L’AMORE NON HA CORPO – racconto

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Anton Maria Vassallo - Allegoria con cagnolino, scimmia, pappagallo e brocca

L’AMORE NON HA CORPO

Lei era distesa sul letto, nella immobilità assoluta della morte.

Il volto sereno, sembrava stesse ancora dormendo, magari persa in un bellissimo sogno.

Non riusciva a capacitarsene.

Non poteva essere vero, non lei.

Dormivano insieme da anni, eppure non si era accorto di nulla.

Proprio lui, che lei amava prendere in giro perché apriva gli occhi al minimo rumore, subito sveglio ed attento con tutti i sensi all’erta, non aveva sentito che se ne stava andando, per sempre.

Si era svegliato colto da una improvvisa sete, era andato a bere un po’ d’acqua in cucina, e rientrando in camera aveva capito.

La morte aveva una sua tangibilità, la sentivi nelle narici, negli occhi, nelle orecchie. Impalpabile, eppure così tangibilmente presente.

Si era sdraiato vicino a lei, non sapendo cosa fare.

Riusciva solo a guardarla, in silenzio, senza emettere un suono.

Rimase così per ore, ricordando tutti i momenti meravigliosi che avevano vissuto insieme, il loro amore così profondo, così puro.

Anche quando la casa iniziò a riempirsi di gente, i parenti, gli infermieri dell’ambulanza, i vicini, rimase nel più assoluto silenzio, non poté fare altro che andare a distendersi sul divano nel salotto, dove nessuno si curò di lui.

“E’ stato quasi sicuramente un ictus…”

“Eh, che robe, sembrava stare così bene… solo ieri abbiamo chiacchierato cinque minuti sul portone, era così piena di vita…”

“Poverina… però si vede che non ha sofferto, hai visto che espressione serena? Sembra dormire… potessimo andarcene tutti così, ci sarebbe da metterci la firma… ”

Non ce la faceva più.

Decise di uscire, non avrebbe potuto rimanere in casa per un altro secondo. Si alzò di scatto, infilò la porta ed uscì all’aria aperta.

Era una splendida giornata, con un sole che iniziava a scaldare la pelle e l’aria che ormai frizzava di primavera inoltrata, preludio a quella che sarebbe certamente stata una estate stupenda.

Camminava lentamente, ripercorrendo tutti posti nei quali amavano trascorrere il loro tempo.

Il parco cittadino, dove passavano interi pomeriggi a passeggiare, fermandosi a guardare i bambini giocare a pallone nel prato, allegri e felici come se la vita non fosse che una festa infinita.

Lei aveva desiderato un figlio più di ogni altra cosa, gliene aveva parlato tante volte, nei loro pomeriggi sui prati, ma il destino aveva voluto che non fosse in grado di averne.

Aveva avuto due matrimoni, tristi ed infelici, ma aveva saputo lasciarseli alle spalle e trovare la forza di continuare a vivere.

Si ricordava ancora il loro incontro, alla mensa dei poveri dove lei faceva volontariato due volte la settimana.

Si erano guardati negli occhi per un secondo, ed avevano capito che nulla li avrebbe mai più separati, era apparso chiaramente, ad entrambi, in quel preciso, singolo istante di tempo.

Lui non era altro che un vagabondo, che ormai viveva ai margini della società, ma l’amore di lei lo aveva letteralmente trasformato, gli aveva regalato il piacere di apprezzare ogni singolo giorno insieme.

Passò davanti all’edicola dove la accompagnava a comprare i suoi giornali preferiti, si spinse fino al negozietto di verdure che amavano frequentare, con quella signora dai pomi rossi come mele cotogne e dalla voce squillante, che aveva l’insalata più fresca e croccante di tutto il quartiere.

No, non sarebbe stata più la stessa cosa, senza di lei.

I colori apparivano smunti, privi di vibrazioni, i suoni non erano più gli stessi, i giorni sarebbero tornati ad essere grigi, vuoti, privi di senso.

Quando si è amato così tanto, con tutta la capacità della propria anima, con ogni singolo nervo, anche il più nascosto, il solo pensiero di continuare a vivere senza di lei era un qualcosa di inconcepibile, di troppo spaventoso.

Non ne valeva la pena.

Non più.

