LETTO N. 15 – racconto

0

LETTO N. 15

il racconto è di pura invenzione; ogni possibile riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale. 

Tra le sue varie tesi erudite, c’era quella sui cioccolatini, che quelli belgi erano meglio di quelli svizzeri. Il dottor Nazi, coi suoi occhi di civetta, tirava fuori le sue massime a tavola, per intimidire gli infermieri. A volte sguinzagliava una o due barzellette, e controllava che tutti ridessero. Fausto non rideva mai. Usciva dalla mensa senza salutare, e si chiudeva nel suo ufficio. La struttura era concepita in modo sufficiente a potersi imboscare nelle ore di lavoro. Solitamente Fausto lo faceva nello studio dello psicologo. Altra “mela marcia” all’interno della struttura, altra “particella deviante” che non rideva per le barzellette di Nazi. Da anni subiva un mobbing spietato da parte degli psichiatri. Gli avevano tolto tutti i pazienti e l’avevano relegato a fare qualche uscita mensile al cinema. Erano riusciti anche – per motivi di servizio – a somministrargli un test psicoattitudinale, al quale era risultato inadeguato all’esercizio della mansione di psicologo. Scalisi vivacchiava come poteva da anni. Si beccava il suo sacrosanto stipendio, senza fare molto, il che era un vantaggio, anche se lo scotto che pagava era di passare per lo scemo del villaggio, quello con cui i pazienti andavano d’accordo, perché lui era “come loro”. In questa comparazione fatta dagli psichiatri, c’era tutto il disprezzo che essi avevano per i pazienti, perché li usavano come pietra comparativa per svillaneggiare un collega non allineato. Pazienti = merda, sub-umani, dementi, residui manicomiali, ecc… utenti (quando ne parlavano buonisticamente ai loro convegni).

Show-room della psicofarmacologia, la psichiatria sperimentava nuovi farmaci, con o senza il consenso dei pazienti-utenti-merde. Fausto aveva il compito di redigere programmi riabilitativi che facilitassero le dimissioni. Quante più erano le dimissioni in un anno, quanto meno la struttura costava all’Azienda, tanto più Nazi avanzava di carriera. Nazi si avvaleva degli infermieri e di figure come Fausto (esercito muto della psichiatria) per portare avanti la sua avanzata carrieristica. Aveva un buon braccio destro nel caposala corrotto e nell’assistente medico edotto in materia di iniezioni da fare surrettiziamente ai pazienti non collaboranti, salvo redigere nella cartella clinica che il paziente è stato buono, e collaborante, e la terapia ha avuto effetto. Una massa di venduti senza mercede, esercito muto, che alimentava l’ascesa ai vertici di Nazi, senza avere nulla in cambio, né in onorificenze né in busta.

Fausto aveva detto: basta.

O mi gioco la coscienza, o mi gioco il posto. Di passare per scemo come Scalisi, nemmeno parlarne, ma neanche servire supinamente il potere medico psichiatrico, foraggiare l’ascesa al potere di psichiatri incompetenti avidi unicamente di potere. Le cure, il benessere dei sofferenti, erano l’ultima delle loro preoccupazioni. Prima di tutto a loro interessavano le dimissioni. Se un paziente superava il tempo limite di degenza, oltre il quale la struttura aveva una penalizzazione pecuniaria, e il dottor Nazi una segnalazione negativa sul suo stato di servizio, il paziente doveva essere dimesso. Mancava un mese esatto al tempo limite di Giuseppe.

Giuseppe aveva dieci tentati suicidi alle spalle. Era nato e cresciuto in manicomio, ed ora lo si doveva mandare a vivere autonomamente in un appartamento. Compito di Fausto, era trovargli l’appartamento.

Fausto lavorava con la clessidra rovesciata, ogni giorno perso era un rimbrotto da parte di Nazi. Lui incassava, zitto.

Nazi era sulle spine. Sapeva che la mancata dimissione di Giuseppe avrebbe significato una tacca sul suo stato di servizio.

Poco importava che Giuseppe fosse a grave rischio suicidario. Dieci tentati sucidi sulla vita del paziente non gravavano minimamente sulla coscienza pre-assassina di Nazi. L’importante era dimettere secondo i tempi stabiliti dai protocolli della Regione. O essere penalizzati. Retrocessi.

Fausto poteva in qualche modo ostacolare l’iter, rallentando come poteva il reperimento dell’appartamento. Ma sapeva che, dopo le sue dimissioni, avrebbero messo al suo posto un terapista senza scrupoli, capace di leccare il culo a Nazi e di mandare a vivere Giuseppe anche al decimo piano, pur di avere le lodi – alla tavola della mensa – del suo beneamato primario. Quello che Fausto stava con tutto se stesso cercando di fare, era di trovare un appartamento al pian terreno, o al massimo al primo piano, per ridurre i rischi di suicidio da parte di Giuseppe.

