MOLTI ANNI DOPO

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MOLTI ANNI DOPO

Chiusi poi la tenda. In verità, accadde l’anno prima, ma siamo nel flusso inconscio delle cose, delle libere associazioni. E odorai l’aria pungente della notte. Erano le cinque. Issai sulle spalle lo zaino, e mi diressi al centro dell’attendamento. L’anno seguente avrei rischiato di cadere e di morire. Quest’anno, non arrampicavo ancora col Dante, ma con le Guide Alpine. Ero alle prime armi. 1984. 28 mesi più tardi, avrei avuto i capelli rasati a zero, e la faccia scarna, irriconoscibile, all’alba, sull’Isola di Torcello, “Inferno”, di August Strindberg sottomano, la gente, i miei amici veneziani credevano avessi l’Aids, o che mi drogassi. Credevano che facessi l’amore selvaggiamente con C***, ma tra me e lei erano solo carezze. Godevo di una popolarità immeritata. Il fisico del vero atleta, o del Guerriero, me l’ero fatto sulle Alpi, studentesse e giovani gay della Comunità Universitaria di Venezia lo guardavano con attrazione e rispetto. La mia Heimat era al Cannaregio, mentre a Milano stavo costruendo alba dopo alba il mio imminente fallimento. Tutto, era iniziato su quelle montagne, amate, benedette e maledette. Edward Munch. Volevo dipingere come lui. E scrivere come Strindberg. Leggevo Ibsen. La sua unica Tragedia, il Peer Gynt, non la compresi. Amai i suoi drammi, senza capire che non valevano niente in confronto al Peer Gynt. Ma il Peer Gynt non era ancora per me. Il mio retaggio era ancora troppo borghese, perché lo potessi capire, e non amare i drammi borghesi di Ibsen. Ma amavo già il Teatro di August Strindberg, il che non è poco. Mi tagliavo i capelli come lui. Mi facevo dei selfies (allora si chiamavano autoritratti) con una vecchia Fujica STX 1 N analogica con pellicola Ilford BN sovraesposta, in modo da avere un effetto sgranato e allucinato. La Guida e gli altri compagni erano pronti, come me. Prendemmo a scendere lungo il sentiero. Le lampade frontali gettavano coni di luce sui ciottoli, che emergevano dal buio come strani esseri animati. La fitta foresta emetteva il suo respiro profondo, dato dal vento e dal fragoroso, rimbombante torrente che precipitava a valle. I cuori erano tesi, gli animi desti e in apprensione. Si scendeva a valle, per poi risalire sul versante opposto. La giornata che stava per iniziare ci stava per riservare 1600 metri di dislivello, da compiere prima del tramonto. L’indomani altri 400 sino alla vetta del Bernina, quindi la lunga, panoramica discesa a valle lungo il percorso delle Belleviste. Avremmo visto cose bellissime e perenni. La immensa seraccata del Morteratsch pochi anni prima della sua irreparabile scomparsa per il surriscaldamento globale. Avremmo camminato in conserva su un reticolo nascosto di temibili crepacci, su un manto bianco e uniforme che la Guida Alpina ci diceva essere infestato di spaccature invisibili sotto i nostri ramponi. Che avrebbero condotto al cuore della montagna, nei torrenti glaciali e nell’aldilà. La ferraglia tintinnava contro le piccozze. Il suono si perdeva nel silenzio. I passi risuonavano sul sentiero. A volte, un tappeto di aghi di pino ne assorbiva il suono, e pareva di camminare su qualcosa di soffice, come su di un piano che creasse una cassa di risonanza, un doppiofondo, una sensazione piacevole. Poi il terreno si faceva nuovamente duro, di terra e sassi. Gli scarponi li urtavano, rimbombando secchi. Faceva freddo, ma la discesa accendeva il calore nei corpi. Si frenava la gravità con le gambe, altrimenti si sarebbe scesi di corsa, e questo faceva un po’ dolere i muscoli delle cosce. I piedi cadevano a ogni passo sicuri sul suolo. Il gruppo scendeva, mentre l’alba si annunciava oltre le vette innevate. Il ricordo delle Dolomiti di Brenta era vicino. Una pausa cittadina di tre giorni, poi, eccoci qui nel gruppo del Bernina. Di nuovo in montagna. Con altri amici. Con le Guide Alpine. Ricordavo il seno di una francese, che si sciacquava in un torrente, là, sul Brenta. Conoscevo le montagne più delle donne. Avevo visto ben poco di una donna. 