Un ascensore … per l’inferno – omaggio ad Andrea Lanza – attore

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Un ascensore … per l’inferno

(omaggio ad Andrea Lanza – attore)

prologo 

La città, la rete. La rete quale estensione virtuale e metafisica della città. A volte rifletto su questo parallelismo, su questo dualismo. Mi capita di farlo soprattutto di notte. A notte fonda. Quando immagino di percepire il ronzio cosmico di milioni o miliardi di interconnessioni che viaggiano, alla velocità della luce, sottoterra, nelle dorsali che varcano gli Oceani, su in alto sino a colpire un ripetitore satellitare, ecc… Certe volte, pensando alla luce, all’energia che consente questo inimmaginabile flusso comunicativo, mi sento molto vicino a quei puntini luminosi che chiamiamo “stelle” e che altro non sono che parti di Noi. Già… la notte ti fa avere simili pensieri… Forse ti rende un tantino romantico, eccessivamente romantico… la città, di notte, pulsa soprattutto nei server disseminati nel cyberspazio, che pure collegano fra di loro migliaia o milioni di esistenze, che vivono, chiuse nei loro luoghi riparati, la notte come momento di rarefazione.

Una notte, qualche notte fa, ero connesso, “din”, mi giunge un messaggio di posta. Vado a guardare. Lo apro.

Gentili Signori,
sono un filmaker ed attore, mi occupo di  (ecc…) Risposi all’e-mail, e – senza saperlo – mi ero prenotato per un viaggio in ascensore …

 … alcuni giorni dopo andai alla conferenza, qualche ora prima di entrare in quell’… ascensore… Milano sa offrirti a volte delle sorprese, apparentemente città distratta, indaffarata, capita che per un momento si arresti, e che in quella sospensione si produca la magia…

 azione

atto 1 

mentre scrivo, ascolto Frank Zappa. Quale migliore colonna sonora al mio lavorio notturno volto a rievocare l’irriverenza e la sperimentalità di quello che provai in quell’ … ascensore?  

 

 

… nel quale venni sottoposto alle confessioni sexual deliranti di un prete che si stava spretando? E prima ancora, prima di giungere nell’ascensore, alle enigmatiche e contorte riflessioni – scendendo le scale di quel lussuoso albergo sino ai sotterranei ( potremmo dire anche “Del Vaticano”, citando André Gide ) – di un compunto maggiordomo francese?

 … mi trovai molto vicino alle costruzioni a incastro, a scatole cinesi de “Il Castello dell’Inglese” di André Pieyre de Mandiargues, al sottile e intellettuale sadismo del divino Marchese…

… ero nella finzione… ma ne ero del tutto certo?

Un albergo, con un ascensore vittoriano, in piena China Town. Fuori, il brulicare incessante della comunità cinese, fuori l’entropia dei carrelli e dei furgoni, dei pacchi ammassati di scadente mercanzia, di odori di fritto e cucina a buon mercato. Entro nel lussuoso Hotel, e subito percepisco il silenzio di saloni dove i tappeti e la moquette attutiscono il clamore della città, entro in una dimensione separata, sospesa, come in un sogno… il sogno dell’era della globalizzazione, eh sì, perché potrei benissimo essere a Londra, come a Berlino, i clienti, stranieri, sono quelli di Londra, come di Berlino, vestiti come a Londra, o a Berlino, con l’espressione che avrebbero a Londra, come a Berlino. Cosa cambia, essere a Milano?  

 atto 2

 … la rete era stata avvolta attorno a me… la rete delle seduzioni linguistiche, della confessione imposta-mi da quel mephistophelico prete … la cui stazza corporea si abbinava quasi diavolescamente a un’agilità di movimento, di scatto, di mimica, che mi ricordava De Niro in Angel Heart (“ascensore – sic! – per l’inferno”).

atto 3

… mi trovai sul 14 insieme al filmaker della mail … mangio un hamburger a China Town … stringo mani, elargisco bigliettini, raccolgo bigliettini, idee, folgorazioni, meditazioni, deliri, desideri e distorsioni – per dirla con Lester Bangs…

 … bevo alcuni caffè … uno dei quali in compagnia di un’ attrice professionista, formatasi anche negli States, secondo il metodo Strasberg.

