UNA GIORNATA DIVERSA – racconto

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Jenő Remsey, Portrait of the Artist's Wife, 1910

UNA GIORNATA DIVERSA

Giovanna si ravviò i capelli e fece ancora un ultimo giro per la casa. Voleva essere scrupolosa, e poi le piaceva ripassare nella scia del suo profumo nuovo. Era da un’eternità che non ne indossava uno, e la faceva sentire bene.

La gonna comprata quella mattina le frusciava addosso con leggerezza, donando grazia ai suoi passi, e la camicetta con foulard abbinato le stava davvero bene: peccato non essere riuscita ad acquistare anche quel bellissimo cappotto, ma il limite della carta di credito era di 3000 euro, e non avrebbe potuto sforarlo senza generare attenzioni pericolose.

Ne avrebbe comperato un altro, da qualche altra parte.

Passò da una stanza all’altra, verificando, rapidamente ma con meticolosità, che tutto fosse in ordine e perfettamente pulito. Aveva sempre curata la propria casa, ma quel giorno c’era motivo per essere più pignola del solito.

Voleva che Renato trovasse la casa splendente, quando fosse arrivato.

Tornò in cucina e decise di prepararsi un caffè, era in netto anticipo sulla sua tabella di marcia. Si stiracchiò, godendosi la sensazione di scioltezza che la seduta di fisioterapia le aveva regalata. Erano anni che non si sentiva così, e quella decisamente era un’abitudine da prendere, si disse.

Riguardò l’orologio, sorseggiando il caffè: le 12,30. Aveva ancora venti minuti buoni, e tutto era stato fatto. Le sarebbe piaciuto essere capace di iniziare a rilassarsi, ma non ci riusciva: si sentiva eccitata come una bambina, era più forte di lei. Aveva pianificato quella giornata da mesi, e percepiva una sorta di elettricità, dentro di sé.

In banca aveva dato il meglio di se stessa.

Il direttore aveva tergiversato parecchio, quando lei gli si era presentata chiedendo di avere un assegno circolare che avrebbe lasciati ben pochi spiccioli.

Lei sapeva che lui doveva avere chiesto ad un suo collaboratore di contattare suo marito, ma dopo venti minuti di attesa non aveva potuto tergiversare ulteriormente. Non per nulla lei, quel mattino, aveva scambiati i loro cellulari: voleva essere sicura che non potessero raggiungerlo.

Quando lei aveva iniziato a mostrarsi stizzita, minacciando che suo marito la stava aspettando per concludere l’acquisto di un immobile che era una vera occasione, e che se lei non fosse arrivata con l’assegno per tempo ci sarebbero certamente state ripercussioni, il direttore cedette, e dopo poco si ritrovò per le mani un lindo pezzetto di carta che riportava la cifra, deliziosamente rotonda, di 300.000 euro.

Sul conto ne rimanevano poco più di tremila, ma il bastardo si sarebbe rifatto presto, non sarebbe certo morto di fame, purtroppo.

Dio, che soddisfazione era stata uscire dalla banca e pensare alla faccia che lui avrebbe fatto quando avesse scoperto cosa aveva combinato: se lo poteva persino immaginare, a spaccare cose in giro per casa, le vene delle tempie gonfie e pulsanti, la rabbia dipinta negli occhi.

Schifoso pezzo di merda.

Dieci anni prima lui aveva rilevata la ditta dove lavorava, ed il bello è che lo aveva fatto soprattutto grazie alle insistenze di lei, perché di suo si cagava sotto solo all’idea.

Ma lei lo sapeva ambizioso e desideroso di una rivalsa sul mondo, per cui aveva accettato di sacrificarsi per aiutare il suo uomo ad ottenere ciò che più desiderava: lei lo amava, e questo era sufficiente a darle la forza di affrontare qualsiasi cosa.

Si era rimessa a cucire, lavorando come un pazza anche fino alle tre del mattino, a volte, ma l’azienda doveva essere rimessa in piedi, c’era la crisi, si guadagnava poco… O almeno, questo era quello che lui diceva a lei. Dieci anni senza una vacanza, risuolando sempre le stesse scarpe, riciclando i vestiti che le davano le amiche, tutto per cercare di fare in modo che Renato potesse dedicarsi pienamente all’azienda, che però non riusciva a decollare, a detta di lui.

Praticamente lei aveva mantenuto entrambi per tutto quel tempo, occupandosi di affitto, bollette, spese, tutto quanto, sempre china sulla macchina da cucire. Se faccio ancora un’ora sono altri quindici euro, ma se ne faccio ancora due saranno trenta e domani potrò farci la spesa. Si sollevava un attimo sulla sedia, si stropicciava gli occhi e riprendeva… quante volte aveva quasi fatto mattina, con simili pensieri.

Non le era mai neanche venuto in mente di andare a controllare il loro conto corrente: si fidava di lui, non aveva motivo di dubitare che le parole di Renato fossero sincere, quando le diceva “Ancora non gira come dovrebbe, amore, ma vedrai che, l’anno prossimo, potrai smettere di cucire…”

Le sue amiche la criticavano, ma lei, niente, dura e decisa: Giovanna e Renato si amavano, e lei avrebbe fatto qualsiasi cosa, per aiutare il suo uomo.

