LA GRAMMATICA DELLA PSICANALISI – La metapsicologia

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LA GRAMMATICA DELLA PSICANALISI – La metapsicologia

 

Con la metapsicologia, Freud indica la dimensione teorica della psicanalisi, la sua sistemazione formale, che intende fornire un modello concettuale delle dinamiche psichiche, collocandosi al di là dell’esperienza empirica.

In “Psicopatologia della vita quotidiana”, Freud sostiene che la psicanalisi potrebbe sostituire la metafisica, spiegando ciò che vi è di soprannaturale nel mondo come proiezioni verso l’esterno di moti psichici irrisolti.

Freud, pur avvertendo il pericolo di una eccessiva teorizzazione, capisce la necessità di fissare il sapere raggiunto in un corpus, che ne garantisca la conservazione, in cui però manca una compiuta e definita sistemazione teorica.

La pulsione, ai confini tra il somatico e lo psichico, è un concetto limite, è la spinta che proviene dall’interno e che muove i bisogni dell’essere, ma si sottrae ad una definizione esaustiva. Essa, da non confondere con l’istinto, proviene dall’interno dell’organismo e non può essere vissuta con azioni di fuga. La pulsione, non elusa, determina eccitazione avvertita come sofferenza, che richiama l’intervento del sistema nervoso. Nell’analisi della pulsione, Freud distingue tre elementi fondamentali: la fonte, che indica la zona dell’organismo dove compare l’eccitazione, e il processo fisico-chimico che la provoca; l’oggetto, elemento mobile, il tramite attraverso cui la pulsione ricerca soddisfacimento, dapprima parziale – come il seno – e dopo totale, come il partner sessuale, che può essere ancora reale e fantasmatico, a seconda che l’apparato psichico funzioni secondo il principio di realtà o di piacere. La libido è una inmisurabile quantità infinita di energia fisico-psichica, esclusivamente di carattere sessuale, che permette a Freud di conservare una continuità delle pulsioni. I rappresentanti pulsionali sono una sorta di messaggi che l’organismo invia alla mente per indurla ad intervenire in una situazione di squilibrio energetico. Il nucleo dell’inconscio è costituito da rappresentanti pulsionali che devono scaricare il loro investimento. L’inconscio non deve essere concepito come un buio serbatoio di istinti, di forze cieche e indistinte, ma si presuppone tra conscio e inconscio una continuità, trattandosi di rappresentazioni ideative di pensieri. L’inconscio non è una voragine inerte, è qualcosa di vivo, di attivo, di cui noi cogliamo solo i derivati dai quali possiamo presupporlo. In quanto inconscio, l’oggetto della psicanalisi rimane irriducibile al sapere. La psicanalisi non sarà mai una psicologia.

Considerando il funzionamento normale dell’apparato psichico, Freud articola delle coordinate: dinamica, economica e topica.

Dal punto di vista dinamico, il modello di funzionamento psichico è costruito riconducendo tutti i processi ad un gioco di forze che si promuovono e inibiscono a vicenda, sotto il dominio di tre polarità: mondo interno e mondo esterno, piacere e dispiacere, attivo e passivo.

L’elemento fondamentale della psicanalisi è la rimozione, con cui il soggetto mantiene inconsci, o respinge, rappresentanti pulsionali e rappresentanti sessuali inaccettabili. Vi è qualche cosa nella natura stessa della pulsione sessuale che la rende conflittuale, eccessiva, insopportabile, non inscrivibile nel campo della comunicazione intenzionale e cosciente. Benché determini una rinuncia pulsionale, nel momento in cui scatta, vi è l’intenzione di evitare gli svantaggi della manifestazione pulsionale. La censura che separa l’inconscio dal conscio opera cancellazioni e deformazioni così estese, che solo un paziente lavoro d’analisi può ristabilire un senso dove, apparentemente, regna la contraddizione. La censura psichica opera su due zone di confine tra inconscio e preconscio e tra preconscio e conscio. L’ io, che si oppone alla pulsione, sovraintende l’attività censoria, fa da arbitro della situazione e deve ristabilire l’equilibrio perturbato. Ma questo non è un processo conscio, ma un’attività inconscia, automatica, priva di consapevolezza. Il rimosso preme per riaffiorare alla coscienza, a costo di apparire sulla scena consapevole, completamente deformato. Noi però conosciamo solo gli scacchi della rimozione, perché quella perfettamente riuscita non lascia tracce.

