MONDO GLOBALE E MONDI LOCALI – La pedagogia dei processi culturali

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MONDO GLOBALE E MONDI LOCALI – La pedagogia dei processi culturali

 

L’educazione globale affronta le questioni dell’ecologia, dei diritti umani, della pace, della democrazia, nella prospettiva dello sviluppo equo e solidale.

Questi sono i compiti più urgenti della rivoluzione planetaria, con Onu, Unesco, Unicef, e con l’associazionismo culturale, quali istituti che ripensano criticamente i processi di globalizzazione. L’umanesimo planetario tende al miglioramento della qualità della vita e a non svuotare di senso l’esistenza, come accadrebbe se la tecnologia e l’economia venissero trascurate rispetto alle loro potenzialità sociali.

 

La storia del confronto è la dinamica dello scontro con le vaste migrazioni di massa, le tensioni interne agli stati, con movimenti armati a sfondo politico e religioso, guerre civili a sfondo etnico, separatismi linguistici e particolarismi.

Attualmente il conflitto è di natura culturale e non più ideologica ed economica.

Lo scontro tra culture determina la politica mondiale.

Le città sono conglomerati di differenze con un’eterogeneità profonda, una profonda varietà come sostiene Taylor, in pluralità di appartenenze e modi di essere e di pensare, nella coesistenza di tradizioni che portano sempre a nuovi contrasti e divisioni.

Non esiste una prospettiva globale e panottica, ma l’unità e l’identità riemergono dalle differenze. Negli anni ’50 e ’60 avviene la decolonizzazione degli Stati e la rivoluzione anticoloniale sostituisce i termini di nazione, stato e popolo con i significati di identità, tradizione e appartenenza che implicano divergenza, varietà e disaccordo.

Il ‘900 è il secolo delle contraddizioni: i totalitarismi, la democrazia, il capitale monopolistico, il welfare state, gli integralismi e la globalizzazione nella crisi delle certezze, dell’aporia e dell’antinomia fra il capolinea e il “principio speranza” (Bloch).

 

Hobsbawm nel saggio “Il secolo breve”, sostiene che dal 1917 al 1989 si assiste alla nascita del mito e alla sua morte, dall’orrore dell’Olocausto, al mito del soggetto individuo, con il secolo del capitalismo americano.

L’11 settembre del 2001 rappresenta lo scontro tra civiltà e restano da preservare i valori politici e culturali, il significato di individuo, libertà, democrazia, comunicazione, valori antropologici ed etici, ergo pedagogici.

L’exploit della tecnologia, l’irruzione delle masse, dei giovani e delle donne nella storia, l’orrore dell’Olocausto, la mondializzazione, sono fenomeni paralleli alle svolte della pedagogia, con la nascita delle scienze dell’educazione e dell’epistemologia pedagogica, con la pedagogia critica come neoparadigma della pedagogia sociale, nei processi formativi presenti in tutto l’arco della vita dell’uomo.

Nel ‘900 la pedagogia è ridefinita in principali modelli, quali l’alfabetizzazione, la cultura di massa, l’educazione permanente e il lifelonglearning.

 

Il nesso tra pedagogia e politica consiste in una sinergia, un legame che presenta anche tensione, opposizione e relazione dialettica, dove la pedagogia assume il ruolo di critica utopica, rispetto al potere politico.

Nel ‘900, con l’attivismo, la scuola si apre alle masse che assumono un ruolo di centralità nella società, ma offuscato alla fine del secolo dai massmedia.

L’attivismo, fino agli anni ’50, osserva le esigenze del bambino, il piano operatorio del fare (Piaget), l’ambiente di vita.

Questi cambiamenti favoriscono una rivoluzione copernicana rispetto all’istituzione scolastica formalistica e deontologica.

In Italia la “scuola serena” di Radice promuove la continuità fra scuola e famiglia dove il fanciullo diviene un’artista spontaneo nel lavoro libero e attivo che con Agazzi si evolve in senso di collaborazione.

Pizzigoni favorisce nella scuola l’esperienza diretta del fanciullo nella risoluzione dei problemi all’interno della vita concreta di comunità.

Dewey nel 1899 estende l’opera manifesto della scuola attiva, dal titolo “Scuola e società” al fine di formare allo spirito scientifico e alla democrazia, dove la scuola diviene laboratorio e comunità di lavoro.