28 mesi più tardi, sarebbe stato diverso. Avrei fumato sino all’alba, e bevuto notti intere, avrei fatto l’amore e avrei anticipato di altri 26 Anni l’incontro con Marina. La Mora Dea che vidi in Brera, ma mi si avvicinò per la prima volta sotto le sembianze di una studentessa che non potei mai raggiungere, a una festa, nel Sestriere di Castello, vicino a San Giovanni in Bragora, di cui feci un bellissimo schizzo, che gettai subito in un canale. Piansi tutta la notte, nello stesso letto con S*** che mi voleva ma non poteva avermi, ma quella notte ebbe parole sagge e piene di pietà per i pochi anni che aveva, un giovane studente come me. Sapevo ancora troppo delle montagne e troppo poco delle donne. E quel seno mi era rimasto impresso. Una visione pura, ancora scevra di eccitazione sessuale. In me tutto era concentrato per la lotta con la montagna. Le donne sarebbero venute, poi, negli anni a venire. Più di quante io potessi immaginare in quel momento. In quel momento non ci pensavo, e molti anni dopo avrei ripensato con nostalgia a quella mia vita pura e felice, molti, ma molti anni dopo. Molti anni dopo avrei ricordato le albe e il sapore dell’acqua di torrente. La stella polare fissa al centro del cielo notturno, il terso cielo dell’alta montagna. Non ci sarebbero più state, nella mia vita, notti e albe così. Il Bernina ci attendeva. Saremmo saliti per la normale sino alla capanna Marco e Rosa. Nulla di veramente difficile, mi stava spiegando la Guida, ma la fatica l’avremmo sentita. 1600 metri di dislivello in un giorno. Dopo quella salita, sarei stato abbastanza acclimatato per affrontare altri 4000 nell’arco dell’estate. Respiravo l’aria fredda e profumata di pino. Sentivo sotto di me le gambe marciare automaticamente, un passo dopo l’altro, in discesa. Mentre scendevo, avevo ancora negli occhi la visione delle Dolomiti, svettanti oltre la linea delle conifere. Torrioni tirati su da terra con la squadra, verticali come grattacieli di roccia. Era stato esaltante innalzarsi sopra il vuoto aggettante di quelle cime. La roccia era solida, calda sotto il sole, e dai ghiacciai a volte si levava il tonfo di una seraccata che cedeva. A tratti le nuvole ti avviluppavano nei vapori, non si vedeva più niente, solo la corda correre verso l’alto e svanire nel nulla, e quel freddo, umido, improvviso, addosso. La nebbia si squarciava nuovamente, ridonandoti la visione di un cielo azzurro, e accecante. La discesa in corda doppia, nel vuoto completo. La pietraia a centinaia di metri sotto, grigia e assolata, come la trama di un tessuto ruvido. Un rivolo d’acqua scende sulla roccia, di neve che si scioglie in qualche cengia. Allora la lingua va a posarsi sulla roccia, stillando poche gocce di acqua fresca e calcarea. Il ritorno in macchina, ascoltando John Lennon fra le strade della Val Camonica. Il malinconico scenario delle valli bresciane. Un panino mangiato in un bar, dove alcuni valligiani giocano a carte. Ancora così vicino il Brenta, eppure già così lontano. Intanto, scendendo verso Chiareggio, albeggiava. La jeep della Guida Alpina detta il “Bianco” ci attendeva accanto a una piccola baita, su una strada sterrata. Guardavo le cornici di neve dei contrafforti del Bernina brillare alte nella luce del sole nascente, mentre la vallata era ancora in ombra. I miei polmoni inalavano come mantici l’aria frizzante. Mi sentivo felice. Una falce di luna resisteva nel cielo chiaro. Il torrente gorgogliava ormai lontano. Si udì il latrato di un cane. Poi la voce, il richiamo del padrone. I prati si inerpicavano verso le macchie di conifere, poi le rocce spuntavano più su, e su queste, brillavano i ghiacciai pensili. Il chiarore del cielo prometteva una giornata limpida e bel tempo in quota. Forse, annunciava il Bianco, forte vento l’indomani o in serata. Il Bianco, nella sua persona, non aveva niente che richiamasse il colore di cui si fregiava il suo soprannome. Nero di capelli, folti e ricci, e di barba, era stato biondo da bambino, e questo gli era costato per sempre il soprannome di “Bianco”. Raccontava di avere diversi ferri avvitati nelle ossa, per aver fatto un volo di centinaia di metri sulla Nord del Disgrazia, in un tentativo di discesa di sci estremo. Dall’elicottero era stato ripreso da una TV locale, e in molti avevano visto in televisione lo spaventoso volo, sulla Nord di una montagna che, dal nome, non poteva promettere facili vittorie. Un brezza fredda si infilava su per le maniche della camicia. Forse il Bianco aveva ragione: vento in serata. Il vento portava con sé il profumo degli alti pascoli. Facciamo una sosta prima di montare sulla jeep. Estraiamo le borracce e tiriamo ciascuno un sorso. Il te mescolato al vino, alla zucchero e al limone, era un’invenzione del Bianco molto corroborante. Era