Il modello economico parte dal presupposto che le rappresentazioni psichiche delle pulsioni abbiano un investimento energetico, che l’apparato psichico tende a mantenere il più basso possibile. L’affetto può essere unito o meno ad una determinata rappresentazione. Nell’inconscio una carica energetica passa da una rappresentazione all’altra, lungo catene associative, (energia libera) mentre, nella coscienza, ogni carica tende a rimanere legata alla rappresentazione conveniente. Lo slittamento dell’affetto non è casuale, ma risponde ad una logica, la stessa che si coglie nella sintassi del sogno. Nell’inconscio, il movimento delle cariche affettive da una rappresentazione all’altra, è retto dal principio di piacere; infatti, le cariche affettive tendono ad investire prevalentemente le tracce di memoria di precoci soddisfazioni. La libido, sottratta agli oggetti sessuali, viene temporaneamente riversata sulla propria immagine narcisistica e, solo successivamente, così neutralizzata, riproiettata sugli oggetti sostitutivi.

Nella prima topica, Freud distingue inconscio, preconscio e conscio.

Nella seconda topica distingue es, io e super io.

Freud descrive l’inconscio come un archivio dove continuamente si accumulano contenuti psichici di cui è rifiutato l’accesso alla coscienza (rimosso), ma soprattutto come una tipografia dove i testi si producono e riproducono. Il rimosso sedimentato e quello in formazione non si sovrappongono alla cieca, ma secondo un principio, un preciso sistema associativo. Nella prima topica, ad esempio, un pensiero può andare dall’inconscio al conscio o viceversa in una regressione topica. Inconscio, preconscio e conscio non corrispondono a nessuna localizzazione anatomica, ma sono parti di un modello teorico. Nell’opera “Inconscio” del 1915, Freud specifica che i contenuti dell’inconscio sono costituiti da rappresentazioni pulsionali e si strutturano in trame immaginarie composte sia da schemi fissi, sia da tracce di vissuti personali. I rappresentanti pulsionali tendono a scaricare il proprio investimento, costituendo così veri e propri vuoti di desiderio. Nell’inconscio, le intensità degli investimenti sono mobili; una rappresentazione può cedere ad un’altra il proprio investimento, (spostamento) o appropriarsi dell’investimento di più rappresentazioni (condensazione), secondo le modalità di funzionamento tipiche del processo psichico primario. I processi psichici inconsci in sé sono inesistenti, ma ricostruibili attraverso i loro derivati: sogno e sintomo. Il nucleo dell’inconscio è costituito da precoci esperienze infantili sottoposte prima alla rimozione originaria, e poi a quella secondaria, che conclude la prima infanzia e inaugura il periodo di latenza. Recuperare l’inconscio significa quindi reintegrare i primi vissuti, completare la nostra storia, accettare il bambino che è in noi; ma non basta trasferire i contenuti dell’inconscio nella coscienza, perché sono qualitativamente diversi e si parlerà allora di traduzione. L’inconscio tende all’identità di percezione. Nell’inconscio le tracce mnestiche sono di cose, cioè di percezioni visive, mentre nelle altre topiche prevalgono le percezioni di parole, cioè auditive.

