VIDEOPOKER – racconto

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VIDEOPOKER

 

il racconto è di pura invenzione; ogni possibile riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale.

RACCOMANDATO A UN PUBBLICO ADULTO – V.M. 18

Affondata nella tasca dei jeans, la mano trovò solo un fazzolettino di carta usato e una moneta da due centesimi. La banconota da 5 Euro era sparita. Luigi Mantero, pensionato e dilapidatore di capitali, non riusciva a capire dove si fosse imboscata. Giocata, nemmeno pensarci. Aveva due banconote da 5 Euro, e una l’aveva appena spesa. L’altra doveva stare nella tasca dei jeans. Sua moglie gli razionava due banconote da 5 Euro al giorno, perché lui si potesse sfogare un po’ col videopoker, senza tornare a casa ubriaco, tanto da menarla e spaccare i mobili a pedate. Ma due banconote da 5 Euro al giorno erano sempre ventimila delle vecchie lire, e ventimila lire per trenta, che sono i giorni di un mese, fanno seicentomila delle vecchie lire, ovvero, la pensione di Ylenor, sua moglie. Tutta la pensione di Ylenor Wast, quarantasei anni, finita in prepensionamento per cause a noi ignote, una miseria di seicentomila di vecchie lire, suo marito la faceva divorare dalle slot-machines del bar all’angolo. A questo stato di cose, apparentemente senza rimedio, Ylenor era abituata da ormai due anni, da quando il marito era entrato in carico ai servizi sociali per grave disturbo del comportamento. Grave disturbo del comportamento… Non ci voleva la testa fine di uno psichiatra per capirlo. Bastava guardarlo frugare nei cassetti in cerca di soldi, per fargli quella diagnosi: sbatteva tutto all’aria, rompeva bicchieri e piatti, riduceva a brandelli vestiti costosi. Ylenor Wast era sull’orlo del suicidio. Luigi Mantero era sull’orlo dell’omicidio. Suicidio o omicidio, il risultato sarebbe stato lo stesso.

Ylenor aspettava con terrore il rientro del marito. Ogni volta potevano esser botte o cose rotte. Non riusciva più a ricordarsi dei momenti lieti passati con Luigi. Sui ricordi degli anni migliori s’erano depositati troppi lividi, perché potesse andare indietro nel tempo e vedere una coppia felice. In fondo, felici lo erano stati solo per poco. Subito erano arrivati i problemi. L’aborto spontaneo di Ylenor, incapace di non fumare mentre aspettava il bambino. Il primo di una lunga serie di licenziamenti di Luigi. I problemi si abbatterono su di loro con la forza di una mareggiata, spazzando via in breve sentimenti, affetti, sogni e speranze, e facendo deserto, terra bruciata laddove un tempo era germogliato l’amore tra due ragazzi. Due ragazzi inconsapevoli, come devono essere due ragazzi che si amano. Inconsapevoli che affrontare il mondo con la quinta elementare e uno stipendio da fame uccide l’amore. Inconsapevoli che senza soldi non ci sono nemmeno i sentimenti. Il vuoto materiale si riempì di angosce. Al posto dei soldi che sarebbero stati necessari per vivere decentemente, si formarono patologie e devianze. Quella delle slot-machine era solo l’ultima di una lunga serie, iniziata con l’alcool e le sostanze, e terminata con una sorta di psicosi. Luigi se l’era cavata con una diagnosi comportamentale, per la bravura e la bontà d’animo di uno psichiatra che non voleva rovinarlo per sempre con una diagnosi di psicosi o schizofrenia. Ylenor pensava spesso a quel giovane dottore, fresco di laurea, il volto roseo della gente di montagna, i modi semplici, un po’ da prete di campagna, rassicuranti e umani. In quegli anni si era chiesta dove fosse finito il giovane dottore. Forse aveva fatto carriera. Sicuramente aveva fatto carriera! E aveva perso i modi franchi e freschi della gente di montagna, era diventato un cittadino, s’era indurito e dava dello schizofrenico a tutti. Per alcuni mesi Ylenor l’aveva sognato, e in più di una occasione aveva immaginato di farci l’amore. Una notte temette di aver sussurrato nel sonno il suo nome, e che Luigi se ne fosse accorto. Ma Luigi da tempo non si dedicava più a Ylenor. Aveva un’amante, una stracciona, un’alcoolizzata che aveva incontrato in metropolitana una notte. Una storia di sesso e alcool e schifezze. Ylenor sapeva tutto, perché Luigi le raccontava quello che faceva con la cagna del metrò. Così Ylenor l’aveva ribattezzata, la cagna del metrò

Anche questa sera Ylenor attende che Luigi ritorni, la meni o spacchi qualcosa. Ylenor aspetta in piedi, addossata alla lavatrice, in cucina, con una sigaretta tra le dita. Aspetta e fuma. Non sa e non può fare altro. Aspetta come il condannato la sua fine imminente. Fuma l’ultima sigaretta.