ancora caldo, e scendeva ristoratore nello stomaco, comunicando subito ai muscoli nuova energia da spendere nella imminente salita. Dovevamo scendere a Chiesa Valmalenco, per poi prendere l’ovovia che ci avrebbe condotti a media quota a Campo Moro, alle falde del Bernina. La giornata si stava rivelando splendida man mano che il sole guadagnava la volta azzurra del cielo. Bianco affrontava le curve con velocità, tanto che i leds sul cruscotto segnavano sempre il limite massimo, oltre il quale il mezzo si sarebbe ribaltato. Gli zaini traballavano nel portabagagli, le piccozze cozzavano tra di loro, e l’intera ferraglia tintinnava. Dopo una discesa da mal di pancia, ci fermammo davanti alla stazione della ovovia. Il guardiano aspettava solo noi, e ci fece montare su una cabina pericolante. La salita verso l’alta quota ebbe inizio con uno scossone, nell’abitacolo di freddo acciaio. Il cavo correva ad altezze spropositate, in lunghe campate. Sorvolammo i tetti di Caspoggio, che sotto di noi apparivano non più grossi di una scatola di fiammiferi. Il freddo aumentava, man mano che si saliva, e il vento sibilava e faceva ondeggiare la cabina. Dalle connetture del portellone e del finestrino, entravano spifferi gelidi, mentre l’ascesa continuava nel ronzante rumore della puleggia che ruotava sul cavo. Silenzio totale a bordo dell’ovovia, quasi che il rumore delle parole potesse far staccare la puleggia dal cavo. Si coglieva l’assoluta precarietà del mezzo, e si aveva un tantino paura. A tratti l’uovo scivolava accanto a scabre e viscide pareti di granito rossastro. Orridi paurosi irraggiungibili dagli esseri umani. Poi sorvolava prati e frazioni, e il panorama si apriva di nuovo soleggiato. Lontane cime imbiancate, ghiacciai luccicanti come diademi contro il cielo blu. Si notavano a perdita d’occhio gli alpeggi, che delle buone gambe avrebbero potuto risalire in due o tre ore di cammino, sino alle prime morene e quindi ai ghiacciai. Di Campo Moro ho solo ricordi sbiaditi. Ricordo che prendemmo a camminare lungo un sentiero dapprima pianeggiante, poi leggermente più faticoso. Vi fu presto il fronte di un nevaio da superare, un muro verticale di alcuni metri d’altezza, sporco di sabbia, la sabbia del deserto del Sahara che, la notte prima, il vento di Scirocco aveva portato sin qua, sulle Alpi. La neve era esausta, molle e fangosa. Poi, i prati di fine erba e rododendri si alternavano a terreni morenici. Un fronte di pareti di roccia rossastra, che preludeva alle asprezze delle cime attorno al ghiacciaio dello Scerscen. La roccia dei contrafforti, alta qualche centinaio di metri, era una roccia impura, forse gneiss. Oltre il piano in salita di quella distesa, iniziavano a spuntare le cime del Roseg, del Palü, del Bernina. Esse acquistavano sempre più corpo, man mano che noi procedevamo in salita. Un lento strep tease, era come se quelle montagne, lentamente, si denudassero. L’emozione era fortissima. La testa, per lo più china sotto il peso della zaino, guardava il terreno, e la punta degli scarponi che procedevano. Ricordo che ripetevo delle parole, a volte prive di senso, con lo stesso ritmo dei miei passi, in una sorta di mantra, per non avvertire la fatica. Dopo aver camminato fra i rododendri, guadagnammo un ampio pianoro morenico, già in quota, una immensa distesa di sassi grigi, con riflessi argentei sotto il sole. La pelle bruciava sotto i raggi inclementi delle alte quote. La conca era dominata dal Roseg, dal Palü e dal Bernina, fissi sotto il cielo, provenivano dall’eternità, i secoli, i millenni transitavano sui loro ghiacci senza scalfirli, cattedrali di roccia e ghiaccio che nulla chiedevano, che nulla dicevano, semplicemente se ne stavano dove erano, dall’eternità. Tre colossi alpini dove ghiaccio e roccia si alternavano sulle verticali delle loro imponenti strutture. Su tutto, dominava un altissimo, remotissimo rombo, dovuto al disgelo di molti torrenti, al crollo delle seraccate, al vento. I resti accartocciati di un elicottero precipitato sulla morena apparvero all’improvviso, e il Bianco tracciò brevemente la storia di quella terribile sciagura. Bianco parlava di morte come se la cosa la conoscesse bene, e non ne avesse più paura, dopo esservi andato a braccetto a lungo, su e giù dalle sue montagne. C’era pietà, nelle sue parole, ma non superstizione o paura. Era toccato a loro, ma poteva benissimo toccare a lui. La montagna dà e prende, a seconda.

