VIAGGIO NEI LAGER

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Una delegazione di novesi in pellegrinaggio nei lager nazisti

L’Amministrazione Comunale di Nova Milanese  in occasione dell’Anniversario della Liberazione, ha promosso una serie di iniziative compresa la partecipazione  di una delegazione novese a un pellegrinaggio nei campi nazisti. Il pellegrinaggio organizzato dall’Associazione Nazionale ex Deportati Politici nei Campi Nazisti (A.N.E.D), ha avuto tappe nei campi di Ebensee, il castello di Hartheim, Gusen e Mauthausen, dove il 9 maggio, come ogni anno, si è svolta una Manifestazione Internazionale che ha visto la presenza di numerose delegazioni di molti Paesi del mondo che direttamente o indirettamente hanno condiviso e sofferto la tragedia della guerra nazi-fascista.

I lager: le fabbriche della morte.

Pochissime e frammentarie le informazioni che ciascuno ha riguardo i campi di sterminio: poche annotazioni presenti nei manuali scolastici, qualche immagine vista nei pochissimi documentari televisivi e qualche notizia appresa dal nonno, dallo zio, da un parente o conoscente quando racconta alcuni episodi della II  Guerra Mondiale. Alcuni hanno letto qualche libro sull’argomento. Per la maggioranza delle persone, non vi e una conoscenza precisa al riguardo.

Molti poi minimizzano questi fatti ormai così lontani; altri mettono addirittura in discussione l’esistenza stessa dei campi di sterminio.

In realtà questi luoghi di deportazione prima e sterminio poi, erano uno dei punti portanti del progetto politico che Hitler e il suo stato maggiore intendevano realizzare con la costituzione del Grande Reich.

E’ proprio con l’ascesa al potere di Hitler in Germania che  vengono istituiti i campi di lavoro forzato. Dachau, vicino a Monaco in Baviera, fu istituito appunto nel 1935 e sempre in quell’anno venne costituito anche il campo di Buchenwald. A Dachau furono sterminate 67.000 persone; 70.000 perirono a Buchenwald.

Mano a mano che le truppe hitleriane invadevano altri paesi, il sistema dei campi di concentramento veniva riprodotto: in Austria, in Polonia, in Francia, in Cecoslovacchia…in Italia.

Un apposito Ufficio Amministrativo Economico con sede a Berlino, programmava e regolava la costruzione dei campi. Mauthausen, Gusen, Flossemburg, Treblinka, Auschwitz, San Saba…nomi che ancora oggi significano terrore e morte. Ufficialmente furono 1.188 i campi di sterminio realizzati dai nazisti e alla fine della guerra risultò che in tali campi ben 13.000.000 di uomini, donne e bambini di ogni paese d’Europa, vi furono deportati, dei quali 12.000.000 furono sterminati.

Viaggiamo con altre delegazioni: alcuni familiari di vittime dei campi,  rappresentanti del Comune di Solaro, della Provincia di Vercelli, del Comune di Abbiategrasso con due studentesse delle medie superiori, le più giovani del nostro gruppo. Con noi viaggiano ex deportati dei campi di Flossemburg, Dachau, Mauthausen e di altri lager. A Verona salgono altre cinque persone in rappresentanza dello Provincia di Padova.

Sono stati distribuiti alcuni materiali informativi sui lager realizzati dall’A.N.E.D. e noi abbiamo consegnato a ciascuno, copia del Quaderno di informazione …per non dimenticare, realizzato dall’Amministrazione Comunale di Nova Milanese in occasione dell’Anniversario della Liberazione.

Siamo prossimi al confine, il cartello autostradale segnala l’uscita Bolzano.

Una testimonianza:

“Dopo averci portato a San Vittore, un giorno ci mettono su dei vagoni ferroviari per portarci in Germania. Con me ce ne sono altri di Nova. E’ qui a Bolzano che con altri deportati sono scappato. Non so come, ma siamo riusciti a rompere delle tavole del carro ferroviario e mentre il treno viaggiava verso la Germania, siamo saltati giù. Era notte e i militari tedeschi a guardia dei vagoni non ci hanno visti, se no ci avrebbero sparato.”

