PHILIP K. DICK – OCCHIO NEL CIELO

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Philip Kindred Dick (Chicago, 16 dicembre 1928 – Santa Ana, 2 marzo 1982) è stato uno scrittore statunitense. La sua fama, in vita esclusivamente noto nell'ambito della fantascienza, crebbe notevolmente presso la critica ed il grande pubblico dopo la sua morte, in Patria così come in Europa (in Francia e in Italia negli anni ottanta divenne un vero e proprio scrittore di culto, anche in seguito al successo del film Blade Runner del 1982, liberamente tratto dal suo romanzo Il cacciatore di androidi), venendo dunque ampiamente rivalutato come un importante autore postmoderno, precursore della corrente artistico-letteraria dell'avantpop. Gli sono stati dedicati molteplici studi critici che lo collocano ormai tra i classici della letteratura contemporanea. (Wikipedia)

PHILIP K. DICK

“OCCHIO NEL CIELO”

Fanucci, 2007

“Occhio nel cielo” potrebbe essere considerato un romanzo di formazione? Forse sì. Vi sono contenuti diversi elementi che me lo fanno pensare, come, ad esempio, la contrapposizione tra illusione/sogno e realtà, non esente da una certa connotazione morale data all’intera storia. Come gran parte degli scrittori americani, eredi del puritanesimo, Philip K. Dick non poteva esimersi dal fare la sua parabola morale. La vicenda, allucinatoria, assurda, fantasmagorica e completamente visionaria, ci allontana dall’impianto morale che la sottende, eppure esso è sempre presente, guida costantemente le dita di Dick nel battere sui tasti della sua macchina da scrivere, nell’atto di dare vita a uno dei più belli – e completi – romanzi del secondo ‘900  – senza alcun dubbio da parte mia nel dirlo. Se si pensa che, qui in Italia, in quegli anni (1955), ci si stava appena tentando di liberare dai miasmi fascisti della prosa d’arte, e si continuava a scrivere nel cosiddetto bello stile storielle da poco, inconsistenti e provinciali, Philip K. Dick non posso non chiamarlo “genio” in senso assoluto, per la capacità di anticipare di interi decenni il destino dell’Uomo moderno, anzi, dell’Uomo Cyber.

La parabola di Dick, credo, deve essere stata lunga, prima che questo grande scrittore potesse arrivare a scrivere un tale, aberrante e illuminante romanzo. Ad iniziare dal Mago di Oz e da altre apparentemente innocue letture giovanili. Il nucleo resta quello: la favola, una buona favola ben scritta, e niente altro. Non si chiede altro a un grande scrittore, se non idee e semplicità. E tanta più semplicità, quanto più grandi sono le sue idee.  

Una dimostrazione cui doveva assistere il pubblico della cittadina di Belmont (California) si trasforma in esplosione nucleare, e ciò scaglia otto persone in una strana dimensione, in cui, via via, gli otto sono costretti a vivere nei Mondi distorti, psicotici, paranoici, di ciascuno dei loro compagni di avventura. Una congiuntura spaziotemporale (parole mie) fa sì che l’inconscio, il mondo interiore di tutti gli otto personaggi – presenti alla dimostrazione – uno alla volta, prenda il posto del mondo reale, e, come in un passaggio da una scatola cinese all’altra, tutti e otto debbano subire varie forme di dispotismo. Da quella del primo di questi mondi, dominato da una divinità di matrice grottescamente islamica, che commina premi generosi e castighi terribili a seconda di come gli gira, e di quanta devozione riceva in preghiere e atti pubblici di adorazione, secondo un carattere volubile e imprevedibile, che ne fanno una divinità poco credibile, ma molto temibile e prepotente. Il mondo che agli otto tocca poi subire, è quello di una puritana, che decide di abolire tutte le cose immorali, sgradevoli, brutte, comprese le persone, e che si autoabolirà nel parossismo finale abolendo l’intero universo. Segue quello di una donna infelice e sessualmente insoddisfatta, che trasforma il mondo nelle sue paure persecutorie e voraci da un punto di vista orale: una casa che rischiava di divorarli tutti, utensili, come coltelli e tostapane, che si rivoltavano contro a chi li usava (e qui mi viene in mente il film di Stephen King “Maximum Overdrive”, nel quale oggetti di uso comune si trasformano nei peggiori nemici delle persone). A questo punto gli otto navigatori di questo spazio/tempo impazzito, si ritrovano gettati nel mondo dilaniato dalle lotte operaie e dal terrore del comunismo. Tutti pensavano fosse colpa di Marsha, la moglie del protagonista, accusata, all’inizio della vicenda, di essere una comunista. Vari colpi di scena, però, riportano gli otto avventurosi superstiti nel luogo dell’incidente, con qualche graffio e la voglia intatta di ricominciare la loro vita nel mondo reale. Ottimismo tipicamente americano? Sì. Anche se in parte offuscato dalle idee politiche sul comunismo che ottenebrano decisamente il finale del libro, dando alla storia un tono mesto, guastando l’ happy end, come forse era nelle intenzioni dell’Autore, tra cui quella di far trasparire le sue simpatie politiche (ma la mia è solo una supposizione).