Poi, un anno prima, era successo l’imprevedibile.

Un giorno, facendo le pulizie, le era venuto in mente chissà come di scostare il finto caminetto del soggiorno dal muro, per verificare che non ci fossero nidi di d’insetti, e nel farlo, alcuni fogliettini erano caduti in terra.

Un po’ stupita, li aveva raccolti, ed aveva notato che erano matrici di libretti di assegni, con riportate delle cifre importanti.

Appartenevano a tre diversi conti correnti, e rimase svariati minuti seduta in terra, a cercare di capacitarsi di ciò che aveva per le mani. Due dei numeri le erano totalmente sconosciuti, e pareva vi fossero depositati circa trecentomila euro, ma il terzo le suonava stranamente familiare, e riportava scritto a biro un saldo di oltre duecentomila euro. Era la grafia di Renato, su quello non c’erano dubbi. Andò a prendere la borsa, frugò nel portafogli e trovò il proprio libretto di assegni del conto che aveva cointestato con lui, nel quale rimaneva solo il desolante fogliettino per la richiesta di un ulteriore libretto, che non aveva mai richiesto. Il numero di conto era esattamente lo stesso.

La testa aveva iniziato a girarle, non era possibile, doveva esserci una spiegazione.

Non aveva detto nulla a Renato della sua scoperta, ed aveva rimesso tutto al suo posto.

Nei giorni successivi, china sulla macchina da cucire, quell’episodio continuava ronzarle in testa come un calabrone, insistente, finché un giorno si era decisa ad andare a fare un piccolo versamento, per avere la scusa di richiedere un saldo. In banca le avevano chiesto il documento: non era un viso noto, e la cosa la fece sentire un po’ a disagio, ma a parte quello non ci furono rimostranze.

Uscì dalla filiale talmente nervosa che dovette entrare in un bar a sedersi, per potersi calmare un pochino: il foglietto che aveva in mano riportava un totale di 236.760 euro, 60 dei quali li aveva versati lei pochi minuti prima.

La realtà la colpì come una sberla sul viso.

Quello che era l’uomo che lei amava, nel quale aveva riposta assoluta fiducia e per il quale si era massacrata in tutti quegli anni, le aveva tenuto nascosto tutto.

Altro che azienda in difficoltà: nei mesi successivi aveva fatte delle molto caute indagini, dalle quali era emerso che l’attività di Renato non solo era solida, ma andava evidentemente a gonfie vele.

Disponevano di oltre mezzo milione di euro, ma lui non aveva mai fatto un fiato, lasciando che lei continuasse a spaccarsi la schiena per radunare quei milleduecento, milletrecento euro al mese con i quali campavano come due miserabili.

Non voleva crederci, ma era costretta ad ammettere a se stessa di essersi lasciata abbindolare per anni.

Il piano era maturato lentamente, nella sua testa, ma in modo assoluto e determinato.

L’apertura di un conto a proprio nome in svizzera, grazie ad una amica compiacente, il riprendere contatti con sua sorella che viveva in Canada da quasi vent’anni… tutti piccoli passi, fatti di nascosto, nel più assoluto silenzio, per mesi.

Non era stato facile fare finta di nulla, con lui, ma da qualche parte, dentro se stessa, aveva trovata la forza di fingere la più assoluta normalità.

E poi, era giunto il giorno decisivo.

Mattinata dedicata a se stessa e ad un po’ di shopping terapeutico, il ritiro dei biglietti aerei per la svizzera e poi per Toronto, la preparazione di una valigia con lo stretto necessario, e la gita in banca, per assestare il colpo ferale.

Oh, Renato avrebbe certamente sentita la sua mancanza, ma ancora di più avrebbe sentita la mancanza dei soldi, di questo ne era sicura: le aveva ampiamente dimostrato di tenere più a loro che a lei, ritenendola pure una stupida che non si sarebbe mai accorta di nulla.

Stupida lo era stata sicuramente, si disse, sciacquando la tazzina e rimettendola al suo posto nello scolapiatti, ma non lo sarebbe stata mai più.

Suonò il citofono, e rabbrividì per un attimo, giusto il tempo necessario a riflettere che non poteva essere Renato, era solo il taxi che aveva richiesto. Lui sarebbe arrivato solo a sera inoltrata, e per quel momento lei sarebbe già stata in volo per Toronto, introvabile ed inafferrabile.

Scosse la testa, prese la borsa e la valigia, ed uscì sul pianerottolo: chiuse la porta e lasciò le chiavi sotto lo zerbino.

La lettera che gli aveva lasciato sul tavolo diceva anche quello, dove aveva lasciate le chiavi: desiderava essere ordinata, nel suo distacco dalla propria vita, non voleva lasciare nessuna confusione.

Aprì la porta dell’ascensore, vi spinse la valigia e si rimirò per un attimo nello specchio: si vide ben truccata e pettinata, di aspetto piacevole, mostrava persino qualche anno di meno di quelli che aveva. Sorrise alla propria immagine, era da molto tempo che non si vedeva così. In tutti quegli anni passati a cucire si era quasi dimenticata di essere una donna, cosmetici e pettinatrice costavano troppo.

Scoppiò in una risata, e si vide quasi bella, mentre premeva il bottone della discesa verso la sua nuova esistenza.

©, 2014

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