Il grande prato della piccola cittadina di Ebensee è punteggiato da una variegata quantità di colori. Oltre ai labari delle Associazioni degli ex deportati nei Campi Nazisti, numerosi i gonfaloni e le fasce tricolore di Sindaci dei Comuni italiani presenti. Tra questa folla di giovanissimi e giovani, ragazzi delle scuole medie e medie superiori, adulti, anziani, si incontrano conoscenti, amici, colleghi di altri comuni, familiari delle vittime dei campi, ex deportati che si salutano e si abbracciano.

Cinquantasette anni dopo la Liberazione, dalla fine della guerra, si è in molti  qui presenti … per non dimenticare.

Distribuiamo le ultime copie del fascicolo pubblicato dal Comune di Nova. In molti a richiedercelo, purtroppo non ne abbiamo  per tutti.

Un filo interminabile si snoda per il sentiero che porta alle gallerie. Ebensee e’ una tranquilla cittadina austriaca sul logo Traun, a 60 chilometri do Salisburgo. Nel 1942 i nazisti vi costruirono uno dei  lager esterni dipendenti da Mauthausen. Furono circo 10.000 i deportati trasferiti da Mauthausen a Ebensee e adibiti alle costruzione di grandi gallerie che avrebbero dovuto ospitare impianti industriali per la costruzione di armamenti.

Pur essendo un campo di lavoro, Ebensee divenne uno dei campi con altissima mortalità, tanto che si rese necessaria la costruzione di un forno crematorio.

Il lavoro nelle gallerie era estenuante e reso ancor più spossante dal clima gelido e dall’ alimentazione miserabile. Qui i  deportati sopravvivevano in media qualche mese.

Per questo lager passarono  più di 6.000 deportati e tra questi numerosi italiani, dei quali 552 vi morirono.

All’interno della galleria fa freddo e c’è molta umidità. Silvana, la figlia di Bruno Fabello esponente della Resistenza Italiana e nipote di Angelo Fabello morto a Mauthausen, ci spiega la storia del campo. Al nostro gruppo si sono aggregate altre persone: giovani e adulti della Lombardia, della Toscana e della Liguria.

Siamo in fondo alla galleria dove Renzo  e a un altro signore di Prato, spiegano la vita del campo: il momento dell’ arrivo, i turni di lavoro, la qualità e quantità del cibo.

Questa signore di Prato è arrivato in questa campo all’età di 14 anni. Aggregato all’infermeria il suo compito era quello di portare i cadaveri al forno crematorio.

E’ un attimo: Renzo non riesce a trattenere le lacrime, il signore di Prato si blocca con un nodo alla gola, il gruppo si scioglie e ciascuno guadagna rapidamente l’uscita.

Fuori il sole è alto: riscalda e asciuga l’umidità, il sudore e le lacrime che stemperano la rabbia accumulata. Nel cimitero Lepetit – Roberto Lepetit fu uno dei tanti antifascisti morti a Ebensee – si svolge la commemorazione. Pur non essendo cronisti non possiamo fare o meno di registrare quei semplici gesti carichi di tristezza e al tempo stesso di amore: Antonio che abbraccia il suo amico Angelo di Manzo ex deportato a Gusen, Giuseppe che saluta Zilli, di Sesto S. Giovanni, ex deportato a Dachau,  la minuta signora che accarezza con   affetto lo fotografia del proprio congiunto e chi cerca in tutti i modi  di inserire tra le fessure delle pietre un fiore.

Parliamo con un’ anziana di Genova ex deportata a Dachau. Suo padre  era internato con lei e non e più ritornato.

Altri incontri, altre emozioni, altre domande, tanta rabbia.

Ci si scambiano  indirizzi, si saluta questa e quello, consegnamo copia del fascicolo “…per non dimenticare” al ministro aell’educazione austriaco e alle altre autorità, che ci ringraziano.

