UN CAPOLAVORO PER MILANO – La Giuditta di Botticelli

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UN CAPOLAVORO PER MILANO

La Giuditta di Botticelli

Giuditta piena di grazia incede leggiadra a passo di danza. La segue ansiosa la fida ancella Abra, col macabro trofeo, la testa mozzata di Oloferne avvolta nella cesta, i premurosi occhi indagatori: perché la sua signora volge indietro il capo e altrove il melanconico sguardo?

Giuditta reca ulivo e scimitarra insanguinata, Pace e Giustizia per il popolo d’Israele. Torna a casa, a Betulia laggiù, ove il cielo terso rasserena e cavalieri e fanti assiri abbandonano in fuga l’assedio e il campo. “Benedetta sei tu, figlia, davanti al Dio altissimo, più di tutte le donne che vivono sulla terra e benedetto il Signore Dio…che ti ha guidato a troncare la testa del capo dei nostri nemici” (Testo biblico dal libro di Giuditta).  

Giuditta, giovane, ricca, virtuosa vedova di Manasse, non si cura della propria fulgida bellezza, né dell’incresparsi estenuato dell’abito delicatissimo che l’avvolge, né delle preziose gioie che l’adornano. Una perturbatio animi, moto dell’anima, ne volge il pensiero al crudele omicidio commesso. Così agghindata ha sedotto, ubriacato, assassinato la sua vittima. Con l’inganno, a tradimento, nel buio. “Dammi forza Signore Dio d’Israele, in questo momento”. Un delitto efferato.

Giuditta non ha compreso. Ha risposto alla chiamata di Dio, ha compiuto la volontà di Dio che l’ha scelta. Ha rischiato “contaminazione e vergogna”, la virtù e la vita, eroina per la salvezza del suo popolo.

Reclina il capo Giuditta, si abbandona alla melanconia del platonicus e ci dona la cifra inconfondibile della bellezza botticelliana, quell’affiorare d’un sentimento inquieto tra evocazione del passato e anelito al futuro, tra istintualità ferina e vocazione spirituale al divino, sofferto privilegio dell’umana condizione. Vi si riflettono le dotte conversazioni neoplatoniche del cenacolo mediceo.

All’alba la sconvolgente scoperta: il comandante supremo non ha udito il clamore dell’attacco israelita. Nell’ombra della tenda, rischiarata dall’aurorale luce corrusca, lo spettacolo è atroce. Orrore e sconforto alla vista raccapricciante del cadavere scomposto, decapitato, il sangue che zampilla ancor vivido sulle lenzuola candide del letto da campo.

Il ritorno di Giuditta a Betulia e La scoperta del cadavere di Oloferne del Botticelli (Firenze 1445-1510). Due piccole tempere su tavola (cm 31×25 cadauna) destinate alla devozione privata, certamente elitaria, a noi ignota. Ricordate da fonti e documenti solo a partire dal Cinquecento come dono di Rodolfo Sirigatti a Bianca Capello, seconda moglie di Francesco I de’ Medici e pervenute per via ereditaria alle collezioni degli Uffizi. Databili intorno al 1470, in quella fase di raggiunta autonomia stilistica che, fatto tesoro dei debiti al maestro Fra’ Filippo Lippi, si arricchisce di nuovi stimoli e contatti: Verrocchio, Pollaiolo, Mantegna e l’”officina” dei Ferraresi. È familiare, Giuditta, della Fortezza (Firenze, Galleria degli Uffizi), importante commissione per il Tribunale della Mercanzia, documentata al 1470, che segna la prima maturità dell’artista.

Non era nuovo il Botticelli a questo genere di operette, sorta di “devozionali tascabili” per noi così curiosi. Ciò che stupisce, oltre la perizia tecnica e la raffinatezza formale degne d’un orefice, è l’originalità interpretativa del soggetto iconografico e dunque l’istanza iconologica che la sostiene, che fanno di questi oggetti devozionali dei piccoli capolavori.

Pregio dell’agile Catalogo è porre al centro proprio la questione iconologica, proponendo lo stringente confronto con il testo biblico del libro di Giuditta. Perché Botticelli ha distinto in due tempi un tema che tradizione e principi rinascimentali volevano unificato? E perché, soprattutto, ha voluto conferire ai due momenti dimensioni psicologiche così diverse? Mossa Giuditta da una fresca brezza primaverile, calato Oloferne in una cupa “fucina di Vulcano”, insieme una riflessione sulla natura umana, luce e ombra, passato e futuro legati dall’umano sentimento che dà senso. Ma anche l’occasione di manifestare quel brioso e un po’ bizzarro gusto del racconto che si esprimerà poco più tardi nelle quattro celebri tavole illustranti la Novella di Nastagio degli Onesti (1483), un unicum per felice mescolanza di differenti registri espressivi. Torna alla memoria il profilo del giovane pittore tratteggiato dal Vasari, inquieto sempre, stravagante, piacevole e faceto.

Ora “Un Capolavoro per Milano”, lodevole iniziativa annuale del Museo Diocesano giunta alla sua sesta edizione, grazie al prestigioso prestito degli Uffizi ci offre l’occasione unica di apprezzare

da vicino le due operette d’arte sacra, accostandoci spiritualmente alla loro originale fruizione.

  

UN CAPOLAVORO PER MILANO

La Giuditta di Botticelli

Museo Diocesano, Corso di Porta Ticinese, 95 – Milano

1 ottobre 2008 – 14 dicembre 2008

Catalogo a cura di Paolo Biscottini

Silvana Editoriale

 

 

©, 2008

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