Giuseppe era impaurito. Smuoverlo dal letto, al mattino, per andare a visionare gli appartamenti, era un’impresa ingrata. Dopo i tentativi di Fausto, intervenivano gli infermieri, in forza, e Giuseppe era, come un salame, giù dal letto. Lo vedevi lì, in pigiama, senza arte né parte, nel mezzo del suo stanzino. Sapeva che tutti si stavano occupando di lui, ma non nella maniera che lui gradiva. Sapeva che volevano mandarlo fuori dai piedi, ma dopo due anni, si era affezionato alla sua stanzina davanti all’albero di ciliegio. Che ci fosse un albero di ciliegio, davanti alla sua stanzina, che lui amava e segretamente disegnava, a nessuno importava, lì dentro. Che l’albero di ciliegio rappresentasse il padre che non aveva mai avuto, un padre che gli parlava e gli toglieva il terrore nelle notti allucinate, nemmeno Nazi, con le sue sopraffine tecniche ipnotiche imparate in Svizzera, era riuscito a capirlo. Giuseppe era semplicemente il letto n. 15 e il letto n. 15 andava liberato entro un mese, perché un nuovo ingresso aspettava di essere accolto tra le cure del centro psichiatrico diretto dal dottor Nazi, un luminare in fatto guarigioni.

Tra discussioni tra i migliori direttori d’orchestra che mai avesse avuto il ‘900, e i migliori cioccolatini in commercio, che gli infermieri si dovevano sorbire durante la mensa, Fausto disse a Nazi di aver trovato un bilocale.

« Ma che aspetta! Lo fermi, ci porti Giuseppe e glielo faccia piacere! »

« Dottore, mi permetto di dirle che si tratta di un bilocale ubicato all’ottavo piano. »

« Allora? Con la crisi degli affitti che c’è, lei mi tira fuori simili sottigliezze?! »

Tutta la massa gelatinosa di cui era composto il corpo sfatto di Nazi, quando aveva di queste crisi isteriche, vibrava come un budino. La mascella dondolava sotto la barba nera come pece che, in qualche maniera, gli teneva insieme le parti di un volto tanto brutto quanto espressivamente sadico. Ci sono volti brutti che emanano una carica umana. Quello di Nazi emanava la pulsione di morte. Occhi che scrutavano senza capire e senza amare, finiti strumenti di controllo pari a un microscopio o una fotocellula.

Fausto eseguiva, ma cercava di tardare l’appuntamento con l’agente immobiliare, accampando scuse difficilmente controllabili. Ma il mattino dell’ispezione arrivò puntuale nell’agenda di Fausto.

Per far scendere dal letto Giuseppe ci volle la minaccia di una doppia fiala di Serenase. Allora scese e salutò silenziosamente il suo ciliegio. Sapeva che si trattava di un addio.

Fausto andò a recuperarlo nel suo stanzino. Giuseppe s’era chiuso in bagno. Fausto non voleva ricorrere agli infermieri, sennò era Serenase sicuro. E prima di beccarlo, per fargli l’iniezione, grande e grosso com’era, Giuseppe avrebbe sfasciato mezzo reparto e spaccato la faccia a qualcuno, non escluso Fausto.

« Giuseppe… sono Fausto… andiamo a berci un caffè… siamo o non siamo Harley Davidson & Marlboro Man? »

« Vaffanculo, tu stai con Nazi. »

« Giuseppe… io sto con lei, se la casa non le piace, non se ne fa nulla, lo dico io a Nazi. »

« Ok, Marlboro Man.  Vengo… »

Giuseppe uscì dal bagno. Aveva il volto sconvolto dalle lacrime.

Nei mesi trascorsi lì dentro, Fausto aveva imparato a guardarsi degli infermieri. Categoria compatta nel saper conciliare le male cure senza scrupoli di coscienza coi turni e i riposi. A loro bastava non gli toccassero turni e riposi, poi che i pazienti s’ammazzassero, e in questo erano perfetti alleati, sottomessi, di Nazi. C’erano quelli spietati, e i moderati. I moderati erano quelli con cui Fausto riusciva ad avere un minimo di dialogo, ma doveva stare attento a misurare bene le parole, anche l’infermiere più moderato, se minacciato dall’alto, sa fare nome cognome e spiattellare tutto. Nazi godeva di un manipolo di esecutori che non opponeva nessuna idea contraria alle sue scelleratezze. Il garante dell’ospedale, l’amministratore unico dell’azienda, sinché non ci scappava il morto, era contento di tutte quelle dimissioni, e nuove immissioni. Così doveva funzionare, per avere le sovvenzioni dalla Regione. Altrimenti, ecco che cade la ghigliottina dei tagli, ecco che si ribaltano gli sgabelli e i baronetti finiscono col culo all’aria. Il culo di Nazi faceva provincia, e bene o male un altro sgabello, magari in una clinica privata di frati aguzzini l’avrebbe trovato, sicuro. Lì non ti guardano il curriculum, ti guardano negli occhi, e se hai gli occhi inespressivi e fetenti, ti prendono. Nazi, come tutti i baronetti della sanità, aveva un presente e un futuro assicurati. Ma la sua sete di potere era senza limiti, come la sua golosità in fatto di cioccolatini. Il caposala gli portava spesso scatole di Leonidas, che entrambi smagiucchiavano nelle pause stilando piani scellerati, ovvero, dimissioni forzate.