Siamo di nuovo in viaggio diretti al prossimo campo.

Abbandoniamo la riva del Danubio ed eccoci o Gusen. Qui tra il 1940 e il ’42 sorse uno dei più importanti campi nazisti, dei 47 lager esterni dipendenti da Mauthausen. Diviso in tre sezioni, il campo conteneva da 10.000 o 20.000 deportati che venivano fatti lavorare nella cava di pietra e successivamente nelle gallerie sotterranee dove si producevano parti di aerei  e armi automatiche.

A Gusen detto la tomba degli italiani, il periodo medio di sopravvivenza era di due soli mesi. Si calcola che vi morirono in un tempo relativamente breve più di 57.000 deportati. I nomi dati dei deportati italiani qui deceduti sono 1.451.

Anche o Gusen come in altri campi di sterminio venivano praticati sui deportati, esperimenti scientifici. Detenuti sani servivano come cavie in particolare per lo studio dello tubercolosi che veniva iniettata appositamente nei soggetti. Terminate le osservazioni gli ammalati venivano eliminati praticando loro una iniezione di benzina.

Del campo che si estendeva su un vasto territorio, oggi non è rimasto nulla se non un piccolo fazzoletto di terreno acquistato dall’Associazione degli ex Deportati nei Campi Nazisti di Italia, Belgio e Francia.

In una piccola costruzione al centro di questa area, è conservato quello che costituisce il simbolo dei campi di sterminio: il forno crematorio.

Per quanti non hanno mai visto un campo, con le enormi teorie di filo spinato elettricizzato, i posti di guardia, le sale di tortura e le camere o gas, la vista di un forno crematorio è spesso violenta, dura. Non vi sono mediazioni, mezzi termini, giri di parole per mitigare quanto ci si appresta a vedere: dagli sportelli aperti si vedono le barelle sulle quali milioni di persone sono state bruciate.

Nella stanza siamo in tanti stipati attorno al forno. Il silenzio è totale, pieno. Guardiamo quella macchina di morte che pare fumighi ancora. Commozione e angoscia sono quasi concrete. Stiamo vivendo uno di quei momenti dove comunicarsi impressioni, pensieri, sensazioni è facilissimo. Basta guardarci in faccia l’un l’altro per trovarvi gli stessi sentimenti: rabbia, dolore, tristezza, ma anche ribellione, voglia di fare.

Usciti da quella  piccola stanza è naturale vedere qualcuno che si abbandona in un pianto liberatorio. In molti vi è il desiderio di gridare a quanti vivono, a poche decine di metri, da questo muto testimone della follia umana, con le finestre della cucina, del soggiorno, della sala da pranzo o della camera da letto  che guardano dritte nel forno, la propria rabbia il proprio disappunto.

Come è stato possibile che qualcuno abbia concesso regolare autorizzazione per rendere edificabile questo territorio?

Perchè le autorità italiane non si sono adoperate per far si che il campo di Gusen e altre città della morte, venissero mantenute a testimonianza di quanto l’uomo sia in grado di fare in nome di “sacri” principi??Cosa ne è stato dei campi o sottocampi di Bolzano, Fossoli, Borgo S. Dalmazzo?

Discutiamo tra noi sul valore e il significato di mantenere queste testimonianze e dei possibili modi per farle visitare a moltissime persone in particolare ai ragazzi. La risposta non tarderà a venire. Al momento si evidenziano difficoltà burocratiche, economiche, ma soprattutto la mancanza di volontà da parte delle istituzioni e di conseguenza delle forze politiche di intraprendere iniziative tese a far ricordare.

Quello di dimenticare, peggio di cancellare là dove è possibile  segni della storia, non è solo una prerogativa italiana.

Il castello di Harteim è tra gli altri forse l’esempio più eclatante di come le autorità austriache in questo caso, non hanno voluto tutelare tale luogo di sofferenza e di morte. In questo antico castello dell’Alto Danubio, dal 1940 al 1944 i nazisti organizzarono uno dei tanti istituti di eutanasia e campo di sterminio dipendente da Mauthausen.

