SCUOLA – SOSTEGNO – Equipollenti con obiettivi minimi o differenziati?

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SCUOLA – SOSTEGNO

Equipollenti con obiettivi minimi o differenziati?

Un  nodo gordiano da sciogliere

 

A seguito della interessante normativa sui Bes, acronimo che definisce i soggetti con Bisogni Educativi Speciali del 27-12-2012, che ridisegna i ruoli e le competenze delle figure che circondano il mondo degli alunni in difficoltà, dagli insegnanti curricolari agli insegnanti di sostegno, sono emersi, nel mondo delle scuole, alcuni interrogativi importanti sul futuro dei nostri ragazzi DVA, (soggeti diversamente abili), gli unici per i quali è previsto un PEI,  documento nato dalla favolosa  legge  tutta italiana , la  104  sull’Handicap del 5-02-92.

Il PEI è un piano educativo individualizzato che, sotto la supervisione degli  specialisti insegnanti di sostegno, è redatto dal consiglio di classe,  ed è poi condiviso dai genitori dell’alunno H, e dall’equipe che lo segue; esso permette a tutti i ragazzi che hanno una certificazione di Handicap una programmazione davvero singolare:

con la certificazione di Handicap in mano, un Consiglio di Classe può esercitare la sua azione didattica in tre modi: se decide una programmazione riconducibile ai programmi ministeriali è possibile prevedere:

1 un programma “minimo” che comprenda i contenuti essenziali delle discipline.

2 un programma equipollente con la riduzione parziale e/o sostituzione dei contenuti, ricercando la medesima valenza formativa (art 318 del D.L.vo 297/1994).

Nel biennio della scuola secondaria di secondo grado (in relazione all’assolvimento dell’obbligo scolastico/formativo) è possibile utilizzare criteri ancora più elastici nella programmazione, sia per quanto riguarda la riduzione del programma, sia per le metodologie didattiche da utilizzare e per la strutturazione delle prove di verifica.

E’ bene chiarire che cosa si intende per programmazione e prove equipollenti:

una programmazione equipollente può prevedere contenuti culturali diversi (in parte o totalmente) dalla programmazione di classe: è il caso degli alunni con deficit sensoriali, un non udente sarà dispensato dallo studio della musica (ascolto di brani, esecuzioni ritmiche), un non vedente si approccerà alla storia dell’arte solo come fenomeno culturale, e saranno omesse le analisi  delle opere d’arte o delle figure geometriche in matematica; inoltre, per i non vedenti potrà essere privilegiato lo studio orale di alcune materie (per esempio delle lingue straniere), finché l’alunno non sia in grado di leggere o produrre autonomamente testi scritti…

La riduzione e/o sostituzione dei contenuti culturali prevede  inoltre che vengano assegnati per casa un numero minore di esercizi  e compiti (per esempio solo 2 o tre esercizi per tipologia, invece che 5, oppure espressioni matematiche un po’più più corte per i non vedenti, perché devono scrivere in un linguaggio matematico braille assai complicato).

Le prove equipollenti possono essere strutturate con modalità differenti rispetto a quelle della classe: per esempio, è possibile sostituire una prova scritta con un’interrogazione, sostituire una prova strutturata con una a domande aperte o viceversa, riformulare la domanda utilizzando un linguaggio diverso, per esempio un linguaggio iconico e grafico per chi ha una dislessia come effetto del suo deficit (secondaria).

Le prove equipollenti possono essere svolte anche con mezzi diversi, cioè con l’uso di apparecchiature informatiche: computer, barra braille con sintesi vocale, e testi in braille.

Per lo svolgimento delle prove è possibile assegnare un tempo maggiore anche se è preferibile (e questa è una consuetudine che si è consolidata ampiamente nella mia esperienza di insegnante di sostegno) assegnare all’alunno una prova più breve da svolgere nello stesso tempo concesso ai compagni.

La normativa prevede inoltre che la presenza dell’insegnante di sostegno nelle prove di verifica scritta e orale sia decisa dal grado di handicap e  dagli accordi tra i docenti curricolari e l’insegnante di sostegno; di norma, per garantire la serenità e la tranquillità emotiva dell’alunno, il C.d. Classe richiede  la presenza dell’insegnante di sostegno o dell’assistente alla comunicazione.

 

Dopo aver fatto un po’ di chiarezza sulla normativa sono necessari alcuni approfondimenti:

La riduzione dei contenuti e dei compiti da svolgere deve essere ponderata attentamente dai colleghi e deve essere finalizzata all’apprendimento delle competenze di base delle discipline (strutture linguistiche e grammaticali delle lingue, regole matematiche) per consolidare quegli apprendimenti che consentano all’alunno di proseguire nel suo percorso  curricolare. Ma non solo.

Nel rispetto della diversabilità e del deficit dell’alunno, il Consiglio di Classe deve tenere in assoluto conto che esistono stili cognitivi diversi per ogni tipo di handicap in primis, e poi per ogni alunno con certificazione.

I contenuti delle discipline devono essere resi significativi per questi ragazzi, per cui la dimensione scolastica è se non l’unico, un punto di riferimento fondamentale per costruire sia competenze sia relazioni sociali.

Ecco che all’interno di percorsi didattici diversificati, con contenuti e modalità programmate sugli stili cognitivi consoni ai ragazzi con difficoltà, l’equipollenza diventa un formidabile strumento democratico che garantisce alla diversabilità una dignità umana e sociale senza precedenti nella storia della legislazione scolastica,  offrendo  pari opportunità anche ai più svantaggiati; le pari opportunità si traducono in un percorso scolastico finale che prevede una maturità con la stessa valenza formativa degli altri alunni senza certificazione, cioè un diploma con valore legale.