Identità di percezione significa riattivare il ricordo degli oggetti che provocarono le prime esperienze di soddisfacimento, là dove il sistema preconscio tende all’identità di pensiero. L’inconscio non è l’accesso diretto al mondo esterno, perché la censura lo separa dal preconscio. Il preconscio non possiede la qualità della coscienza, ma si distingue dall’inconscio, perché la sua energia non è fluida, ma legata, ed il suo funzionamento è retto dal processo secondario. La rappresentazione più conscia è fatta di parole e sembra così provenire dal di fuori, contiene pensieri latenti, ricordi suscettibili di essere attualizzati. Nel passaggio dal preconscio al conscio vi è una seconda censura, in cui i rappresentanti pulsionali non vengono deformati, ma selezionati. Questo sbarramento, che controlla anche la scarica motoria, è il responsabile del mantenimento del livello di attenzione. Il sistema conscio, detto anche percezione della coscienza, è situato alla periferia dell’apparato psichico e riceve le informazioni provenienti dall’esterno e dall’interno. Qui non vi è alcuna registrazione mnestica, ma vi è un susseguirsi di quadri fluttuanti momentanei. Un contenuto psichico, per essere attribuito al sistema conscio, deve avere determinati requisiti: deve soggiacere al principio di realtà, deve organizzarsi secondo il processo secondario e la sua energia deve essere legata alla rappresentazione corrispondente. Per i suoi caratteri inibitori e strutturanti, la coscienza corrisponde al nucleo essenziale dell’io, anche se l’io non è del tutto conscio. Non vi è tra le due topiche sovrapponibilità; infatti, i due schemi non si sovrappongono punto per punto, né sono riducibili in un’unica formula, perché corrispondono a due esigenze diverse: la prima più descrittiva, la seconda più esplicativa.

Le tre istanze, es, io e super io, non rappresentano più una metafora topologica, ma una personalizzazione delle componenti psichiche, una simbolizzazione corporea. Intorno ad essi si organizza la seconda topica. Con l’es, che indica come in latino il pronome neutro singolare id, Freud contraddistingue l’originaria provincia psichica dell’apparato psichico. Questo pronome impersonale è adatto a esprimere il carattere principale di questa provincia psichica, la sua estraneità all’io. Si può presupporre che, all’inizio, la vita psichica sia costituita esclusivamente dall’es, e che solo poi emergano le altre componenti. L’es contiene tutto ciò che è ereditato, presente sin dalla nascita, stabilito per costituzione. Nel corso dell’attività psichica, vi si sovrapporranno poi continuamente contenuti psichici rimossi. Caratteristica fondamentale dell’es è l’impersonalità: la sua dimensione trascende la nostra persona e la nostra storia. Il tentativo di descrivere uno psichico transindividuale rappresenta una svolta radicale nella costruzione dell’immagine che l’uomo fa di se stesso. La sua definizione è inscindibile da quella dell’io al quale si oppone. In esso, infatti, non troviamo negazione, né categorie spazio temporali, ma compromessi che ci avvertono dell’inesistenza di contenuti psichici puramente istintuali, astorici, naturali. Le impressioni accadute in un passato remoto permangono cristallizzate nell’es con l’immediatezza del presente ma, una volta investite dalla parola, queste esperienze si collocano in quel passato che loro compete.

Esso è definibile soprattutto in una prospettiva economica: nell’es sussistono solo investimenti pulsionali che esigono una scarica. L’organizzazione dell’es è analoga a quella dell’inconscio ma, nella metapsicologia, l’es è caratterizzato dagli influssi del passato, da ciò che l’individuo ha ereditato. L’inconscio indica il luogo del rimosso e si contrappone al conscio, mentre l’es all’io, pur derivando dallo stesso tessuto.

Freud paragona l’io ad un cavaliere che deve domare il cavallo con le proprie forze, mentre l’io si avvale dell’es. L’io rappresenta l’istanza più complessa, mutevole e contraddittoria della metapsicologia freudiana, il tradizionale punto di incontro e di scontro della psicologia cognitiva e della psicanalisi. Nei confronti dell’es, l’io rappresenta la realtà esterna che media i conflitti tra es e il mondo esterno, ma deve tener conto anche delle pressanti richieste del super io.