Arrivammo alla Capanna Marco e Rosa, dopo aver salito lungo la Via Normale. Tirava un vento fortissimo. A un certo punto, mi chiesi come potessi trovarmi lì, di fronte a quello scenario irreale. Le nuvole stavano sotto di me. Non mi credevo capace di aver fatto tanto, eppure, ero andato al di sopra delle nuvole, e ora, tutto attorno a me, vedevo lastre di ghiaccio possenti come solo in sogno è possibile vedere. Lastre ghiacciate che salivano verso il cielo, come delle metafisiche invocazioni a Dio. Vedevo un immenso scivolo ghiacciato brillare, come di vetro, e provavo una sconfinata soggezione. Avevo i piedi poggiati sulla neve dura, eppure mi sentivo sospeso e precario. Tutto era sospeso, metafisico, sull’incerto crinale che separa Vita e Morte. L’ombra calava tutt’attorno, e una notte di tempesta si stava preannunciando. Le cime ghiacciate erano raggiunte dagli ultimi raggi di sole, e brillavano come infuocate, o di un rosso che pareva sangue. Per il resto, sulle pareti il ghiaccio aveva assunto toni bluastri, e neri. Quella notte avrei avuto molta paura. Dormimmo in brande che venivano scosse dal vento, il rifugio pareva doversi staccare da un momento all’altro e prendere il volo. Feci fatica a chiudere occhio. Le coperte puzzavano da non dire. Non so come, ma presi sonno.

… ricordavo un pomeriggio di autunno, con un’amica e i miei genitori. Se ora penso a quelle due figure ancora sotto la cinquantina, mi si stringe il cuore. Ma allora, su quella pietraia, non immaginavo che i miei genitori sarebbero invecchiati, e li ricordavo – giovani – in quel pomeriggio di autunno, dalle parti di Lecco, in un bosco, su un sentiero, insieme a me e alla mia amica che mi avrebbe portato a scalare su una facile cresta rocciosa, il “Moregallo”. Saliva fra boschi e arbusti, e a ogni tiro di corda c’era un albero o un ramo a cui aggrapparsi. La roccia, mescolata alla vegetazione, non dava minimamente il senso della parete, ma era divertente, ed era un buon allenamento per braccia e gambe. Faceva ancora caldo, un caldo pomeriggio ai primi di novembre, buono per raccogliere le castagne. I miei genitori, mentre aspettavano la fine della scalata, ne avevano raccolte un po’. Anche loro sarebbero invecchiati, nel corso degli anni, ma io non potevo saperlo, ero ancora troppo giovane per pensare al tempo. Il tempo sarebbe diventata una delle mie maggiori ossessioni nella maturità, il pensiero del tempo mi avrebbe fatto passare notti d’angoscia, ma molti, molti anni dopo. Non molti, ma solo alcuni anni dopo, avrei pensato ancora al Tempo. Nel mio tormento, alimentato dalla lettura di Nietzsche, ero ancora ignaro di come il buddhismo affrontasse il problema. Il buddhismo sarebbe arrivato dopo che avessi vissuto almeno altre due vite. Ero nella mia seconda vita. Ora che sono giunto alla quinta, lo penso diversamente. Ma alla seconda, ero preso da veri furori filosofici, che non lenivano minimamente il mio tormento, anzi, lo alimentavano. Venezia era una città troppo bella, per poter studiare. Mi aggiravo fra i canali e le calli con un libro sottomano. Di volta in volta era Nietzsche, Wagner, Schopenhauer. Tra un volare di colombi, un risuonare di campane, componevo epigrammi alla Goethe addossato alla pietra bianca di un ponte. Ricercavo nel contatto con le pietre di Venezia un ricordo di quello che fu il mio contatto con la roccia delle montagne. Poi, quegli epigrammi li gettavo nell’acqua. Era il segno di una incipiente nevrastenia. La mia pettinatura si faceva sempre più ardita ed estrema. Amavo aggirarmi per Venezia, d’inverno, con gli scarponi da alpinismo, alla maniera dei locali cacciatori che di tanto in tanto potevi vedere sui vaporetti, col fucile e il carniere con dentro un’anatra abbattuta dopo una sessione di caccia In Valle. Scoprii “taccuini e lettere” di Otto Weininger. Capivo poco, di ciò che poteva aver portato al suicidio il ventitreenne filosofo austriaco. Qualcosa di legato alle donne. Ma capivo ancora così poco delle donne, da capire ancora meno Weininger. Da Weininger passai a Ludwig Klages, un difficile filosofo che voleva studiare la camminata della gente, e trarne una lettura morale/fisiognomica. Questo intento, me lo passò e restò vivo in me sino ad oggi. Un giorno, mi cimenterò anch’io con questo studio. Ma del suo “Eros Cosmogonico” potei capire ben poco.

 

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