I “pettini” di Capogrossi

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Giuseppe Capogrossi (Roma, 7 marzo 1900 – Roma, 9 ottobre 1972) è stato un pittore italiano. Di nobile origine, fece gli studi classici e si laureò in Giurisprudenza alla Sapienza. Nel 1923-24 studiò pittura con Felice Carena e nel 1927 si recò a Parigi con Fausto Pirandello. Questo fu il primo viaggio in quello che allora era il centro culturale europeo, al quale ne seguirono parecchi altri negli anni successivi. Nel 1930 partecipò alla XXVII Biennale di Venezia e, a partire dalla III Sindacale Romana (1932), prese parte regolarmente alle Sindacali, alla Biennale di Venezia e alla Triennale di Milano, talvolta presentando parecchie opere. (Wikipedia)

I “pettini” di Capogrossi

“…sono convinto di non avere sostanzialmente cambiato la mia pittura, ma di averla solo chiarita. Fin dal principio ho cercato di non accontentarmi dell’apparenza della natura: ho sempre pensato che lo spazio è una realtà interna alla nostra coscienza, e mi sono proposto di definirlo”.

Così affermava  Giuseppe Capogrossi (Roma 1900 – 1972) in occasione della collettiva The New Decade. 22 European Painters and Sculptors del 1955 al MoMa di New York. E individuava l’origine della propria vocazione artistica in un’esperienza vissuta a 10 anni, visitando un istituto per ciechi, quando rimase profondamente emozionato nell’osservare i disegni dei bambini, fogli fitti di piccoli segni neri, espressione di un alfabeto interiore. Così Capogrossi, studi classici e laurea in giurisprudenza alle spalle, dopo la guida iniziale di Felice Carena e anni di fortunata pittura figurativa (nel 1927 la prima esposizione, alla collettiva della Galleria Dinesen e nel ’30 la prima partecipazione alla XVII Biennale veneziana), volse all’astrattismo informale. Una mutazione che Argan (1967) definì coraggiosa, al limite dell’incoscienza, senza ritorno. Fu l’emersione della famosa sigla identificatrice, quel segno dentato “a pettine” germinante già nella fase figurativa che Argan interpretava quale costante radice semantica, generatrice però di infinite declinazioni possibili e che dunque rispecchierebbe un concetto di spazio come campo di comunicazione, vale a dire di relazione fra l’io interiore dell’artista e la realtà esterna. Non perciò un simbolo misterioso, poiché il segno non rappresenta, bensì significa, in una continua “variazione…tutta ragionata…quindi minima” (G. Ungaretti, 1968), nel flusso situazionale in cui si trova a interagire. Nel 1950 la prima mostra di opere non figurative alla Galleria Il Secolo di Roma e nel 1951 la fondazione, con Ballocco, Burri e Colli del Gruppo Origine, obiettivo l’”evocazione di nuclei grafici, linearismi e immagini pure ed elementari”.

La Galleria Il Castello di Milano rende omaggio al pittore romano a partire da quel momento cruciale di scelta astratta con una retrospettiva di 25 dipinti realizzati tra il 1947 e il 1972, a conclusione di un progetto che ha presentato nello spazio espositivo figure celebri e di spicco dell’arte del ‘900 quali Joan Mirò, Lucio Fontana, Piero Dorazio e Gianni Dova.

L’informale segnico di Capogrossi approda alla fondamentale Superficie CP757 (1954; tempera su cartoncino bristol, 50×70,5 cm), dove il nero del segno sul bianco del foglio dichiarano al contempo “tabula rasa e opera totale…alfa e omega” dell’arte (M. Fagiolo dell’Arco, 1967). In Superficie 723 (1956-1972; olio su carta applicata su tela, 101,5×70,5 cm) le trame a pettine tessono l’ordito di fondo in una vivace messa in discussione del rapporto. In Superficie CP 839 (1971-1972; tempera e collage su carta intelaiata, 70,8×99,5 cm) Capogrossi sperimenta il gioco degli spessori, lo scarto dimensionale dei caratteri, il contrasto lucido/opaco. In una continua ricerca aperta a temporanee soluzioni nel contesto dialettico fra la propria identità e l’altro da sé.