La normativa lascia ampio margine di libertà nell’insegnamento finalizzato al raggiungimento del DIPLOMA legale, e questo permette di programmare con fluidità, con sicurezza e, non dimentichiamolo, con un tempo a disposizione che copre tutto il corso di studi  superiori (5 anni), interventi equipollenti sui DA; per questo, un Consiglio di Classe aperto, creativo, trasversale e disponibile ad applicare la normativa con quel margine di libertà che essa concede, è in grado di programmare interventi veramente efficaci e significativi. Un Consiglio di Classe che lavora in sinergia, puntando sui punti di forza di questi ragazzi, è in grado di recuperare sia le lacune di base che caratterizzano questi soggetti, sia  una motivazione  intrinseca che spesso viene a mancare.

Nella mia esperienza non ho mai dato per scontato nulla e mi sono accorta che molti di questi ragazzi hanno  non solo un percorso di apprendimento non lineare, per cui possono recuperare molte lacune di base in poco tempo, ma anche  delle capacità “extrascolastiche“ veramente sorprendenti: il nostro compito, come specialisti metodologici e facilitatori di apprendimento, è proprio quello di rilevarle, perché possano divenire dei punti di forza  da cui partire per risollevarli dalle  discipline più ostiche per loro; la programmazione equipollente riconducibile ai programmi ministeriali  prevede comunque anche la possibilità di studi  estivi, di debiti a settembre, potenziamento in itinere e corsi di recupero esattamente come per gli altri alunni.

Non bisogna pensare che questi ragazzi non necessitino di avere dei debiti a settembre! l’alternativa non è differenziare il percorso formativo perché non si  può rimandare un DA!!!

 

3 Non mi sono dimenticata della terza possibilità che offre la normativa in merito ai diversamente abili e cioè una programmazione differenziata.

Questa si traduce in un percorso scolastico che prevede solo un attestato di frequenza che non ha valore legale.

Non a caso l’ho messa in fondo al mio scritto, perché la ritengo una possibilità remota che in questi lunghi 25 anni ho cercato di evitare a tutti i costi, e ho contemplato solo in casi veramente impossibili, cioè,  quando il deficit  dell’alunno era talmente grave da compromettere non solo qualsiasi tipo di “comunicazione didattica” ma anche  il regolare svolgimento delle lezioni in classe  (mi è capitato una sola volta). In questi casi un ruolo decisivo lo svolge l’Insegnante di sostegno chiamato ancor più in causa nei casi dubbi, cioè, dove i famosi obbiettivi minimi stabiliti dal consiglio di classe non siano ancora stati raggiunti. Sappiamo che la normativa su questo punto invece è chiarissima, ovvero, non si può svolgere una programmazione differenziata  solo per una materia. Se il consiglio di classe decide che l’alunno può conseguire una maturità legale deve attivare degli interventi in itinere per il raggiungimento dei minimi strumentali in quella disciplina.

E  qui sta il vero nodo gordiano da sciogliere:

la decisione se differenziare o no!

Il problema si pone spesso all’inizio del triennio, quando l’introduzione di materie nuove, la corposità dei programmi delle singole discipline, le lacune pregresse e la fatica di questi ragazzi impongono una decisione. Un ruolo chiave lo gioca l’insegnante specialista  di sostegno, che, esperto in strategie e facilitatore di apprendimento, deve suggerire ai colleghi curricolari, e spesso a costo di  faticosi dibattiti, duro lavoro e molte querelle (come  mi è capitato  tante volte ) soluzioni divergenti, proporre modelli di insegnamento più evoluti, moderni e inclusivi,  per permettere all’alunno di apprendere  i contenuti delle discipline in modo più leggibile e concreto; l’insegnante di sostegno ha  il compito di  facilitare  le  strategie di insegnamento e proporre valutazioni e prove alternative, ricordando però che, in virtù di un PEI, e protetti dalle ampie possibilità che offre la normativa, il Consiglio di classe ha ancora tre anni di tempo per recuperare, potenziare, rimotivare, ridefinire e ricredersi sulle capacità dell’alunno. La normativa prevede  per il Consiglio di classe uno spazio di possibilità equipollente per l’alunno DVA fino all’anno della  sua maturità.

Puntare su una differenziazione  già al terzo anno significa interrompere un percorso, una speranza,  una integrazione ed una vera inclusione, e la possibilità di un riconoscimento legale che gli permette sia di continuare gli studi, sia di inserirsi  nel mondo del lavoro con più opportunità.

Ricordo inoltre che è molto difficile passare da una programmazione differenziata ad un’equipollente .perché … ormai il treno è perso!

 

Sono fermamente convinta che tutto si può insegnare, e laddove non vi siano impedimenti gravi nella comunicazione, questi ragazzi possono avere una possibilità che gli permette di sentirsi integrati alla pari degli altri senza vergognarsi della loro diversità; molti istituti oggi offrono anche delle alternative extracurricolari “salvastress”, che sono di grande aiuto per questi ragazzi: corsi di teatro, sport, attività ludiche e recuperi scolastici in itinere.

La mia esperienza mi ha insegnato che, se avessi dovuto dare retta ai miei colleghi curricolari che avrebbero voluto volentieri riorientare e differenziare gli alunni DVA (alle volte ero titubante anche io), non più del 10% di loro avrebbe terminato gli studi con successo e, motivato da questo, non si sarebbe iscritto all’università, e oggi non si sarebbe laureato.

Lavoriamo insieme perché questa sfida continui…

 

Milano, Giugno 2018

©, 2018

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