Il sole splendeva di una luce metallica, invernale. Harley Davidson e Marlboro Man s’incamminarono fuori dal reparto. Strisce di neve ghiacciata scricchiolavano sotto la suola delle scarpe. Entrarono nel primo bar. Il barista conosceva i pazienti, e tollerava il fumo delle molte sigarette. Se ne accese una anche Fausto, e ordinò due caffè.

« Te lo offro io », disse Giuseppe.

« Ma va là, dividiamo. »

« N… no – s’impuntò Giuseppe – te lo offro. Basta. »

Fausto accettò, dovette accettare il caffè offerto da Giuseppe. Sapeva che il contratto era stilato: caffè offerto, niente appartamento. Su quell’appartamento, del resto, Fausto ci aveva già messo una croce sopra, essendo all’ottavo piano. Avrebbe trovato una scusa con Nazi, come l’impianto elettrico in disordine o il cattivo stato del mobilio. Nel suo lavoro, c’era da dire che nessuno poteva controllarlo. Almeno, per la parte svolta sul territorio, come tecnicamente si dice. Giuseppe aveva perso parte della sua cupezza. Forse sapendo che Fausto era dalla sua. A guardarlo, Giuseppe assomigliava al ritratto di Socrate: un grosso testone calvo, con due occhietti da satiro incavati nelle tempie. Occhi che sapevano essere furenti, gelidi, nei momenti di angoscia, e buoni, teneri, come bevendo il caffè.

Il sole del mattino invogliava a sbottonarsi i giacconi. Aspettavano l’autobus alla fermata. Vi salirono. Sedettero su due sedili gemelli. Non si dissero niente per tutto il tragitto. Scesero, e fecero venti minuti di strada a piedi. Al civico prefissato, un uomo calvo, intabarrato in un cappotto logoro, che reggeva una valigetta corrosa, diede loro il buongiorno.

« L’appartamento è in buono stato, vedrete. E’ luminoso e ha il televisore. »

Chiamarono l’ascensore. A Giuseppe cominciarono a tremare gli occhi. Era nervoso. L’altezza gli metteva le piattole al culo.

« E’ all’ottavo piano, ci vuole un po’. »

« Non avete niente al terreno o al primo? »

« No, questa è l’offerta migliore che abbiamo al momento per il budget che ci avete offerto. »

« E spendendo un po’ di più? »

L’ascensore rantolava nella sua faticosa ascesa.

« Mi ci faccia pensare… le telefono nei prossimi giorni… ma non siete più interessati a questo? »

Fausto lasciò perdere. Furono dentro il bilocale. Giuseppe a piccoli passi camminò sulla verde moquette ammuffita, e andò alla finestra. Guardò giù. Si voltò, livido: « E’ alto, qui. »

« Lo so, Giuseppe. »

« Qui c’è il frigorifero, qui il divano letto, e qui il bagno. Cosa avete deciso? »

« E’-alto-qui. »

« Le darò una risposta nei prossimi giorni. »

« No, guardi, dovrebbe fermare l’appartamento entro domani alle due, perché ho altri clienti che aspettano, mi capisce. »

« Le saprò dire… »

Non usava modi molto cortesi con l’Agente, così da inimicarselo e fargli appioppare quel fetido bilocale a un altro sfigato che non fosse Giuseppe.

Nazi lo fissava con le sue fotocellule.

« Si rende conto che con le sue lungaggini ha fatto naufragare un progetto terapeutico che durava da mesi? »

Fausto avrebbe dato le dimissioni seduta stante, e disse: « Dottor Nazi, questo era un semplice inserimento, non un progetto terapeutico. »

« Cosa ne sa lei di terapia! »

« Ne so quanto lei di cioccolatini! »

« Questo è un affronto! Ringrazi che non ho testimoni. Faccia subito quella telefonata, e fermi l’appartamento, o per lei scatta un provvedimento disciplinare. »

« Permette? »

Sollevò la cornetta personale di Nazi. Compose il numero: « Signor Albani? No, il bilocale fa schifo, se lo tenga… »

« Ci vedremo in commissione disciplinare! »

« E io apro le cartelle cliniche davanti ai poliziotti. »

A voce bassa: « Cosa fa… lei? »

« Mi ha sentito. Ho testimoni affidabili per ogni iniezione che avete fatto di nascosto alla Coletti. »

Tremante: « Se ne vada… sparisca… »

©, 2005

il racconto è di pura invenzione; ogni possibile riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale. 

Please follow and like us:
error0

Leggi o lascia un commento (i commenti potrebbero contenere alcuni collegamenti esterni il cui contenuto informazioneecultura.it ha verificato solo al momento del loro inserimento; informazioneecultura.it non garantisce in alcun modo sulla qualità di tali collegamenti, qualora il loro contenuto fosse modificato in seguito)

Commenta
Inserisci il tuo nome