L’Italia è la prima potenza culturale al mondo

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In uscita La rete italica, idee per un Commonwealth di Niccolò d’Aquino. L’Italia è la prima potenza culturale al mondo. Ma non lo sa e deve imparare a fare rete.

di Pierluca Danzi

5.11.2017 – L’Italia è diventata la prima potenza culturale al mondo. Può sorprendere, ma la conferma viene dalle principali ricerche internazionali. L’ultima in ordine di tempo, dell’autorevole Us News & World Report, sentenzia che da quest’anno l’Italia si è attestata al primo posto nella classifica dei global influencer, dei Paesi che – per usare un altro termine internazionale – sono trend setter. Ha scavalcato la Francia (seguono nell’ordine: USA, Spagna e Gran Bretagna).

 

 

Lo straordinario e unico insieme di arte, bellezza, design, gusto, stile ma anche artigianato di qualità, industria fine, imprenditoria d’avanguardia, eccellenza gastronomica formano un soft power che, lentamente, i media, la politica e le istituzioni stanno iniziando a scoprire. È un potere sempre più diffuso a livello internazionale ma che, a differenza degli altri poteri più conosciuti e ovvi – economici, politici, militari – non è invasivo e non vuole certo essere colonizzante. 

 

 

Ma come mettere a frutto e sviluppare questo unico e inimitabile stile di vita all’italiana?  Chi se ne fa carico?

 

 

Per la prima volta se ne stanno facendo carico non soltanto gli italiani d’Italia. È la conclusione di La rete italica, sottotitolo Idee per un Commonwealth, il libro/antologia appena uscitonella seconda edizione aggiornata, in cui il giornalista Niccolò d’Aquino, partendo e ruotando attorno al pensiero anticipatorio di Piero Bassetti, mette insieme cronologicamente oltre venti anni di testi, saggi e articoli.

 

 

Sono documenti che testimoniano la nascita e lo sviluppo di «un’idea che può farsi progetto politico». Documenti dai quali risulta che a portare avanti e sviluppare l’inestimabile patrimonio culturale italiano sono anche i cosiddetti “italici”. Cioè, i milioni di uomini e donne che nei cinque continenti, spesso senza esserne ancora consapevoli,hanno modi di affrontare e vivere la quotidianità riconducibili a una tradizione millenaria del bello, esploso e impostosiin Italia e da qui in Europa nella straordinaria stagione del Rinascimento per arrivare ai giorni nostri, dove continua ad arricchire, ibridandole, le culture di altri territori e di altri mercati.

 

 

In questo ambito sono “portatori sani” di italicità non soltanto i 58 milioni di italiani di passaporto ma anche tanti altri – gli italici, appunto – che non sono ufficialmente italiani. Messi insieme, è stato calcolato, gli italici arrivano a creare una rete potenziale di circa 250-300 milioni di persone: una formidabile rete, un grande mercato ancora quasi interamente da coltivare sottraendolo a concorrenze più o meno fraudolente. In grado di dare vita a una Civilizzazione italica capace di dialogare con le altre Civilizzazioni – angloamericana, francofona, ispanica, cinese … – assumendosi un ruolo culturale unico nel nuovo sistema globale che si va delineando. Un sistema che, a fronte di un indubbio indebolimento e superamento degli Stati-nazione così come li abbiamo vissuti per secoli, sta registrando l’emergere di nuove aggregazioni: le Global Communities che travalicano e sempre più si disinteressano dei vecchi confini, delle antiche dogane, delle bandiere alla cui ombra si sono combattute guerre secolari. Comunità o civilizzazioni globali che, nell’era di internet e della comunicazione istantanea, vanificano anche gli ostacoli imposti un tempo dalle barriere linguistiche.

 

 

Utopia? Sogno? È davvero possibile una civilizzazione italica o, addirittura, un Commonwealth italico? Soltanto poco tempo fa questa era una domanda da fare, quasi a tempo perso, a qualche politologo disponibile ad ascoltare più per amicizia che per interesse professionale.«È vero: sono convinto che un Commonwealth italico ancora non esiste» dice Niccolò d’Aquino. «Ma dovrebbe. E le basi per avviare questo progetto politico ci sono tutte». Se la politica saprà ascoltare e capire l’importanza strategica della posta in gioco.

 

 

Qualche segnale nuovo e incoraggiante c’è. Il più importante lo ha dato addirittura Sergio Mattarella. In un recente discorso ufficiale, riportato interamente nel volume, il Capo dello Stato ha riconosciuto la validità delle intuizioni di Piero Bassetti: dalla «espressione efficace» del termine “italicità” all’italiansounding, cioè «all’attenzione al nostro modo di vivere», «al desiderio di potersi giovare dei nostri prodotti» che contamina «un numero enorme di persone nel mondo – ben oltre le persone di origine italiana – un numero stimato in almeno 300 milioni». Insomma: «È possibile un Commonwealth italiano?» si domanda a sua volta lo storico Andrea Riccardi, presidente della Dante Alighieri e fondatore della Comunità di Sant’Egidio, in un articolo con questo titolo sulla rivista Limes, pure ripubblicato nel volume. E la risposta argomentata e con le dovute cautele che si dà a questa domanda è positiva.

 

 

Questo riconoscimentistanno, in qualche modo, segnando una svolta. A prestare attenzione, a indicare la strada, a capire che c’è un progetto politico e una strategia da studiare e portare avanti ora è anche la politica, quella “alta”, e non più soltanto alcuni circoli di studiosi, ricercatori e giornalisti “visionari”.

 

 

La vera domanda, quindi, è: i politici persi dietro le beghe di partito e tra i partiti, sapranno capire e cogliere questa occasione storica per proiettare, sviluppare e ibridare nel Terzo Millennio l’inimitabile savoirfaire italico?

 

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