La vidi in azione nel primo ascensore… donna delle pulizie, nella sua leziosa divisa, che reggeva un secchio e monologava su stanze e detersivi, con voce dolce e fievole, da bambolina a pile, mentre il lift saliva di un piano, facendomi giungere nelle mani del maggiordomo francese che, per scale tortuose, mi condusse sino ai sotterranei… e quindi all’ … ascensore… in questione…

… ritardi nel conto alla rovescia … il cavo audio non funziona …

… le prove servono per questo, anche a fare il check di tutto l’apparato…

 atto 4

… mentre cala la notte, la hall dell’Hotel diventa il set di un singolare evento. La clientela elegante e ricca transita avanti e indietro, con quell’aria un po’ diafana e celestiale che hanno i turisti stranieri, butta un occhio di qua, dove Noi siamo seduti su poltrone e divanetti foderati, a fissare un monitor, entro il quale vediamo ciò che – nei sotterranei dell’albergo – sta avvenendo nell’… ascensore…

… uno ad uno veniamo chiamati dal regista, o meglio, presi per mano e condotti al primo ascensore … poi – quelli rimasti su – ci vedono come noi – giù – reagiamo – dentro il monitor – alle prese col prete che ci investe di tutta la sua disperata ricerca di senso, attraverso un monologo che usa la materia sessuale come un gettito d’acqua fredda – o bollente – sulle Nostre coscienze che, in fondo, non sono tanto diverse – sporche – dalla sua…

 atto 5

… TOCCA A ME!

… malgrado avessi già visto i miei “compagni” nel monitor, non seppi reprimere nel petto una certa emozione. … mi ritrovo dunque a reagire come se fossi il primo, come se non sapessi nulla di ciò che mi attende… ed è così… nessuno può saperlo in anticipo!

… e così inizio a cogliere il senso di questo lavoro: metterci davanti a una assoluta novità … spiazzante e destabilizzante. Milano, il suo cuore lo sento battere anche in questo strano luogo, un cuore caldo, in un certo senso vicino, somigliante al cuore di questa messa in scena, umano e tecnologico insieme, un volto riconoscibile nelle sue espressioni, ma al tempo stesso capace di assumere una inaspettata piega della bocca…

una messa in scena che vuole … indurci a misurarci con la Nostra soggettività che – essendo noi esseri umani limitati e finiti – non può che accogliere il nuovo, il perturbante freudiano, con timore, o anche con angoscia, nel senso kierkegaardiano del concetto di angoscia, ovvero, quello dell’esperienza del Nulla.

… due ascensori, un monitor collegato a circuito chiuso, una telecamera, un microfono, decine di metri di cavo audio/video … un apparato semplice, low-cost, a fronte di una mente creativa di chi ha ideato tutto ciò che – però –  non si è risparmiata in genialità. … spiazzarci. Delocalizzare i Nostri sguardi. In verità, mi chiedevo, in quale luogo si stava compiendo, stava accadendo la rappresentazione? Nel monitor? Nell’ascensore? Nelle Nostre teste? Dove? O in un luogo mediano, somma di quelli appena citati, somma gestaltica che ci rimanda a un Non Luogo?

… ma ero veramente a Milano? O non ero forse a Londra, o a Berlino?

… non so…

… il prete smania e slingua davanti a me, si affanna e delira. … mi chiede: « La mette in imbarazzo quello che dico? », e mi fissa con sguardo luciferino.

« No », rispondo io. IO – spettatore – cooptato nella scena! …il mio “NO” entra in scena e irrompe come una necessaria risposta a una domanda che non è nata nel copione, ma nell’urgenza della vita stessa, perché ciò che qui sta avvenendo è vita, è una forma controllata di rappresentazione in cui l’accadere delle Nostre esistenze ha il sopravvento. Realtà e finzione sono separate da una membrana sottile. Membrana che è meglio non lacerare. Meglio lasciarla lì, sottile, invisibile, tra vita e finzione, perché è meglio non far cadere il velo di Mâyâ.

Uscii dall’ascensore, abbandonai l’albergo, e mi immersi in una China Town notturna, rischiarata dai lampioni, dove difficile mi era riconoscere la mia città. Osservavo le vetrine colme di oggettistica colorata, fatta di plastica, sveglie di plastica, bambole di plastica, cavalli e castelli e draghi e sculture… di plastica… occhi e cuori… di plastica… eppure, anche in quel luogo plastificato, massificato, tragicamente votato al culto del mediocre e dell’effimero più scadente, ascoltavo il cuore di una città che subiva la sua ennesima invasione, perché la Storia ci insegna anche questo, che a Milano sono passati in molti, forse il bello suo è questo, il non sapersi opporre al cammino del tempo, saper lasciare al tempo e agli invasori il loro corso.

 

 

©, 2009

 

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