VIVERE SMEMORATI

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VIVERE SMEMORATI

Forse non si arriva ai quarant’anni proprio per niente. Molto, si suppone, resta da vivere, anche se tanto si ha già da ricordare, e forse troppo. Talora viene da chiedersi come sarebbe la vita espropriata della memoria. Non sarebbe poi così male. Un eccesso di conservazione non permette di andare avanti. A volte la memoria andrebbe liberata. Proprio come nel pc. L’Italia – ad esempio – giace su un patrimonio di memoria che non riesce a valorizzare, e finisce per soffocarla. Negli scantinati di Brera sono ammassate tonnellate di capolavori della pittura antica che aspettano solo la muffa, e mai saranno esposte al pubblico. Una tale esuberanza di beni e di bellezze – non ultimo quelle naturali – potrebbe dare all’Italia di che vivere. Ma non è così. L’Italia potrebbe guadagnare un po’ di soldi vendendo all’estero parte di questo patrimonio artistico che – in molti casi – non sa di possedere, e che a stento riesce a gestire, a conservare. Quando il passato spadroneggia, non c’è spazio per il futuro. Firenze ne è l’esempio. Una città invivibile. Una pianta di città medievale con tutti i problemi di una città del 21° secolo. Le strade sono così strette, che il passaggio dei veicoli mette continuamente a repentaglio l’incolumità dei pedoni. Ho passato a Firenze un week end veramente infernale, se si considera che Milano, oltretutto, è molto meno rumorosa. Si arriva a quarant’anni non per caso, e soprattutto con uno sguardo che – non perdendo la curiosità – non è nemmeno sprovveduto e incantato come a venti. Una vita passata sui libri, ad esempio, a vent’anni la si immagina come qualcosa di stupendo, che ci renderà migliori e più profondi e interessanti agli occhi della gente. Quanta memoria, alla fine hai l’HD veramente pieno. Passano invece vent’anni, di letture – si capisce – di amori, di bevute, di esperienze, e ci accorgiamo che la letteratura è soltanto una gradevole allucinazione, un passatempo nemmeno tanto sano che a Nostro solo rischio e pericolo abbiamo deciso di trasformare in professione, attentando in mille modi alla Nostra stessa salute. Se solo si pensasse al numero di ore passate in solitudine che richiede la lettura di un libro, e lo moltiplicassimo per tutti i libri che abbiamo letto, ci renderemmo conto dell’enorme solitudine in cui siamo vissuti, in compagnia soltanto di fantasmi, personaggi, paesaggi mai visti ma solo immaginati attraverso il filtro della pagina, sempre qui, su questa poltrona, scorgendo un pezzo di cielo, il solito cielo, oltre la finestra. Hemingway e Comisso sono stati – per quanto io ne sappia – gli unici scrittori del ‘900 che abbiano vissuto tanto quanto abbiano letto e scritto. Ma loro due erano due geni, e noi ci perdoneremo se non siamo dei geni, ma delle persone normali, che non sanno coniugare vita e spirito. Io però mi chiedo anche cosa capirei di un paesaggio, di un volto, di un tono di voce, di un buon piatto, se non avessi avuto l’insegnamento dei Maestri. Capirei quello che l’immediata percezione mi comunica, ma non farei confluire questa percezione in un più vasto orizzonte, che ne farebbe una percezione culturale, e non soltanto mia, singola, limitata, animalesca, prettamente sensoriale. Forse la letteratura – se ne vogliamo salvare il buono – è una ottima educazione sensoriale. Ci insegna a capire meglio i colori, i sapori, i suoni, le emozioni, a fare delle distinzioni al loro interno, a crearci una scala di gusto estetico, a dare un nome alle cose che ci circondano e – soprattutto – a quelle che albergano dentro di Noi. Certamente non è tutto da buttare l’insegnamento dei libri.

Bisognerebbe vivere smemorati. Assaporare l’attimo. Ma saremmo psicotici. Ci sarà pure, mi chiedo, una via di mezzo. Firenze dovrebbe avere dei decenti marciapiedi, senza rinunciare agli Uffizi. Ci sarà, mi chiedo, una via di mezzo.

Cosa ci spinge a tornare sempre sui Nostri passi? A guardarci alle spalle? Se per un momento potessimo caricarci lo zaino in spalla, e partire per la Frontiera! Lasciare a casa tutti i libri, i quadri, i mobili preziosi, buttare via l’agenda coi numeri di vecchi amici, che forse amici più non sono, e via, verso la Frontiera!

La cultura ci trattiene. Siamo esseri colti e addomesticati. Ex cavalli selvaggi, cui hanno imposto una sella. Ex tigri, diventate gatti. Ex lupi, diventati cani. Triste è pensarlo. Eppure, su tale aggiogamento dell’essere umano, si è eretta tutta la Nostra civiltà. Grazie alla quale, ora, io posso pestare sui tasti del mio pc, e scrivere queste nefandezze. Mi chiedo se ci sia una via di mezzo. Se ci sia un luogo, da qualche parte, in cui, per qualche minuto, si possa vivere smemorati.

 

©, 2008

 

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