Col disamore e le botte, Ylenor aveva iniziato a non mangiare. L’inappetenza era diventato il suo stile di vita, ed era dimagrita a dismisura. Era un fuscellino, in confronto a Luigi, alto e forte, con una manata capace di ribaltarla. Un tempo, quando erano ragazzi, Luigi le aveva detto che le donne si possono picchiare solo con un fiore. Ma poi aveva scambiato i fiori con le sue grosse mani da carpentiere, grosse e callose, capaci di ammaccare una porta o un mobile. Altro che fiori, quelli che le erano piovuti addosso erano magli d’acciaio, pugni da incontro di boxe fra pesi massimi. Come non avesse ancora avuto un’emorragia interna era un miracolo. Ylenor aveva imparato, ascoltando in televisione la tecnica di un pugile, ad assorbire i colpi di Luigi. Quando uno sberlone stava per colpirla in viso, lei ruotava in anticipo la testa nella direzione della bordata, in modo da assorbire in parte il colpo. Era una tecnica sperimentata dai grandi campioni del ring. Di fiori, Ylenor ne aveva ricevuti pochi, nella sua vita. Era così abituata ai pugni, alle sberle, alle pedate, da non provare più dolore, quasi che fossero veramente quei fiori che il proverbio indica come armi per picchiare le donne. Ma Ylenor, a dire il vero, non si sentiva più donna, e nemmeno essere umano. Era totalmente, profondamente degradata, da non sentirsi altro che un involto di carne e ossa, un sacco da boxe. E ora si chiedeva se Luigi stesse per rientrare. Si chiedeva se, per quella sera, avesse potuto sottrarsi alle sue violenze, uscendo di casa, non facendosi trovare. Andare fuori, da sola, nella notte… andare dove?

Il quartiere non offriva adeguati rifugi. Il gruppo di case popolari in cui vivevano sorgeva tra due tangenziali ed era circondato da brughiera e discariche. Il capolinea dell’autobus articolato che portava in centro città era, a parte i due bar malfamati, l’unico luogo frequentato la notte, ma per lo spaccio. C’erano le puttane, sulla tangenziale, accanto ai falò fatti coi copertoni, che forse avrebbero potuto accoglierla. Ma le puttane dal cuore d’oro, anche lei lo sapeva, esistevano solo nei romanzi. Dove andare? Le chiavi della macchina le aveva Luigi con sé. Uscire, significava essere a piedi, nella notte, nel deserto della brughiera, facile preda di malintenzionati. Essere stuprata… forse era meglio che prendere pugni da Luigi… essere stuprata, in fondo, poteva essere l’equivalente di un’attenzione sessuale e affettiva, che le mancava da troppi anni. Anzi, se avessero voluto stuprarla, lei non avrebbe opposto alcuna resistenza, in modo da trasformare lo stupro in un atto d’amore.

La cenere s’era allungata sulla punta della sigaretta stretta dalle sue dita. S’era consumata quasi da sola, senza che Ylenor, ipnotizzata dalle sue stesse fantasie, la fumasse. Buttò il mozzicone nel lavandino, fece scorrere un filo d’acqua e s’accese un’altra sigaretta.

Se non tardava, ormai Luigi stava per rientrare. Se doveva uscire, doveva farlo ora, subito. Scappare!!

Luigi si guardava intorno con occhi da topo, semichiusi e sospettosi. Chi poteva avergli rubato la seconda banconota da 5 Euro? Chi?

Passò in rassegna i presenti. C’erano una quindicina di disperati, intenti a giocare a carte in un angolo, a bere chi birra chi sottomarche di scotch dal sapore adulterato. Alcuni li conosceva per nome, altri nemmeno sapeva chi fossero. C’era Roberto, il ragazzetto di diciassette anni che si guadagnava da vivere un po’ dando il culo, un po’ spacciando. Poteva essere stato lui, ad avergli soffiato la banconota da 5 Euro.