Freud persegue uno scopo di armonia interiore più che di trasformazione del mondo, e definisce come la più alta prestazione dell’io la modificazione del mondo esterno. Nei confronti delle esigenze pulsionali, l’io, critico, decide quali realizzare subito, quali rinviare o rimuovere perché pericolose. L’angoscia, come paura della possibile riattivazione di traumi psichici, è il segnale che mette in atto le difese. Pur essendo preposto alla coscienza, l’io svolge anche la funzione opposta di riconoscimento. L’io viene in un certo senso plasmato dai suoi meccanismi di difesa, che tendono a cristallizzarsi in tratti caratteriali. L’insuccesso dell’azione mediatrice dell’io è rappresentato dal sintomo, avvertito dapprima come estraneo all’io e disturbante, poi integrato al riconoscimento dei benefici secondari che apporta. L’io è un’istanza polivalente complessa dalla quale si staccheranno successivamente l’io ideale, rappresentazione eroica e idealizzata di sé, che è presente nel passaggio dal narcisismo primario a quello secondario, e l’ideale dell’io, più socializzato e simbolico, che costituisce un modello al quale l’io cerca di conformarsi. In “Psicologia delle masse e analisi dell’io” del 1921, l’ideale dell’io è chiamato a spiegare fenomeni molto diversi come l’innamoramento, casi in cui l’oggetto viene collocato al posto dell’ideale dell’io.

Freud introduce per la prima volta il termine super io nell’opera “L’io e l’es” del 1923, e lo presenta come una formazione, in parte inconscia, che si contrappone all’io, lo giudica criticamente e lo assume come oggetto. Esso è un’istanza censoria che comprende la coscienza morale, l’autoconservazione, la formazione di ideali, e a cui si attribuisce l’eredità del conflitto edipico. Quando il bambino rinuncia ai suoi desideri incestuosi, identificandosi con i genitori, li incorpora assimilandone il sistema di valori, di norme, di divieti, facendoli propri. L’identificazione più duratura avviene con quel genitore considerato fonte delle disillusioni più decisive, e il super io si forma non tanto a immagine del genitore, quanto del suo super io costituitosi a sua volta dall’introiezione del nonno. Si stabilisce così una trasmissione generazionale, e risulta un’arcaicità di questa istanza, per cui una parte della personalità risulterà sempre indisposta ad accogliere norme e comportamenti nuovi. Le energie a disposizione del super io, tratte da quel serbatoio che è l’es, gli conferiscono un carattere eccessivo e tirannico, che neanche un’educazione tollerante e permissiva riesce a mitigare. Il super io appare tanto più crudele e tirannico, quanto più è prossimo ai vissuti infantili. Nell’inconscio perdura sempre un nucleo infantile. Per Freud esiste una differenza sostanziale tra il super io del bambino e il super io della bambina. Nel primo, l’Edipo, liquidato, sedimenta una istanza forte e rigorosa, nella seconda, invece, per l’impossibilità di una efficace minaccia di castrazione, si ha un’insufficiente soluzione dell’Edipo e la costituzione di un’istanza psichica priva di quella potenza e di quella indipendenza necessaria all’attività intellettuale. A questo proposito giungeranno a Freud molte critiche e obiezioni dalle analiste donne. Le pulsioni di vita (eros) rappresentano gli sforzi compiuti dall’eros per tenere coesa la sostanza vivente, realizzando una concentrazione energetica con unità sempre più estese. Le pulsioni di morte o distruttive (thanatos), sospingono ogni sostanza organica a regredire verso la disgregazione inorganica, verso l’inerzia della dispersione energetica. Nella realtà psichica però, le pulsioni si presentano sempre composte da due principi di vita e di morte. Anche nella sessualità esiste un legame di forze di vita (amore e tenerezza) e di morte (aggressività). Per Freud il principio di morte è un’istanza che si colloca al di là dell’esperienza psicologica.

 

©, 2009

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