GIUSEPPINA GERALDINA – LA STANZA DEI FIORI SELVAGGI

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GIUSEPPINA GERALDINA

“LA STANZA DEI FIORI SELVAGGI”

poesie

Arcipelago, 2006

Lettura eseguita presso la Libreria del Castello Sforzesco – Milano – il 29 aprile 2007

Man mano il pubblico riempie la libreria, il Maestro Fakhraddin Gafarov suona il Tar – uno strumento dell’Azerbaijan di tradizione millenaria – creando nella sala un’atmosfera di sospesa attesa. La giornata è calda, una di quelle anticipazioni d’estate che, a volte, ad aprile, soffocano la città di Milano.

E forse, questo, non è del tutto negativo, perché le poesie della Geraldina sono ispirate a una cultura mediorientale nata in un paese caldo quale l’Egitto, e parlano di una “Stanza dei fiori selvaggi”, quale metafora di una sensualità, di uno slancio verso l’appagamento di mente e corpo che certamente, al freddo, avrebbe meno suggestione. Lei, la poetessa, è seduta a gambe incrociate, il busto lievemente proteso in avanti, su un rialzo dal quale domina la sala, e dal quale può essere ammirata nella sua totale bellezza. Porta i capelli sciolti sulla schiena, lunghi e ondulati e di un castano brillante. Ha qualcosa dell’animale di razza, del purosangue o del felino pronto allo scatto. La stanza dei fiori selvaggi mi comunica qualcosa di notturno, proprio come notturni sono certi fiori che, solo al calar delle tenebre, sprigionano il loro profumo. O certe piante carnivore che seducono e poi divorano le loro prede ignare.

Non è mia abitudine scrivere di poesia. Perché non amo la poesia, non quanto la prosa, e soprattutto non amo il dilagante cattivo gusto in poesia che imperversa oggi su Internet. Ma ascoltando le poesie della Geraldina, debbo ricredermi. Questa è Arte, con la A maiuscola. Non vi è spontaneismo e verso libero sciatto, ma una profonda ricerca. Musicale e semantica. La Geraldina, diversamente da molti poeti di oggi, vuole dire qualcosa. E cerca di farlo col metro di un verso che si fa strada nella mente dell’ascoltatore come un musicale stormire di alberi, o frusciante ruscello di primavera. L’accostamento con la musica eseguita dal Maestro presente in sala, esalta questa sorta di ascesi mistica. Sì, perché certo erotismo, non cialtrone o grossolano, è sicuramente, se portato così soffertamene addosso, mistico. La Geraldina infine scende dal suo rialzo, e fissa sorridente l’uditorio. Felinamente, sussurra un “grazie”, decretando la fine della performance. Tutti rimangono allibiti di fronte a tanta nobile modestia. Nessuno dice più niente. Gli animi sono soddisfatti, e la sala si svuota serenamente, lasciando in ognuno di noi il profumo dei fiori selvaggi.

  

©, 2007

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