Chris Bonington – Mountaineer

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La sua carriera include diciannove spedizioni sull'Himalaya, tra cui quattro sul Monte Everest e la prima salita della parete sud dell'Annapurna. Nel 1996 è stato nominato cavaliere per i suoi servizi per lo sport, mentre nel 2015 ha ricevuto il Piolet d'Or alla carriera. (Wikipedia)

Chris Bonington

“Mountaineer”

Mursia, 1990

Nei miei lontani 15 anni, quando iniziavo a fare le mie prime letture alpinistiche, mi incontrai col nome di Chris Bonington. L’Enciclopedia della Montagna lo ritraeva in una spedizione extraeuropea. La foto era stata scattata a più di 7 mila metri di quota, su un pendio ghiacciato, il volto di Bonington coperto da pesanti occhiali neri, le labbra sorridenti, o forse contratte in una espressione di tensione per lo sforzo dell’alta quota.

Insieme a Messner e a Dougal Haston, Bonington, nel mio immaginario di giovane – allora – alpinista, era rimasto quale simbolo di un alpinismo dal sapore esotico, fatto di azzurrissimi e lontanissimi cieli, di montagne dai nomi strani e dagli avvicinamenti avventurosi, di lingue antiche e villaggi sperduti. Quanto di questo modo di vivere la montagna è rimasto ai Nostri giorni? Quanto, in verità, è cambiata la percezione stessa della montagna, da parte di chi la pratica, soprattutto delle nuove o nuovissime generazioni, cresciute con il mito della performance atletica, del gesto ginnico, e meno con quello dell’avventura, della scoperta romantica, del contatto con la natura e con l’ignoto? Qui il senso di questo libro, autobiografia fotografica: avventura, rischio, ignoto. Tre concetti che appartennero all’alpinismo, dai suoi primi valorosi precursori vittoriani, sino all’avvento dell’arrampicata forzatamente libera, resa possibile dall’uso forsennato, e volgare, dello spit, che rende forzata, o forzosa, la pianificazione di una salita, e completamente inutile lo studio di una linea naturale, attento alle possibilità di protezione e progressione offerte dalla roccia stessa. Dove cessa la ricerca di una linea armoniosa e naturale, inizia l’arrampicata di forza, dove cessa l’utilizzo dell’intelligenza, del ragionamento e del senso estetico, inizia a prevalere l’uso dei muscoli, del perforatore, dello spit, inizia a prevalere, insomma, la violenza. Scusate se faccio questo paragone, ma salire di forza una parete, mi sembra paragonabile allo stuprare una donna, mentre l’arte della seduzione e della dolcezza sono la stessa arte dell’arrampicatore che sa scegliere la linea di salita più naturale, quella che la stessa montagna/donna gli sta offrendo. Si tratta di saper cogliere le possibilità insite nella roccia, di interpretare al meglio una concatenazione di linee e fessure, e non di perforare, e tracciare linee di salita rigide, innaturali, pur di arrivare allo scopo.

Quanto ho appena detto, l’ho detto per rimarcare il senso del messaggio romantico di questo splendido libro, di questo viaggio fra le montagne del mondo.

Che inizia dai pendii famigliari agli alpinisti inglesi, falesie affioranti nella campagna, non distanti dalle città, o faraglioni svettanti sulle onde spumeggianti del mare. Su questo terreno, a volte insidioso, malgrado la brevità – se paragonata allo scenario offerto dalle grandi pareti alpine – dei tracciati, inizia, negli Anni ’50, la carriera alpinistica di Chris Bonington, destinato, in pochi anni, a divenire alpinista di punta della scena anglosassone, uno fra i più audaci, e competitivi arrampicatori del suo tempo. La competizione, in Bonington, è una predisposizione affinata sulle falesie, e nei lunghi confronti al pub, tra boccali di birra e risate dopo le salite, e in questo anticipatoria dello spirito del free-climbing. Ma Bonington è alpinista a tutto tondo, e non free-climber soltanto, anche se ha sempre aborrito l’uso del chiodo nella progressione (e talora anche nella protezione). Abilissimo arrampicatore libero, Bonington ha esportato sul terreno dell’alta quota, e del propriamente detto “alpinismo”, questa sua predisposizione, quale nucleo fondante il suo rapporto romantico con la montagna.

Sono qui narrati trentasei anni di alpinismo e avventura, iniziati sulle falesie inglesi, e proseguiti in un corollario di celebri – a volte tragiche – imprese alpine ed extraeuropee, infine approdati all’avventura pura, all’esplorazione della foresta tropicale, dei fiumi amazzonici, del Circolo Polare Artico, tutti documentati dal materiale fotografico raccolto dall’archivio di un raffinatissimo fotografo, oltre che intramontabile alpinista.

©, 2008

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