LA VAL DI MELLO, IL TEMPO CHE FU – elzeviro

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LA VAL DI MELLO, IL TEMPO CHE FU

 

1)

Questo racconto inizia a Rovellasca. Un paesino operaio alle porte di Milano, ma attaccato più che altro a Saronno. Quella Landa a Nord di Milano che, in età matura, avrei amato di un amore forte e saldo, l’amore per le periferie e le lande di case umili di umile edilizia popolare, che tanto celebrò uno scrittore che avrei imparato ad amare: Giovanni Testori. Forse amo la parte a Nord di Milano, perché è più vicina alle mie montagne, e lì, mi sento meno solo, pur nella desolazione di quei cieli segnati dai capannoni delle industrie…  La casa di Bruno era a ridosso della rotaia unica delle Ferrovie Nord. Una villetta cubica, bianca, che potresti trovare anche a Cremona, o in Friuli, o in tutto il Nord Italia. Il cagnolino, di razza, molto di razza, era anche molto piccolo: delle dimensioni di una mela. Stranamente non mi dava fastidio, né mi faceva impressione. La diapositiva ritraeva Bruno su una parete inclinata, non era verticale a 90 gradi, ma appoggiata. In tinello, la televisione da giorni trasmetteva i Funerali di Enrico Berlinguer. La roccia era color asfalto. Non avevo mai visto una roccia di un colore così scuro, e uniforme. Attorno alla figura del Bruno, con le palme delle mani appoggiate alla roccia, c’era della vegetazione. Sentivo qualcosa di strano, in quella inquadratura.

 

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Enrico Berlinguer

Vi avvertivo una rilassatezza innaturale, per uno che fosse esposto a metri e metri da terra. Poi, la vegetazione dava una nota di relax.

«E’ la Val di Mello…», fa Bruno. Avverto che non vuole dilungarsi sull’argomento. Come fosse un Tabù.  Una roba di cui, con me, non si poteva e non si doveva parlare. Forse per ordine del Dante.

 

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Gian Piero Motti

Val di Mello… non tornò più sull’argomento, mi disse solo che era “da quelle parti”, indicando un punto indistinto verso Nord, quando fummo nel vialetto del giardino, e io mi stavo incamminando con lo zaino in spalla a prendere il trenino per Milano. A quei tempi non c’era Internet. C’erano solo i libri, e le cartine geografiche, e le parole degli amici. E i libri, solo in specifiche, non molto diffuse, librerie. E costavano, parecchio, li dovevi pagare, e magari, ordinare… Non avevo alcun modo di poter capire il mistero di quel nome… Mello …

Di quegli anni, ho il vago ricordo, come in sogno, di treni i cui scomparti avevano un odore antico di ferraglia, di tendaggi sporchi, di polvere cotta dal calore delle estati. I finestrini erano incorniciati nel legno, un legno scuro e tenace, e le tendine erano color marrone/dorato, puzzavano di polvere rappresa da decenni, con stampati temi floreali alla maniera di Fortuny, un antico stilista veneziano. I vagoni dondolavano e cigolavano. Aspettavo magari il treno Locale alla Stazione di Lecco, al buio, al freddo, da solo, mangiando un avanzo di panino preso dal mio zaino Cassin 25 litri, e assaporavo i primi segni della mia indipendenza. Una grande, sconfinata malinconia si apriva dentro di me. Come un crepaccio a campana. I crepacci a campana sono i più pericolosi. Affiorano alla superficie del ghiacciaio con un lieve taglio nella neve, ma al di sotto, si aprono appunto a “campana”, divergono, e se ci cadi, nessuno ti recupera più. Sono diversi dai crepacci tradizionali, o ciechi. Così, dentro di me, si apriva una voragine fatta di silenzio. Nulla in cui mi perdessi con angoscia, ma piuttosto un forte senso di appartenere a me stesso, unicamente a me stesso.

Non potevo aspettare il treno, senza percepire, nel buio attorno a me, sopra di me, quello scenario di montagne. La notte le cancellava, ma esse vivevano tutt’attorno. Uno o due anni più tardi, un’estate, al mare, mi sarei letto “I Promessi Sposi”. Non mi sarei mai più diviso da quelle montagne. Tutt’ora, che ho 49 anni, sento di portarmele ancora dentro.

Così, come più tardi, avrei iniziato a portarmi dentro i miei nuovi compagni: i libri.

Due matrimoni che in me perdurano da una vita.

La mia storia letteraria, inizia proprio sui libri di montagna. Le mie prime letture erano quelle che ritraevano celebri alpinisti nelle loro imprese. Fu Alessandro Manzoni a “battezzarmi” a tutta l’altra, restante Letteratura di tutti i tempi.

Vorrei qui ricordare un bravo scrittore di Montagna: Gian Piero Motti.

« …sarei molto felice se su queste pareti potesse evolversi sempre maggiormente quella nuova dimensione dell’alpinismo spogliata di eroismo e di gloriuzza da regime, impostato invece su una serena accettazione dei propri limiti, in un’atmosfera gioiosa, con l’intento di trarne, come in un gioco, il massimo piacere possibile da un’attività che finora pareva essere caratterizzata dalla negazione del piacere a favore della sofferenza… »

(dalla guida della Valle dell’Orco – Tamari Editore).

Sì, Wikipedia ha scelto bene, proprio un pensiero che connota quegli Anni. Wikipedia prosegue, lapidaria: Morì nella notte tra il 21 e il 22 giugno 1983 all’età di 36 anni togliendosi la vita.

