CAPE FEAR (Il promontorio della paura) – Martin Scorsese-Robert De Niro-Nick Nolte-Jessica Lange-Juliette Lewis-vendetta-persecutore

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CAPE FEAR (Il promontorio della paura)

REGIA: MARTIN SCORSESE

Usa: 1991

Con: Robert De Niro, Nick Nolte, Jessica Lange, Juliette Lewis, (Robert Mitchum, Gregory Peck)

Durata: 122 minuti

 

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John D. MacDonald – Cape Fear

Lo si potrebbe soprannominare “scontro tra titani“, non solo per la rilevanza che i due attori hanno sulla scena (De Niro – Nolte), ma per la stessa ambigua rilevanza tragica che può avere il legame tra un avvocato (Nolte) – che non ha fatto appieno il proprio dovere – e il suo cliente psicopatico-perverso (De Niro) che, dopo 14 anni di galera (da egli considerata in parte immeritata) cerca di ristabilire un equilibrio tra le fortune del suo ex difensore (un ottimo lavoro, soldi, una bella casa, una bella moglie, una bella figlia, ecc…), e le sfortune patite in galera per “colpa” di un patrocinatore pubblico che avrebbe insabbiato le prove che avrebbero dovuto determinare uno sconto della pena.

Legame a doppia mandata, perché la fortuna dell’uno equivale – in un’ottica fantasmatica, in chiave del tutto psicoanalitica – alla dannazione e alla sfortuna dell’altro; quindi, l’altro, lo psicopatico, non sarà mai soddisfatto e non si sentirà mai ripagato di quei 14 anni, nemmeno vedendo le ceneri bruciate del suo traditore, nemmeno avendo la certezza che le sue minacce e le sue sevizie possano avergli reso la vita impossibile,  perché 14 anni non tornano, e soprattutto, non tornano se si ha la convinzione che, almeno 8 di questi, siano stati scontati in galera del tutto ingiustamente, per pigrizia, vigliaccheria, o altre disposizioni psicologiche del proprio difensore.

Vendetta senza fine… oltraggio illimitato alla vita privata, famigliare, alla stessa integrità psichica del proprio “traditore”, perché niente, e nessuno, né soldi, né qualsiasi ben di Dio, potrà – nella sua visione perversa – bilanciare nell’animo di Max Cady (De Niro) la perdita subita, e quindi la persecuzione dovrà essere totale, senza fine, non dovrà lasciare spazio alla benché minima speranza, in Sam Bowden (Nolte), di poter scampare al braccio vendicatore di un demone (De Niro) che esclama: “Io sono grande quanto Dio! Dio è piccolo quanto me!”, e minaccia Bowden di fare la fine del biblico Giobbe (in breve destinato a perdere tutti i suoi beni terreni)

Il film non può però sfuggire a una seconda lettura, in chiave psicologico-sistemica, una lettura delle dinamiche famigliari all’interno della triade Avvocato-Moglie-Figlia: Danielle (la bravissima Juliette Lewis) è un’adolescente costretta a subire i continui litigi tra i due genitori, vive in un’ovattata (anche se al tempo stesso infernale) atmosfera alto borghese all’interno di una grande lussuosa villa, nella quale passa gran parte del tempo chiusa nella sua stanza di bambola, in mutandine, a spiare ambigui film in cassetta all’insaputa dei genitori, a fantasticare su sesso e letteratura e a crogiolarsi nella propria incipiente sessualità femminile pronta a sbocciare in tutta la sua prepotenza. L’aggressività sessuale dei genitori sembra essere scaricata sulla figlia, e sembra essere quest’ultima la vera ragione che attrae le attenzioni perverse di Max Cady, quasi fossero una condanna alla lussuria dei genitori, della quale essi incolpano la figlia, capro espiatorio di una sorta di “immoralità” di coppia che non trova altre vie di redenzione, se non quella di fare impazzire – solo in parte – Danielle.

Lo scontro finale è apocalittico, nel vero senso della parola, e lascia aperte molte strade.

 

Robert Mitchum – Cape Fear, 1962 – regia J. Lee Thompson

©, 2006


CAPE FEAR (Cape Fear)

DIRECTOR: Martin Scorsese

Use: 1991

With: Robert De Niro, Nick Nolte, Jessica Lange, Juliette Lewis (Robert Mitchum, Gregory Peck)

Duration: 122 minutes

It could be nicknamed the “clash of the titans”, not only for the importance that the two actors on the scene (De Niro – Nolte), but ambiguous for the same tragic importance that can have the link between an attorney (Nolte) – that has done its full duty – and its customer-twisted psychopath (De Niro) who, after 14 years in prison (he considered to be partly undeserved) tries to restore a balance between the fortunes of his former lawyer (a good job, money, a nice house, a beautiful wife, a beautiful daughter, etc …), and the misfortunes suffered in jail for “guilt” of a public advocate would have covered up evidence that would have resulted in a reduction of his sentence.

Ties and double-locked, because the luck of one is equivalent – from a fantasy in all of the key psychoanalytic – and bad luck the other to damnation, then the other, the psychopath, it will never be satisfied and not repaid will ever hear of those 14 years, even seeing the ashes of the burnt his betrayer, even with the certainty that its threats and its abuse can make life miserable for him, because they do not come back 14 years, and especially, if you do not return the belief that, at least 8 of these have been discounted completely unjustly in prison, out of laziness, cowardice, or other psychological dispositions of his lawyer.

Vengeance Unlimited outrage without end … to privacy, family, the same psychic integrity of their “traitor”, because nothing and nobody, neither money, nor any gift of God, will – in his perverted vision – to balance the soul of Max Cady (De Niro) suffered the loss, and then the persecution will be total, unending, it will leave room for the slightest hope, Sam Bowden (Nolte), to be able to escape the avenging arm of a demon (De Niro) who exclaims: “I am as big as God! God is as small as me, “Bowden and threatens to make the end of the biblical Job (soon destined to lose all his worldly goods).

But the film can not escape a second reading in the key psychological-systemic, a reading of the dynamics within the family triad Lawyer-Wife-Daughter: Danielle (the excellent Juliette Lewis) is a teenager forced to endure the constant bickering between the two parents, living in cotton wool (although at the same time Hell) high-bourgeois atmosphere within a large luxurious villa, where he spends most of her time in her room doll in panties, watching ambiguous films on tape without their parents, to fantasize about sex and literature, and bask in its nascent female sexuality ready to bloom in all its arrogance. The sexual aggression of the parents seems to be downloaded on the daughter, and it seems to be the real reason that attracts the attention of Max Cady perverse, almost like a condemnation of lust from the parents, which they blame the daughter of a scapegoat kind of “immorality” of the couple who can not find other means of redemption, but to do crazy – in part – Danielle.

The final battle is apocalyptic, in the true sense of the word, and leaves open many avenues.

Automatic translation

 

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