Si accorse che il suo camminare lo aveva portato nei pressi della tangenziale.

Ormai era l’imbrunire, e la luce radente del tramonto stava lasciando il posto al crepuscolo, ombrosa anticipazione della notte imminente.

Le auto scorrevano veloci sottolineate dal fruscio dei loro pneumatici, dal ritmo quasi ipnotico, i fari accesi a cercare l’asfalto là davanti.

Oltrepassò il guardrail, lentamente, con cautela, e si sedette per un momento ad osservare quella danza infinita.

Si chiese quanti amori come il suo corressero dentro quegli involucri di metallo, quanti sorrisi, quante carezze avvenissero il quel momento, all’interno di quegli abitacoli.

Quante volte erano stati in auto insieme, con lei alla guida, sempre radiosa e piena di vita.

Sentì che era giunto il momento.

La vita gli aveva regalato l’amore, e glielo aveva tolto: capiva cosa questo volesse dire, e si sentì comunque grato per avere potuto conoscere e provare certe cose.

Ormai era troppo vecchio, troppo stanco per riuscire a tirare avanti da solo: senza di lei, era ora di lasciare, ne era consapevole.

Con un po’ di fatica nelle ossa per quella lunghissima camminata, si alzò lentamente. Aspettò un’auto che pareva più veloce delle altre ed all’ultimo, con un sospiro quasi di sollievo, fece i due passi che lo portarono di fronte a quei fari così luminosi, e chiuse gli occhi.

Monica guidava veloce, in modo quasi automatico, assorta nei pensieri della giornata rimasta alle spalle, in quell’ufficio che aveva deciso – finalmente – di lasciare, ed al più presto.

Si accorse troppo tardi di quella sagoma di fronte a sé, e l’urto, violento, improvviso, la portò quasi a sbattere contro il volante, ma fortunatamente l’airbag non si spalancò, e si aggrappò ai freni con tutta la forza che aveva nelle gambe.

Accostò, tremante di adrenalina, sulla corsia di emergenza, ed accese le quattro frecce, cercando di riprendere il respiro.

Dio, doveva averlo ammazzato.

Nessuno avrebbe potuto sopravvivere ad un urto del genere.

Spalancò la portiera e scese dall’auto, dal cui cofano uscivano volute di vapore, mentre alle sue spalle altri automobilisti si erano fermati, e già iniziava a formarsi una coda considerevole, nel traffico serale della tangenziale.

Vide la sagoma scomposta sull’asfalto, si fece coraggio, e si avvicinò.

Si chinò sul corpo contorto, dalla posa innaturale, che respirava ancora, debolmente, ed allungò una mano, esitante.

Il grosso cane mosse la testa verso di lei, il muso ferito e sanguinante, nello sguardo già l’opacità della morte imminente, e la guardò negli occhi, giungendole nel profondo dell’anima.

Monica sentì gli occhi gonfiarsi di lacrime prepotenti, e non poté fare nulla per contenerle.

Lui riuscì ad aprire un poco la bocca, ed estratta la lingua le diede un bacio sulla mano, con una lievità che lei non avrebbe mai creduta possibile, e morì.

Alcuni automobilisti si avvicinarono, e la aiutarono a rialzarsi. “Signorina, venga, è pericoloso rimanere qui in mezzo alla strada… si sente bene?”

Le loro voci le giungevano come ovattate, mentre la riaccompagnavano alla sua auto e qualcuno iniziava a comporre il numero delle emergenze sul cellulare.

Si appoggiò al sedile, nella luce fredda e spettrale della plafoniera, la radio ancora accesa che diffondeva una canzone assurdamente allegra.

Negli occhi sentiva ancora lo sguardo di quel cane, intenso, profondo.

Non avrebbe mai avuto il coraggio di confessarlo a nessuno, per timore di essere presa per sciocca, una pazza od una stupida donnicciuola… ma poteva giurare di avere letto una immensa gratitudine, in quei grandi occhi color nocciola, prima che li vita li abbandonasse.

©, 2014

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2 COMMENTI

  1. Un racconto breve carico di significato le analogie che suscita riescono a rapire il lettore entrando nei suoi sentimenti in punta di piedi ma con una grande efficacia.
    Molto bello.
    Grazie Barbara per queste bellissime immagini
    Furyo Barghigiani Ricci

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