FINE PARTITA – racconto

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Il settimo sigillo (Det sjunde inseglet) è un film svedese del 1957 diretto da Ingmar Bergman, trasposizione cinematografica della pièce teatrale Pittura su legno (Trämålning) che lo stesso Bergman aveva scritto nel 1955 per la sua compagnia di attori teatrali. Presentato in concorso al 10º Festival di Cannes, il film vinse il Premio Speciale della Giuria, ex aequo con I dannati di Varsavia di Andrzej Wajda. (Wikipedia)

FINE PARTITA

omaggio a Ingmar Bergman

Stava cercando di fissare il tubo dei gas di scarico al finestrino con del nastro adesivo, quando lei arrivò.

“Ciao!”, lo salutò lei, allegramente.

Era molto bella.

Non ricordava di avere mai vista nessuna tanto bella.

“Ciao”, rispose lui, senza riuscire ad evitare di sorridere.”Non ti aspettavo tanto presto, pensavo saresti arrivata dopo”.

“Oh, non avevo poi molto da fare, ed ho capito che mi aspettavi”, disse lei, scostandosi una ciocca di capelli dalla fronte.

“Beh … che dire, sei stata davvero gentile, allora”, rispose lui, continuando ad armeggiare con il nastro adesivo, e rimirando il risultato.

Sì, così poteva andare bene, pensò, e gettò il nastro in un angolo del garage.

“Lo sai che sei davvero bellissima? Non sapevo come saresti arrivata, ma non ti immaginavo certo in questo modo”, mormorò lui, quasi a bassa voce.

“Grazie … ” rispose lei. “Ho pensato ti avrebbe potuto fare piacere, se mi fossi presentata così”.

“Oh, sì … sicuramente!”, replicò lui, accomodandosi al sedile di guida.

“Che fai? Sali, o resti fuori?”

“Se ti fa piacere, salgo, certo”, disse lei, sempre sorridendo, mentre lui si allungava per aprirle la portiera.

Lei si accomodò sul sedile del passeggero, sistemando con eleganza la gonna che lasciava comunque intravedere le bellissime gambe.

“Se avessi saputo che eri tanto bella, forse mi sarei deciso già anni fa”, scherzò lui, scuotendo la testa.

Lei scoppiò in una risata cristallina e sincera, “ma forse, se ti fossi deciso prima, non mi sarei presentata così!”

“Già, anche tu hai ragione … ”, ammise lui, mettendo in moto il motore dell’auto, che iniziò a ronfare sommessamente.

Lei notò la piccola scacchiera posata sul cruscotto.

“ … e quella?” chiese lei.

Lui accennò appena un sorriso: “oh, giusto una cosa simbolica che ho preparato, sperando che la apprezzassi”, prendendo la scacchiera e rivolgendola con i pezzi bianchi verso di lei.

Lei lo guardò perplessa: “cioè vuoi giocare una partita di scacchi con me?”

“ E perché no?” disse lui. “In fondo, ho stimato che ci vorrà una mezz’oretta circa, quindi è un modo come un altro per passare il tempo”.

“Quindi questa partita rappresenta la tua vita … ”, mormorò lei.

“Ma lo sai che non puoi vincere, contro di me, vero? Altrimenti non avresti fatto tutto questo, ed io non sarei qui”, disse, fissandolo intensamente negli occhi.

Lui sogghignò appena, con una tristezza infinita nello sguardo: “Oh, sì, certo … lo so benissimo. Ma vuoi mettere il piacere di giocare la mia vita con te, anche se so che perderò?”

Lei lo fissò, e d’improvviso nei suoi bellissimi occhi apparve una compassione infinita, grande come l’intero universo.

Con un sorriso di una dolcezza straordinaria, lei mosse il quarto pedone in avanti di una posizione, mentre il motore dell’auto continuava a ronzare tranquillo.

Mezzora dopo, la partita era giunta alla sua naturale conclusione.

“Scacco matto”, lei sussurrò con dolcezza.

Lui alzò gli occhi su di lei, fece un sospiro, e con un dito coricò sulla scacchiera il proprio re.

“E’ stata un bella partita … grazie”, bisbigliò lui in replica.

“Mio dovere”, rispose lei con serietà.

“Sei pronto, adesso?”

Lui si guardò il torace … che buffo, non si muoveva più: non si era neanche accorto di avere smesso di respirare.

“Sì, penso di sì”, esclamò lui, posando la scacchiera sul sedile posteriore, facendo attenzione che i pezzi non si spostassero dalle loro posizioni.

Lei disse “non credo che capiranno, quando la troveranno … ”

“Non fa nulla”, rispose lui, “se avessi voluto che qualcuno capisse, avrei lasciato un biglietto, come fanno in tanti.”

“Allora possiamo andare”, disse lei, e la porta del garage iniziò a sollevarsi, non appena lei ebbe pronunciate le parole.

Fuori dal garage si vedeva solo un buio fittissimo, impenetrabile.

Lui rimase un attimo sorpreso: solo mezzora prima c’era un bel sole, era una splendida giornata … poi rifletté un secondo, e si diede dello sciocco.

Certo, tutto era diverso, ora, ed accese i fari, spingendo il piede sulla frizione ed innestando la prima, ma senza ancora muovere l’auto.

“Devo avere paura?”, riuscì a chiederle.

“Paura?”, lo guardò lei, come stupita. “Oh, no, adesso la paura non esiste più … qui non avrebbe alcun senso”, gli spiegò sorridendo.

“Va bene”, disse lui, sollevando il piede dalla frizione ed iniziando ad accelerare, uscendo dal garage.

“Non vedo nulla, però”, provò ad obiettare.

“Non preoccuparti, adesso penso a tutto io”, lo rassicurò lei, “tu vai tranquillo, l’importante è solo andarsene da qui”.

Lui accelerò con decisione, e l’auto venne inghiottita da quel buio profondo.

©, 2014

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