Nel 1950 Cousinet scrive il saggio “L’educazione nuova” che enuclea i presupposti dell’insegnamento attivo attraverso la valorizzazione del bambino, delle sue capacità, dello sviluppo di iniziative e interessi, con la motivazione ad agire tramite uno spirito sperimentale, nella società industrializzata e democratica, nell’ambiente pedagogico per la crescita evolutiva dell’intelligenza e della socializzazione.

Freinet, con il saggio dal titolo “Nascita di una pedagogia popolare” del 1949, divulga le istanze sviluppate dall’attivismo sull’experience tatonnée nella cooperazione per l’attivazione di stamperie nelle scuole al fine di creare giornali di classe in senso politico e progressista, per una scuola del popolo, con tecniche didattiche innovative, tramite valenze ideologiche come l’esperienza partigiana intesa quale movimento di massa per la liberazione di un popolo.

Le “scuole nuove” che hanno origine in Inghilterra prevedono un’educazione attiva e la diffusione mondiale del movimento attivistico che collega la pedagogia alle scienze umane, quali la psicologia e la sociologia.

I temi della pedagogia dell’attivismo sono il puerocentrismo, in ogni processo educativo, la valorizzazione del fare, la motivazione, la socializzazione e l’ antiautoritarismo.

Decroly, con la pedagogia differenziale, studia la psiche degli anormali e il loro processo di individualizzazione, in un approccio globale rispetto all’ambiente e al principio di interesse, concernente l’importanza di educare alla libertà con libertà.

Nel 1907 la Montessori fonda e istituisce le “case dei bambini”, istituzioni educative basate sul presupposto formativo della ricezione di stimoli dall’ambiente, in un clima di puerocentrismo, ossia della centralità dell’allievo concepito come mente assorbente, perché il bambino presenta un forte potere di assimilazione.

Nella scuola Montessoriana si trasmette l’educazione alla pace e la solidarietà fra i popoli.

La pedagogia di Dewey è attenta ai problemi della società industriale moderna con il pragmatismo che trova, nel contatto tra il momento teorico e pratico, la modalità del fare, educando, come momento centrale dell’apprendimento.

La scuola di Dewey si ricollega al progresso sociale, quale comunità in miniatura con laboratori di attività per la valorizzazione della vita del fanciullo, tramite interessi e attività.

La scuola, attraverso questi approcci scientifici e pedagogici, assume un ruolo di trasformazione della società che dovrebbe risultare meno repressiva e autoritaria, ma potrebbe incentivare la partecipazione e la collaborazione sociale.

Dewey nel saggio “Democrazia e educazione” del 1916, raccoglie e auspica lo sviluppo della democrazia tramite il metodo sperimentale delle scienze, per un nuovo umanesimo scientifico e democratico, che sviluppi gli aspetti sociali ed operativi del soggetto, con attenzione agli approcci cognitivi ed etico-sociali, finalizzati alla formazione umana del soggetto e del cittadino in una società aperta e attiva.

Gli aspetti della pedagogia marxista consistono nella dialettica tra educazione e società, nel legame tra educazione e politica, dove l’azione politica è praxis rivoluzionaria, con la centralità del lavoro nella formazione dell’uomo.

La teorizzazione marxiana prevede un uomo onnilaterale emancipato da condizioni di subalternità ed alienazione.

Con la seconda e la terza internazionale dopo il 1917 con Lenin, viene abolito il contenuto religioso e nazionalistico della vecchia scuola, tramite i nuovi libri di testo.

In questa prospettiva onnilaterale dell’individuo emancipato e libero, Makarenko attua una base educativa sperimentale all’interno delle colonie scolastiche, con ragazzi abbandonati e connotati da un forte disagio, promuovendo i collettivi di lavoro, ossia un complesso finalizzato di individui, educati con una forte disciplina formativa.

Gramsci, in Italia, propone un modello educativo più aperto e democratico, elaborato dal marxismo come si evince dai documenti contenuti nell’opera “Quaderni del carcere” del 1948.

La pedagogia di Stato costituisce sempre uno strumento politico di formazione ed educazione della società.

Dovrebbe costituire una finalità emancipativa dei popoli in una prospettiva di liberazione dalla subalternità e di educazione alla convivenza tra le differenze presenti nel tessuto sociocomunitario.

©, 2009

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