 

GIUSEPPE CAPOGROSSI

Galleria Il Castello, Via Brera, 16 – Milano

28 novembre 2008 – 7 febbraio 2009

Catalogo a cura di A. Conte e M. Conte – Edizioni Galleria Il Castello – Milano, 2008      

 

©, 2008

 

Le «peignes» Capogrossi

«… Je suis convaincu de ne pas avoir beaucoup changé ma peinture, mais avait seulement précisé. Dès le début j’ai essayé de ne pas se contenter d’apparences de la nature, j’ai toujours pensé que l’espace est une réalité de notre conscience intérieure, et je me mis à le définir. “

Donc, a déclaré Giuseppe Capogrossi (Rome 1900 à 1972) à la convention collective la nouvelle décennie. Peintres et Sculpteurs de l’Europe 22 1955 au MoMA à New York. Il a identifié la source de sa vocation artistique dans l’expérience vécue de 10 ans, visitant une école pour aveugles, a été profondément ému quand on observe les dessins des enfants, des feuilles de petits signes noirs denses, l’expression intérieure d’un alphabet. Alors Capogrossi, les études classiques et diplômé en droit à l’épaule, après l’orientation initiale de Felice Carena et années de succès de la peinture figurative (en 1927 la première exposition, Dinesen collective de la galerie dans ’30 et la première participation à la XVII Biennale de Venise), informelle s’est tourné vers l’abstraction. Une mutation qui Argan (1967) a appelé la braver, au bord de l’inconscience, sans retour. Il a été l’émergence des initiales célèbres identifier le signe dentées “peigne” déjà germé dans la phase où il a joué Argan figurative racines sémantiques constantes, générant des variations infinies possible, cependant, et reflètent donc une notion d’espace comme un domaine de la communication, qui dire sur la relation entre le moi intérieur de l’artiste et la réalité extérieure. Non symbole de si mystérieux, puisque l’enseigne n’est pas, mais cela signifie, dans un processus continu “variation … tout droit … si bas» (G. Ungaretti, 1968), le débit est de la situation dans laquelle interagir. En 1950, la première exposition de œuvres non figuratives à la Galerie de Rome et de la Century Foundation en 1951, avec Ballocco, Burri et des collines de Groupe Accueil, dans le but ‘«évocation de cœurs graphiques, images linéaires et pure et primaire.”

La Galerie du château de Milan rend hommage à la peintre romain à partir de ce moment crucial de son choix avec une exposition rétrospective de 25 peintures abstraites faites entre 1947 et 1972, à la conclusion d’un projet qui a présenté dans la zone d’exposition et d’éminents personnages célèbres tels que l’art de Joan Miro 900, Lucio Fontana, Piero Dorazio et Gianni Dova.

Le secteur informel, signe-Capogrossi de terres à la zone centrale CP757 (1954, gouache sur carton bristol, 50×70, 5 cm), où la marque noire sur le blanc du papier dire la même chose “ardoise vierge, et le travail total … alpha et l’oméga” de ” l’art (M. Arch Bean, 1967). En zone 723 (1956-1972, huile sur papier marouflé sur toile, 101,5 x70, 5 cm) de peigne tisser les fils de la fin de chaîne dans un questionnement de la relation vivante. En surface CP 839 (1971-1972; gouache encadrée et collage sur papier, 70,8 x99, 5 cm) d’épaisseur d’expérience Capogrossi le jeu, la taille de l’espace des personnages, le brillant contraste / mat. Dans une recherche continue est ouverte à des solutions temporaires dans la dialectique entre l’identité et le contexte de l’autre soi-même.

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