IVAN GUERINI – Il gioco arrampicata della Val di Mello

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IVAN GUERINI

“Il gioco arrampicata della Val di Mello”

Zanichelli, 1979

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UN POETA DELLA MONTAGNA-CHE SI CONFRONTAVA CON LA KUNDALINI E L’ETERNITA’

Chi non conoscesse Ivan Guerini farebbe bene a documentarsi sulla storia dell’arrampicata libera in Italia, in quegli Anni, fatti di slanci e contestazioni, in cui una generazione di ribelli dava “l’assalto al cielo”, nelle città con manifestazioni possenti, collettivi, concerti epocali e cortei spesso sedati dalla polizia, e in quella ritrosa parte delle Alpi Retiche – la Val Masino – arrampicando e aprendo indimenticabili vie su granito, annunciando al tradizionale, accademico mondo alpinistico il “gioco dell’arrampicata”, inteso non più come conquista dell’Alpe, vetusta frase che – ai miei tempi, non so oggi – era riportata sulla tessera del CAI, ma come intimo rapporto con la natura, se stessi, gli altri, filosofia di vita impostata sui valori positivi dell’anarchismo, che i nostrani danzatori avevano importato dai colleghi della Yosemite Valley (California).

Le analogie con la comunità degli arrampicatori californiani non si fermavano alla tipologia di roccia su cui entrambe le scuole si cimentavano, ovvero, il granito compatto delle Big Wall, che in California avevano il nome di Half Dome, El Capitain, Sentinel Rock, e in Val Masino avevano i nomi di Qualido, Precipizio degli Asteroidi, Scoglio delle Metamorfosi, ecc…, ma si inoltravano sul terreno della riflessione etica sull’uso dei mezzi tecnologici in parete, rifiutati come simbolo di aggressione dell’Uomo sulla Natura. Dagli arrampicatori californiani – che si iperproteggevano, mettendo anche un rinvio ogni due metri, ma mai forando la roccia per inserire chiodi a espansione – i Nostri amici della Val di Mello avevano importato l’assunto etico di dover lasciare sempre la parete come la si era trovata, quindi, schiodando con forza e pazienza tutti i punti di sicurezza che il primo di cordata aveva posto nella sua salita.

Diversamente dalle forme più esasperate di free-climbing che hanno iniziato ad affermarsi dalla metà degli Anni’80, che impongono un massiccio uso di spit, di tecniche di autoprotezione aggressive e invasive della roccia, per nulla sportive (1) ed estetiche, trasformando il poetico gioco dell’arrampicata in un volgare atto di forza, la filosofia che in quegli Anni albergava nella comunità dei nuovi maestri in Val di Mello era imperniata sul più puro rispetto della roccia, considerata alla stessa stregua di un essere vivente, che entrava in dialogo – e qui risiedeva il gioco – con la mente e il corpo dell’arrampicatore. Nasceva in quegli Anni la sperimentazione di nuove ed ecologiche forme di autoassicurazione: i primi dadi ad incastro, eccentrici, nuts, friends, molto efficaci nelle fessure del granito.

 

Permettevano, e permettono tutt’oggi, di assicurarsi senza l’uso del martello, sfruttando l’incastro della forma eccentrica nella spaccatura – in genere abbastanza regolare – del granito, con successiva e facile “pulizia” della parete da parte del secondo. Venivano e vengono ancora usati nelle Big Wall, ma sono diventati di uso comune anche su salite brevi, per la dinamicità che offrono nelle operazioni di autoassicurazione. Forse oggi si è dimenticata l’origine di questi ritrovati, ma bisogna sapere che essi sono frutto dello sforzo di intere comunità di arrampicatori-filosofi che – a partire dagli Anni ’60 soprattutto in California – hanno avviato una “ricerca” su forme di alpinismo integrate con l’ambiente, non invasive, ecologiche, in sintonia con i moti di rinnovamento artistico (si pensi alla beat-generation) politico e ideologico in voga in quella fetta indimenticabile di lustri del secolo scorso. Si potrebbe affermare che l’arrampicata così intesa non solo era – ed è – “gioco”, ma arte, atto di cultura prima di tutto, e solo secondariamente performance sportiva. Da allora non si dà più assalto all’Alpe, ma si gioca, trovando terreno creativo e ri-creativo anche in quei massi di fondo valle alti pochi metri, su cui anche i bambini possono cimentarsi. Parallelamente nasceva per l’appunto il “bouldering”, per alcuni inteso solo come allenamento, per altri, come per i francesi della Scuola di Fountainbleu, disciplina a sé. Dalla Big Wall al semplice masso di pochi metri, il gioco dell’arrampicata si svolgeva seguendo le stesse regole, inseguendo gli stessi valori etici ed esistenziali, estetici e filosofici. Vorrei concludere questa mia semplice nota, dicendo che Ivan Guerini è nato a Milano nel 1954, e – come i primi free-climber della metropoli – si cimentava sulle roccette di conglomerato dei Giardini Pubblici di Porta Venezia. Il gioco arrampicata, per Ivan e per tanti di Noi, non era qualcosa di sostanzialmente legato solo alla montagna, ma una forma di ricerca oltre i confini della parete. La parete iniziava laddove c’era un ideale. Ancora oggi, su uno strapiombo di sei metri d’altezza, davanti a un laghetto di questi Giardini, un occhio attento può scorgere il chiodo – ormai arrugginito – che Ivan infisse sfidando le ronde dei Vigili Urbani.

nota 1: rileggo a distanza di anni questa breve considerazione storica, e devo fare una precisazione, ammettendo il mio errore: in verità, tale pratica di free climbing, aggressiva nei confronti della roccia – ponendo in essere un uso massiccio di spit autoprotettivi – ridurrebbe proprio ad atto “sportivo” (vorrei trasmettere al termine un profondo significato deteriore e banalizzante) quello che, in origine, l’alpinismo era: atto di cultura, di ricerca e scoperta, di legame con la natura e di misurazione delle proprie capacità, attraverso l’accettazione – responsabile!! – del rischio.

©, 2004

il ritratto poetico di una grande montagna, e di una valle incompresa, di Ivan Guerini, su You Tube

AQUARIUS

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