Si accese una sigaretta. Vuotò con un’ultima sorsata il bicchiere di amaro, e si sistemò il culo più comodamente sullo sgabello. In fondo non aveva il coraggio di fare una piazzata, di minacciare. Erano in troppi contro di lui. Anche se era forte, e sapeva di esserlo, aveva solo due braccia e due gambe contro altre trenta braccia e trenta gambe. Luigi era un realista, in fatto di botte. Sapeva come darle senza rischiare di prenderle.

Un tizio andò da lui. Era un frocio notorio, e gli chiese se avesse voluto guadagnarsi 20 Euro, per continuare a giocare al videopoker, dal momento che lo vedeva bloccato da una quindicina di minuti. Su, vieni, al cesso, te lo metto dentro, ho anche il goldone dietro, 20 Euro, qui nessuno ti darà del frocio, qui il frocio sono io, tu sei solo uno che ha un fottuto bisogno di soldi perché sei un drogato da videopoker, allora, ci stai?

Un gancio stretto colpì al mento il frocio notorio, che cadde a terra come un sacco vuoto. Nessuno intervenne. Il frocio notorio non aveva nessun alleato. Il frocio notorio, dopo sei o sette minuti, massaggiandosi il mento, si alzò e si piazzò nuovamente davanti a Luigi. Estrasse la banconota da 20 Euro, e gliela sventolò sotto il naso. Ora che hai dimostrato la tua forza al pubblico dei presenti, puoi venire al cesso a prenderlo in culo senza preoccuparti di passare per frocio.

Non era sopraggiunto. Il fatto era strano. Solitamente entro mezzanotte rincasava, sbronzo per i due amari che interagivano con gli psicofarmaci. Ma questa volta non era rientrato.

Si accese ancora una sigaretta. Erano una bella invenzione quelle sigarette, 2 Euro secchi a pacchetto.

Forse qualcosa era successo. Che la Polizia l’avesse portato in Commissariato per una rissa? Forse era la volta buona che cambiava qualcosa. Se aveva ammazzato qualcuno, se l’era levato di mezzo per sempre. Non le dispiaceva assolutamente nulla per la vittima. Se la morte di un altro poteva significare per lei la liberazione, che lo ammazzasse pure. Che facesse una strage. Per qualche minuto, Ylenor sognò ad occhi aperti la propria liberazione. Vide i corpi sgozzati delle vittime di suo marito, stesi a terra in una pozza di sangue, e poi Luigi ammanettato tra due poliziotti.

Ma sapeva che erano solo sogni ad occhi aperti, sogni troppo belli per essere realtà. Da tutti i sogni ci si sveglia, e quando Ylenor fu nuovamente sveglia, si accese ancora una sigaretta. L’attesa era snervante. L’ambiguità dell’attesa rendeva l’assenza di suo marito più sgradevole della sua presenza. I pugni fanno male, ma le fantasie deluse fanno peggio. Improvvisamente Ylenor s’accorse di essere una donna finita. L’immagine del proprio funerale squarciò il buio della sua mente e si fece avanti con drammaticità. Ylenor percepiva che presto tutto sarebbe finito. Che presto sarebbe morta ammazzata, o si sarebbe ammazzata da sé.

Luigi procedeva barcollando sul marciapiede. Il culo gli faceva un male cane. Sua moglie avrebbe visto le mutande macchiate di sangue. Raggiunse il portone. Con fatica inserì la chiave nella serratura. L’ascensore lo portò in breve al dodicesimo piano dell’alveare in cui viveva la sua misera vita. Suonò il campanello di casa. Suonò ancora. Bestemmiò.

« Allora, brutta puttana, vuoi aprire?!», gridò nella notte.

Rassegnato infilò la chiave nella toppa. I suoi passi risuonarono nell’appartamento. In cucina c’era la luce accesa. Entrò in cucina, appena in tempo per vedere la sagoma di Ylenor scomparire nel vuoto oltre la finestra. Una manciata di secondi dopo avvertì come uno schiaffo che veniva dalla strada.

 

©, 2003

il racconto è di pura invenzione; ogni possibile riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale.

Il termine “frocio” è qui usato in maniera del tutto estranea a un suo significato razzista, o sessista; il suo utilizzo, infatti, appartiene solo a una dimensione “narrativa di tipo realistico” dove, nella situazione descritta e presa dalla strada, il più rispettoso utilizzo del vocabolo “gay” avrebbe portato il testo fuori da quel registro crudo e realista che l’Autore intendeva avesse questo scritto.

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