La soppressione di vite indegne di essere vissute venne messo in atto a partire dall’autunno del 1939. Malati mentali, bambini colpiti da gravi malattie ereditarie a deboli di mente compresi, venivano inviati nei centri di eutanasia e posti in un piccolo locate ermeticamente chiuso, camuffato da doccia, dove nei tubi al posto dell’acqua, passava ossido di carbonio. La morte di quei pazienti avveniva per asfissia e le famiglie venivano successivamente informate che la causa del decesso era dovuta a debolezza cardiaca o per polmonite. i corpi venivano poi cremati nel forno  installato nel castello.

Qui ad Harteim furono uccise circa 50.000 persone; di questi si conoscono i nome di 285 italiani.

Alla fine della guerra le autorità austriache pensarono bene di far alloggiare nelle stanze del castello, quelle persone, quei profughi che durante il conflitto avevano perso tutto, casa compresa.

Ancor oggi il castello, proprietà privata, è adibito ad abitazione civile escluse due sale al piano terreno, le uniche aperte al pubblico.

E’ mattina presto quando, domenica 9 maggio, lasciamo Linz. Riattraversiamo il Danubio e per una ripida strada raggiungiamo la sommità di una collinetta. Siamo tra i primi ad arrivare al campo di Mauthausen.

Le imponenti mura di recinzione con quelle torrette di guardia ci lasciano sgomenti e attoniti.

Il giorno prima avevamo chiesto a Renzo:

Perchè tu che hai trascorso diversi mesi in un campo di concentramento, ogni anno ritorni?

Semplice la risposta, quasi naturale

Per dire ciao ai miei compagni.

Superata la porta di ingresso del campo ci troviamo nel piazzale dell’appello con ai lati le baracche. Ci si stringe attorno a Renzo che si guarda intorno per un attimo poi alza entrambe le mani in segno di saluto e con enorme sforzo riesce a dire …a tutti voi. Un nodo gli stringe la gola ed anche noi non possiamo fare a meno di piangere.

In questo campo istituito nel 1938 e funzionante fino al maggio del ’45, sono passate più di 206.000 persone e oltre 110.000 di queste sono state uccise o vi hanno trovato la morte per le violenze subite. I deportati italiani morti a Muathausen sono 5700.

Seguiamo Renzo per le strade del campo, entriamo nelle baracche, nella  baracca che lo ospitò con altri deportati. Il suo racconto è spesso interrotto da lunghi silenzi e dal pianto. Muti e attenti ci muoviamo nelle sale dell’infermeria, edificio dove ora è allestito il museo del campo. Grandi pannelli con fotografie, riproduzione di documenti e vetrine che contengono piastrine di latta con inciso il numero del deportato, le casacche, i contenitori del mortale gas zykton B, i triangoli rosso per i politici, verde per i criminali, celeste per i nomadi, violetto per i cercatori di Dio, rosa per gli omosessuali e nero per gli asociali, con all’interno l’iniziale della nazionalità dei deportati, I per italiani, F per francesi, P per polacchi…, le scodelle, le scarpe, i cucchiai, tutto conservato come rare reliquie.

Qualcuno ci indica il muro dei lamenti e l’angolo delle esecuzioni con il colpo alla nuca. Entriamo nella camera a gas camuffata da sala da bagno con i getti delle docce e gli scarichi dell’acqua. E’ naturale guardare in alto in direzione dei rubinetti, dai quali non è mai uscito un getto d’acqua. Ecco il sezionarium, il locale dove venivano tolti ai cadaveri i denti d’oro.

