva fatto una constatazione di morte sul luogo di una sparatoria.

Cenammo in uno dei primi ristorantini cinesi defilati. Poi andammo al ritrovo esclusivo.

Nel bagagliaio della sua Uno ancora in rodaggio, depositammo le nostre borse: io, la mia piena di libri scientifici. Lei, la sua, colma di medicinali e attrezzi medici.

Non lo vedevo da cinque o sei anni. Ma lo sentivo a volte al telefono. Dante, il giorno prima mi aveva detto di aver fatto, il solitaria invernale, la Via dello Spirito

e poi di averla concatenata alla Giovanoli, al Balzetto, in un solo giorno, e in tempo record. Aveva potuto compiere un’impresa simile, perché le due pareti erano completamente corazzate di ghiaccio, e le difficoltà su roccia erano state totalmente azzerate: era salito in piolet-traction su entrambi i tracciati, in una condizione di favorevolissima progressione su ghiaccio.

Non potevo ancora saperlo, ma quella notte, mi sarei di nuovo trovato sotto quelle pareti, sotto le MIE pareti. In Val Bregaglia.

… ma ormai, le parole del Dante era come non avessero più presa, su di me… ero molto vicino alle mie Montagne, ma al tempo stesso, ne ero lontano, mi ero auto-confinato in un luogo remotissimo e staccato dalle Montagne…

Bella musica, bella gente primi Anni’90. Eleganza di un privé che non aveva ancora nulla dell’osceno dei privé di oggi, ma solo il principio di un glamour esclusivo fatto di musica, ballo, bevute costose. Pagava R***, col suo stipendio, allora ancora misero, di dottoressa alle prime armi.

Verso mezzanotte, ce ne andiamo. In macchina ci viene voglia di fare l’amore. E lo facciamo veramente. Poi io le dico:

«Ti porto stanotte a vedere l’alba a St. Moritz…»

«Dai, sì…»

Facciamo il pieno. Partiamo alla volta delle Alpi.

Spingo la povera Uno oltre il limite di velocità consentito dal rodaggio. Superiamo tutto il Lario, il Pian di Spagna, la città di Chiavenna. Passiamo accanto alla casa del mio vecchio amico. Imbocchiamo la Valchiavenna, dove la strada sale rettilinea verso il confine italo svizzero, a Villa di Chiavenna.

Ci siamo dimenticati un pezzetto d’hashish sul cruscotto, accanto alla piccola scorta di cioccolata e alle molte sigarette.

Vestiti da sera, eleganti, abbiamo un freddo cane. La notte è cristallina, e gelida.

A Villa di Chiavenna, i doganieri svizzeri ci fermano. Uno, mi sembra di riconoscerlo: è una Guida Alpina che avevo visto una volta portare un cliente in Albigna. Sarà la nostra salvezza.

Il piccoletto, dalla faccia da ranocchio, si vede arrivare due cittadini, vestiti da discoteca, alle due del mattino, a una frontiera dove, di giorno, passeranno una quindicina di auto in tutto. Probabilmente erano anni che non doveva più fermare nessuno a quell’ora.

«Tofe antare?»

«St. Moritz…»

«Tocumenti preko…»

Mi sovvengo all’improvviso dell’hashish. Dico a R*** di buttarlo sui sedili di dietro, ma nel casino non lo troviamo. L’altro doganiere intanto ispeziona l’interno dell’auto con la torcia elettrica.

Ranocchio torna.

«Perché kvi a kvesta ora?»

«Noi folere … scusi, vorremmo farci un giro oltre il Maloja…»

«Aprire pakagliaio, preco!»

Vado io. Ci sono le due borse.

Inevitabilmente, assumo anch’io una sorta di cadenza teutonica:

«Io studente, leggere molto!»

Apro la mia borsa, e mostro tutti i miei libri…

«Ziii, geeertooo… aldra porsa, aprire, preko!»

«Mia amica tottoressa, afere meticine…»

Metto una mano dentro, afferro la prima cosa che mi capita, estraggo la mano, la sollevo, e mi ritrovo, all’altezza degli occhi, un fascio di siringhe ipodermiche!

Esclamo: «O cazzo!»

… è la fine…

«A Zi! Zi! Zi! Tofe ezzere zostanza! Zostanza!»

Ranocchio è incazzato nero, e noi nei guai sino al collo. Chiama la Guida Alpina nell’Ufficio. Si mette al telefono. Passa un’ora buona.

La Guida Alpina viene da noi.

Tento una carta, l’unica buona carta che io possegga in quel momento:

«Come è la Via dello Spirito in questi giorni?»

«Ah, molto pella, salita con kiaccio, placche zommitali molto feloce salita in picozza.»

«Ah, pene pene!», dico io.

Questo doganiere, noto che, ora, mi osserva con sguardo diverso.

Ranocchio torna, reggendo i documenti. Ha un’aria delusa.

Malcrato tutte sue ricerke, non afere rilefato nulla ti krafe. Tefono farci prosekuire.

Alzano la sbarra, e noi proseguiamo.

Albeggia. E i miei occhi, dopo dieci anni buoni, rivedono ciò che videro in uno dei momenti, forse, più belli della mia vita. Spose ammantate di bianco, verticali e scintillanti pareti grigio nerastre, con drappi argentei e scintillii improvvisi, come di diademi sospesi nella volta del cielo che, in basso, era ancora dipinta del colore della notte.

… siamo materia fatta … di sogno …

Il passo del Maloja si inerpica per qualche tornante. Decidiamo di fare l’amore sulla neve. Stendiamo una coperta, e facciamo l’amore nella foresta.

Sento di non starle tradendo, queste montagne che dominano tutt’attorno, mentre una nuova forma d’Amore si sta affacciando nella mia Esperienza. Non trovo sia molto diverso, fare l’amore, con una Montagna, o con una Donna. E’ proprio la medesima cosa.

Mentre l’ombra di un cervo ci passa accanto, e svanisce poi nel buio, portandosi con sé, per sempre, questo segreto.

 

 

Finale musicale:

 

 

©, 2017

 

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1 COMMENTO

  1. Molto toccante e significativo il racconto e interessanti i link musicali .
    Sicuramente per me è stato anche rivivere miei momenti personali del passato a Venezia , Chiavenna e Saint Moritz. Grazie Andrea .

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