JONATHAN LETHEM – A OVEST DELL’INFERNO

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Jonathan Allen Lethem (New York, 19 febbraio 1964) è uno scrittore e saggista statunitense. Conosciuto soprattutto per il suo stile letterario caratterizzato dal frequente amalgamarsi di una grande varietà di generi e registri. Dopo una mal riuscita esperienza universitaria in un prestigioso college del New England, Lethem si trasferisce in California e studia a Berkeley, dove subisce l'influenza profonda dello scrittore Philip K. Dick, al quale si ispirano i suoi primi due romanzi, Concerto per archi e canguro (finalista al Premio Nebula per il miglior romanzo nel 1994) e Amnesia Moon. (Wikipedia)

JONATHAN LETHEM

“A OVEST DELL’INFERNO”

Minimum Fax, 2002

 

Lethem ha il pregio di aver ereditato il meglio della tradizione americana, e di averlo saputo shakerare in una miscela di jazz, cultura underground, fantascienza e linguaggio cinematografico, con un pizzico di fumetto. Il risultato è un “maleodorante” – lo dico con molta partecipazione e stima per il suo Autore – costrutto organico, altresì detto “cacca”, ma la si potrebbe chiamare – citando il nostrano Piero Manzoni – “cacca d’artista” della migliore qualità d.o.c.g.

 

 

E’ difficile parlar male di questo bravo scrittore. Eppure – sotto la patina innovativa, tanto celebrata dalla stampa specialistica – io ci trovo un non so che di vecchio, ridondante, terribilmente retorico. Così come trovo retorica e pallosa nel vero senso del termine tutta la produzione di un certo ipercelebrato – e cerebrale – William Gibson. La teoria del cataclisma, che avrebbe costretto l’Umanità a nuove bizzarre forme di vita, in strane città o abitazioni al limite del demenziale, trovo sia una via facile, indolore, che uno scrittore borghese abbia per fare la sua piccola rivoluzione culturale, senza sporcarsi troppo le mani, o fare – altre – affermazioni più compromettenti. Ho l’impressione che Lethem giochi a fare un po’ troppo sul serio il profeta, che il suo “scherzare” con le situazioni paradossali nasconda una reale incapacità di fondo ad analizzare la realtà nella sua crudezza, una crudezza che esulerebbe di per sé l’uso della metafora, della costruzione allegorica quale rifugio letterario per non farsi male coi veri temi scottanti della Nostra società. Cosa che invece – pur nell’allegoria delle sue situazioni – è riuscito egregiamente a fare Bukowski, sporcandosi un po’ di più. Alla fine, quello che si richiede a uno scrittore, è solo sincerità, autenticità di sentimenti, e non solo – abili – giochi di parole. Libro adatto a giovani generazioni radical-chic

©, 2008

 

 

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