Poi i forni crematori. Erano tre i forni in funzione a Mauthausen, ed eccoli lì d’innanzi a noi. Ancora rabbia, angoscia, commozione…e un susseguirsi di emozioni e sentimenti che ci pervadono e ci portano ad assumere propositi di impegno che poi, una volta ritornati al nostra quotidiano, difficilmente sapremo mantenere. Abbiamo visto piangere adulti, giovani e giovanissimi. Retorica? Certo che no. Il toccare con mano questa realtà, risulta a volte drammatico, ma è di fronte  a questi oggetti semplici che testimoniano e parlano un linguaggio straziante che immediatamente comprendiamo l’importanza di conservare intatte queste tremende testimonianze della storia dell’altro ieri.

Di fronte all’entrata del campo nella parte sinistra e nel lato destro si trovavano le baracche e altri edifici delle S.S. Oggi sorgono i monumenti delle diverse Nazioni.

Chi si trovi a passare da queste parti, sappia che da domenica 9 maggio 1995, fra le molte lapidi affisse attorno al monumento degli italiani, vi è la targa del Comune di Nova Milanese con una triplice scritta:

…per non dimenticare.

Sono 186  gradini che dalla strada di accesso portano giù alla cava. Su questa scala della morte migliaia sono state le persone fucilate a uccise dai sassi che  rotolavano giù.

Parliamo con molte persone soprattutto ex deportati: una sìgnora belga ci  racconta scampoli della sua esperienza nel campo; poi è la volta di un signore piemontese che trascorse molti mesi qui a Mauthausen.

L’incontro con Pablo, uno dei pochissimi spagnoli usciti vivi da questo campo, ci lascia a dir poca allibiti.

Pablo n questa lagher ha trascorso cinque anni!

E’ nel piazzale dell’appello che ha luogo la commemorazione. Un greve suono di tamburi accompagna lo sfilare delle  molte  delegaziani  presenti.  Un  gruppo  di  ragazzini  di  una  scuola  media  dell’hinterland  milanese accompagnati da alcuni docenti, cantano Bella Ciao. Fanno eco i delegati dell’Ucraina, mentre un gruppo di giovani dell’ex Unione Sovietica con tanto di bandiere rosse e pugni alzati, intonano l’internazionale.

Si canta sottovoce preoccupati quasi di disturbare la moltitudine presente nel vento, nella cenere, nella polvere che impalpabile aleggia sul campo.

Uno striscione bianco con delle scritte fatte con le bombolette spray è sorretto da giovani chi con orecchini, o con capelli lunghi, chi con la testa rasata tranne alcuni ciuffi colorati di verde. Sopra ad un’asta sventola una piccola bandiera rossa e nera. E’ un gruppo di anarchici ai Linz che con la loro presenza qui, vogliono ricordare il loro dissenso al nazismo e al razzismo, il loro dissenso e la loro disapprovazione ai recenti fatti di intolleranza avvenuti ad opera dei naziskin in molte parti d’Europa.

Eccoci di nuovo d avanti al portone di ingresso del campo in tempo per salutare una signora di Udine deportata a Buchenwald. Sul braccio sinistro ha tatuato il suo numero di matricola:    per l’eternità.

Le formalità doganali richiedono alcune decine di minuti ed eccoci in Italia. Mentre percorriamo la valle dell’Adige, hanno inizio le riflessioni e i saluti collettivi. Ci si interroga sulle responsabilità di oggi, del poco che si è fatto e si fa per non dimenticare e del nulla per impedire che un simile terrore abbia a ripetersi.

Come fare a non pensare e parlare della Jugoslavia…di Israele e della Palestina. Responsabilità politiche, responsabilità delle istituzioni, tutte, nessuna esclusa: stato, regioni, provincie, comuni, scuola, chiesa, famiglia…

Far sapere ai giovani, far conoscere ai giovani ciò che è accaduto solo qualche decennio fa. Attorno a questo obiettivo devono essere finalizzati i nostri sforzi. Su questo c’è unanimità da parte di tutti. La scuola è chiamata in causa più e più volte.

Certo la scuola da sola non può fare tutto, accorre che altri concorrano e partecipino alla costruzione e realizzazione di questa progetto: fare scuola nei luoghi della storia.