 

©, 2007

 

 

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PHILIP K. DICK

“EYE IN THE SKY”

Fanucci Editore, 2007

“Eye in the Sky” could be considered a bildungsroman? Maybe so. It contains several elements that make me think, as, for example, the contrast between illusion / dream and reality, not without a certain moral connotation given to the whole story. Like most American writers, heirs of Puritanism, Philip K. Dick could not help make his moral parable. The story, hallucinatory, absurd, and completely phantasmagoric visionary, takes us away from the plant morality that underlies it, yet it is always present, constantly guides her fingers tapping the keys of Dick in his typewriter, the act of giving life one of the most beautiful – and complete – 900 novels of the second – without any doubt on my part to say. If you think that, here in Italy, in those years (1955), there was just trying to free from the miasma of fascist art prose, and continued to write stories in the so-called beautiful style recently, inconsistent and provincial, Philip K. Dick, I can not call it “genius” in an absolute sense, for decades the ability to anticipate the fate of modern man, indeed, Man Cyber.

The parable of Dick, I think, must have been long before they could get this great writer to write such an aberrant, and illuminating novel. Beginning with the Wizard of Oz and other seemingly innocuous reading youth. The core remains the same: the fable, a good story well written, and nothing else. We are not asking other to a great writer, but ideas and simplicity. And much more simply, the greater are his ideas.

A demonstration was to assist the public in the town of Belmont (California) is transformed into nuclear explosion, which throws eight people in a strange dimension, which, gradually, the eight are forced to live in worlds twisted, psychotic, paranoid, each of their fellow adventurers. A space-economy (my own words) makes the unconscious, the inner world of all eight characters – present at the demonstration – one at a time, take the place of the real world, and, as in a passage from a box to Chinese ‘ other, all eight have to suffer various forms of despotism. From the first of these worlds, ruled by a deity of grotesquely Islamic matrix, which imposes generous rewards and punishments according to how terrible the turns, and how much devotion receive prayer and acts of public worship, according to a volatile and unpredictable nature , making it hard to believe a deity, but very frightening and overwhelming. The world that then undergo eight touches, is that of a Puritan, who decides to abolish all things immoral, ugly, ugly, including people, and that the final climax in autoabolirà abolishing the entire universe. Follows that of an unhappy woman and sexually unsatisfied, which transforms the world in his persecutory fears and voracious mouth from a point of view: a house that threatened to devour them all, tools such as knives and toaster, which turned against those who used them (and here I am reminded of Stephen King film “Maximum Overdrive” in which everyday objects are transformed into the worst enemies of the people). At this point, the eight sailors of this time / space crazy, they find themselves thrown into the world torn apart by the workers’ struggles and terror of communism. Everyone thought it was the fault of Marsha, the wife of the protagonist, who was accused, at the beginning of the story, of being a communist. Several plot twists, however, report the accident site in the eight survivors adventurous, with a few scratches and the desire to rebuild their lives intact in the real world. Typically American optimism? Yes, even if partly obscured by the political ideas of communism which cloud the very end of the book, giving the story a mournful tone, spoiling the ‘happy ending, as perhaps was intended by the author, including one to reveal his political sympathies (but mine is just a guess).

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