Ha fatto la fine di tanti altri intellettuali piemontesi. Un mese più tardi, io avrei iniziato la mia, di avventura alpinistica, e non sapevo che, un mese prima, si era tolto la vita colui che sarebbe rimasto uno dei miei futuri maestri ideali. Si avvicinò giovanissimo alla montagna. Venne ammesso nel Club Alpino Accademico Italiano nel 1972 e nel Groupe de haute montagne nel 1973. Tramite il suo pensiero ed i suoi scritti teorizzò il “Nuovo Mattino” intravvedendo già la fine dello stesso. “CENTO NUOVI MATTINI” di Alesdsandro Gogna, “UN ALPINISMO DI RICERCA”, Ivan Guerini e “IL GIOCO ARRAMPICATA DELLA VAL DI MELLO”…

 

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« Con l’incremento dei mezzi tecnici si è creduto di progredire, ma in realtà non si è fatto che regredire sul piano umano. A poco a poco si è creata l’illusione di poter salire ovunque, si è creduto ingenuamente di poter aprire il territorio alpinistico a chiunque, usufruendo dei mezzi aggiornatissimi che la tecnica ci ha messo a disposizione. La stessa illusione amarissima la sta vivendo la società occidentale, la quale, credendo assai presuntuosamente di assoggettare la natura ai propri voleri, sta assistendo impotente alla distruzione del pianeta »

(G. Motti, Rivista Fila, 2-1976). Un nuovo Maestro della mia Età matura, Julius Evola, avrebbe potuto scrivere le medesime righe…

All’ITIS Galvani era dura la vita per uno studente della mia specie. Al cancello, al mattino, ci si guardava tutti con sfida e con protervia, forse impauriti li uni dagli altri, così animati e scontrosi, da avere della vita una anticipazione di guerra. Non potendo legare con la specie di compagni che avevo, individuai un ragazzo che aveva una giaccavento da montagna, rossa e blu, della allora marca Samas, una giaccavento tecnica, che poteva indossare solo un vero alpinista. Scoprirò che aveva la mia stessa passione, ma anche con lui ebbi solo qualche breve scambio molto lapidario, come se il clima di Guerra che imperava su tutto, non potesse far nascere un’amicizia nemmeno fra due compagni di ideali come noi due. Se la memoria mi assiste, era imparentato con l’alpinista Guido Rossa.

 

Guido Rossa
Guido Rossa

Guido Rossa (Cesiomaggiore, 1º dicembre 1934 – Genova, 24 gennaio 1979) è stato un operaio e sindacalista italiano, assassinato durante gli anni di piombo dalle Brigate Rosse. Appassionato di montagna, è anche ricordato per la sua attività di alpinista, di fotografo e per il suo impegno nel Club Alpino Italiano. (Wikipedia).

Io e questo ragazzo scambiammo, in tre anni, una quindicina di pensieri in tutto.

 

2)

Ognuna di quelle pareti porta il nome di qualche salitore…

L’occhio non esperto non le vede, ma su di esse ci sono delle linee ideali, dei percorsi, chiamati “Vie”. Bruno ed io, partimmo finalmente per la Val di Mello. Per poi proseguire sino in quota, e pernottare al Rifugio Allievi. Per tentare la Via “Gervasutti”.

Per tutto il viaggio cadde una pioggerella vaporosa. Io già stavo capendo che – della Via Gervasutti – non se ne sarebbe fatto niente.

Arriviamo a San Martino Val Masino. Pareti di granito si alzano così monumentali e possenti sul paese da farci sentire letteralmente schiacciati.

C’è una schiarita. Il sole asciuga brevemente la roccia. Incerti se proseguire sino al rifugio, per non correre il rischio di essere colti dall’acqua sul sentiero, decidiamo di unirci a tutta una torma di giovani arrampicatori, che solitamente dormivano nella capanna messa a disposizione da Giuseppe Miotti.

Andiamo su qualche placca facile. Per la prima volta, mettevo le mani su questa roccia chiamata granito. Oltre ad essere bagnata, io la stavo salendo come avevo sempre salito il calcare. Non avanzavo di mezzo metro, la roccia mi ributtava giù. Io sentivo che “non stavo capendo questa strana roccia”.

La placca aveva una fessura. Bruno stava osservandomi alle prese con un terreno a me estraneo. Ma comprese che io mi ostinavo a trattare il granito come calcare. «Metti le punte delle scarpette nella fessura, incastrati dentro…», mi disse…

Finalmente, cominciai a salire di qualche centimetro… l’anno dopo, avrei salito la Giovanoli al Pizzo Balzetto, duemila metri di GRANITO puro… col Dante Porta…

Quella notte, dormimmo con gli altri “mellisti”, tutti studenti milanesi come me. Ai piedi della capanna, si parlava del nostro imminente destino universitario. Allora non mi sentivo di fare parte del gruppo dei “mellisti”. Per spregio verso le mode, al risveglio Bruno decise di andarsene via, senza pagare l’obolo a Miotti, dicendo, con un’alzata di spalle: «Lascia perdere tutta questa fuffa…».

Solo ora, a distanza di tanti anni, sento tenerezza per me e per quei ragazzi. A dividerci, a ridosso degli Anni ’70 che stavano gettando la loro ombra sui primi ’80, vi era lo spartiacque abbastanza severo di un’ideologia modistica che a me già allora andava stretta, ma la Storia è andata avanti in una maniera tale, in una maniera talmente deteriore che, ora, credo, io, e quei ragazzi oggi uomini, potremmo avere molte più cose in comune, di quante non ne avessimo a quei tempi.

 

©, 2017

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