Manca poco meno di un anno al prossimo pellegrinaggio nei lager nazisti. Il tempo necessario per risolvere problemi di ordine burocratico, per stanziare  fondi necessari, per definire gli aspetti organizzativi e logistici per elaborare un percorso educativo e didattico attorno ad alcuni importanti avvenimenti della storia contemporanea.

Che il nostro …per non dimenticare, si traduca in azioni concrete. E’ solo questione di volontà, necessaria per superare e risolvere problemi e difficoltà che si possono incontrare nelle predisposizione e nell’attuazione di iniziative.

Milano è una città europea. Per noi che torniamo da un viaggio pellegrinaggio nei campi nazisti e un grande caos

Ci salutiamo. Ci si abbraccia, si scrivono su bigliettini volanti gli ultimi indirizzi, ci si saluta ancora da lontano. ora tocca o ciascuno di noi far si che questa viaggio non finisca mai…!!!

Nei giorni successivi, al sicuro nelle nostre tiepide case, riprendiamo ad esaminare e a riflettere su questo nostro viaggio nei luoghi dello storia.

Conveniamo che è stata una esperienza positiva sotto tutti i punti di vista.

Pellegrinaggio quale occasione, momento di comprensione, consapevolezza, di lunghe e animate discussioni sulle impressioni ricevute, sui temi di attualità,  diritti civili e umani che ancora vengono calpestati in Jugoslavia e in altre parti del mondo; la questione morale che sta portando l’Italia verso il baratro, la dilagante  sfiducia nelle istituzioni che non vogliono, fra l’altro adoperarsi sul recupero di alcuni temi e di alcuni valori della storia recente.

Non è sufficiente dimostrare un generico rifiuto del fascismo e dello violenza in modo particolare oggi mentre  in Italia e in molti paesi d’Europa accadono episodi di razzismo, antisemistimo e di intolleranza.

E’ assolutamente vietato trascurare e dimenticare quanto avvenuto l’altro ieri!

Vogliamo fare qualcosa!

Ecco quanto ci  sentiamo di proporre al mondo della scuola, alle istituzioni democratiche, alla società civile.

Tutti insieme cerchiamo di stimolare e coinvolgere un numero sempre maggiore di persone, in un lavoro di informazione e documentazione, in una serie di iniziative di approfondimento sui temi dell’intolleranza, del fascismo, del nazismo, della Resistenza, dei diritti civili e umani.

L’incontro con i testimoni, mostre, libri, filmati e la visita ai campi di sterminio nazisti, dovrebbero far parte di questo progetto socio-educativo.

Scuola e territorio: fare scuola nei luoghi della storia è la proposta per le classi medie inferiori e superiori;

Pace è…: un proposito di viaggio itinerante rivolto ai giovani, con visite a qualche campo di sterminio;

Un cittadina, un fiore …per non dimenticare!

Invitiamo inoltre l’Amministrazione Comunale di Nova Milanese a farsi promotrice  di iniziative inerenti lo storia contemporanea.

Lo collaborazione attorno a queste tematiche, con gli altri Comuni e l’Associazione Nazionale ex Deportati Politici nei Campi di Sterminio, deve essere mantenuto anche attraverso la circolarità dell’informazione, ed è a tale riguardo che proponiamo all’Amministrazione Comunale di Nova Milanese di inviare una proposta di attività ai componenti le delegazioni che hanno partecipato al viaggio-pellegrinaggio di quest’anno.

Le stesse delegazioni si sono dimostrate interessate riguardo i materiali prodotti dall’Amministrazione Comunale in occasione del Cinquantasettesimo Anniversario della Liberazione, in particolare avere copia del video …per non dimenticare e conseguentemente copia dei materiali prodotti nel corso del pellegrinaggio di quest’anno.

Che il prossimo viaggio della delegazione novese abbia certamente ancora più adesioni: donne, uomini e tanti ragazzi a testimoniare che cinquantasette anni dopo non si è dimenticato.

©, 2003

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