Sergio De Infanti – Gorizia è nostra

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Sergio De Infanti Gorizia è nostra Circolo Culturale Menocchio 2001 prima guerra mondiale in montagna austriaci e italiani amici mogli e figli

Sergio De Infanti Gorizia è nostra Circolo Culturale Menocchio 2001 prima guerra mondiale in montagna austriaci e italiani amici mogli e figli

 

Sergio De Infanti è una guida alpina, che vive fra i suoi boschi a Ravascletto (UD), trascorrendo ancora il tempo a far legna e a intagliare tronchi per ricavarne sculture e oggetti. Un vero friulano, come ho potuto constatare al telefono parlandogli di persona, con un timbro di voce sincero, e leggermente perentorio, ma anche un po’ scettico. Quello scetticismo che la gente di montagna, che la gente friulana, coltiva da secoli quale vaccino contro le fregature della vita, ovvero, le tante invasioni, o avversità naturali, cui questa terra friulana è da sempre abituata.

“Gli anziani erano la nostra memoria storica”, inizia così il libro “Gorizia è nostra”, nel ricordo di Culùs, un vecchio morto tragicamente tanto tempo addietro, che ha narrato le vicende della Grande Guerra contenute in questo indimenticabile libricino. Libricino, sì, non più grande di un pacchetto di sigarette, che si perde nei bancali delle moderne librerie, ma che ho avuto l’immensa fortuna di scovare, e poi di leggere.

Si diceva dello scetticismo dei friulani. E allora, posso anche dire di aver trovato quel giusto scetticismo anche nella narrazione di questa particolare storia di Grande Guerra: niente eroismi, prego, anzi, siam tutti ragazzi, amiamo la vita, per favore, non fateci combattere contro i Nostri amici austriaci, ragazzi anche loro come Noi, che male ci hanno fatto?

Si inizia con una grande festa nuziale, Antonio allora lavorava in Austria, nel settore edile. Laggiù, oltre il confine, era come di casa, aveva molti amici, qualche donna, e il rispetto dei suoi datori di lavoro. Laggiù era ben accolto, e pagato adeguatamente per il suo lavoro di operaio specializzato, una paga che dava da vivere alla sua famiglia, contadini che vivevano duramente del lavoro nei campi, e attendevano gli inverni con quella apprensione antica, fatta di duro lavoro d’estate per la raccolta del fieno e della legna necessari a superare il gelo; e così la storia inizia in inverno, con la fine dei lavori nei campi e col matrimonio di Antonio e Marianna. Una bella festa, con gli uomini che suonano la fisarmonica nel porticato, e le donne felici per quella buona novella che erano i due sposi. Ma ecco i tamburi della guerra iniziano a rullare. Nessuno ci crede. C’è qualche esercitazione. Antonio viene richiamato. Poi trattenuto: gli austriaci, da amici e datori di lavoro, si convertono in quelli che la propaganda politica etichetta come “vili nemici”, per fomentare l’odio nelle truppe costrette a massacrarsi nella dura guerra di trincea. Si iniziano a contare i morti. I campi – un tempo coltivati ad arte – si trasformano in cimiteri, il sangue gli intride, le valanghe fanno più morti delle bombe in alta quota, ma quando c’è l’assalto si devono guardare negli occhi quei ragazzi austriaci, guardarli negli occhi prima di colpirli al cuore con la baionetta, ex amici, vecchi amici ora nemici. Gli stati maggiori vengono a sapere che da una trincea all’altra, di notte, italiani e austriaci si scambiano sigarette, cognac e viveri. Antonio, grazie a qualche sigaretta, viene a sapere che i suoi famigliari, in Austria, sono prigionieri e se la passano bene. Il paese, giù in retrovia, accoglie la guerra dapprima con orrore, ma poi fa i conti, e nota che le osterie sono sempre piene di soldati, che il vino si vende in gran quantità, che la guerra, in fondo, può essere un affare, qualche donna si concede all’ufficiale di turno, si arrotonda e ci si dimentica dei ragazzi in prima linea: questa è forse la più grande tragedia della guerra, non tanto i morti, quanto la miseria che ci può trasformare in freddi affaristi anche in simili circostanze. Il fronte si sposta, Antonio viene catapultato in una guerra che non riesce più ad interpretare: l’Isonzo. Su questi altipiani che non offrono riparo, la carneficina è terrificante. Ma Antonio ha la fortuna di venire fatto prigioniero. In Austria incontrerà di nuovo i suoi parenti. I suoi vecchi datori di lavoro. Si apre per lui una parentesi, in cui ritrova – pur nelle dure privazioni belliche – il piacere del suo lavoro di operaio specializzato. La guerra finisce. C’è chi resta in Austria. Antonio torna al paese. Ritroverà Marianna, madre di suo figlio, ma anche di un bambino avuto con un sottufficiale. Antonio non se la prende, un bambino è sempre il benvenuto. “Gorizia è nostra”, dice infine; ma gli sembra strano, una città che di italiano aveva ben poco, come a dire: eravamo amici, noi e austriaci, ci hanno voluto fare nemici, hanno voluto Gorizia a tutti i costi, e per questo ci hanno fatti massacrare. Erano discorsi di confine, discorsi politici, che lui, come altri, non capiva, lui amava la vita, amava il suo lavoro, amava la comunione fra i popoli, ed era stato costretto a combattere contro gente che rispettava e considerava amica.

Sergio De Infanti

“Gorizia è nostra”

Circolo Culturale Menocchio, 2001

 ©, 2009

Contatti:

Sergio De Infanti

33020 Ravascletto (UD)

tel. 0433 – 66018

 

Hotel Pace Alpina – Ravascletto (UD)

Circolo Culturale Menocchio

33086 Montereale Valcellina – via Ciotti, 1

tel. e fax 0427 – 799 204

e-mail: circolo.menocchio@libero.it

 

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