VITA E MORTE nella lingua e nella letteratura AMERICANA

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Mojave Desert

VITA E MORTE nella lingua e nella letteratura AMERICANA

 

Siamo abituati a concepire le nostre emozioni, a viverle e ad interpretarle con lo strumento linguistico in nostro possesso. Sembra sia un dato accreditato che, anche lingue diverse, siano in grado di fare addentrare diversamente, e con maggiore o minore profondità, nelle plaghe insondabili della psiche e dell’Anima.

La lingua tedesca è considerata la più confacente e completa per poter comprendere i concetti della grande filosofia, e soprattutto, nel ‘900, per poter afferrare appieno il pensiero di Martin Heidegger, altrimenti sfuggevole ad una sua traduzione, ad esempio in italiano.

Diverse culture, diverse lingue e diverse koinè ci pongono, ad esempio, in un diverso rapporto con la Vita, ma soprattutto con la Morte.

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Sembra strano dire una cosa del genere, ma la letteratura americana (soprattutto novecentesca e contemporanea) grazie alla sua particolare Koinè, ci mette di fronte a un rapporto immediato, tragico, con la Morte.

Conosciamo, per averlo letto e riletto, il rapporto che Ernest Hemingway aveva con la Morte, con Thanatos (e conseguentemente con Eros). Chiamava la Morte “La Vecchia Puta”, in ossequio alle sue lunghe frequentazioni della Spagna e delle corride.

Potremmo dire, di Hemingway, che la sua vita sia stata una continua danza con la Morte, una Danza Macabra, che l’ha visto infine perdente (si è difatti suicidato in maniera molto cruenta e brutale); ma nessuno può sconfiggere la Morte, nemmeno chi muoia di morte naturale, perché l’ultima parola ce l’ha sempre Lei, la Vecchia Puta.

La lingua americana – con più espressività, con più aggressività della sua madre lingua britannica – ci pone quasi onomatopeicamente di fronte ai Grandi Spazi della Frontiera, sembra esprimere di per sé, con la sua tagliente e a volte strascicata cadenza un po’ polverosa e caotica, la stessa polvere, lo stesso caos della Wilderness Americana. Una Wilderness che ritroviamo anche in una città – presumibilmente, ma ho le mie perplessità – civilizzata e tecnologica come New York, in romanzi come “American Psycho” (Bret Easton Ellis), o “Giungla d’Asfalto” (William Riley Burnett).

La lotta dei primi colonizzatori della nascente confederazione americana, con le forze oscure della natura (Wilderness), il coraggio che necessitava la conquista dei territori a Ovest, pressochè sconosciuti e pieni di insidie mortali, sembra resistere nella “parlata”, nel lessico, nell’onomatopea americana.

Vi è un gap incolmabile, tra noi scrittori italiani, e gli scrittori americani, nel poter descrivere una Wilderness selvaggia, una sorta di ANOMIA senza regole (vedasi i recenti romanzi Cyber Punk americani) dovendo ricorrere a una toponomastica geografica (Arezzo, Cinisello, Verona, Desenzano, Piazza Buonarroti, rispetto a Paradise Valley, Pasadena, Burbank,  Fifth Avenue) che non è in grado di provocare una reazione, nell’Io del lettore, di fronte a una dispersione geografica, spaziale, fatta di pericolo, anomia, senso di una minaccia e di un mistero immediati – che richiedono una reazione pronta – che non si genera a causa di una toponomastica che rimanda a un ambito ristretto, addomesticato e civilizzato, come quello delle nostre città, dei nostri sobborghi, del nostro territorio così pregno di Storia, di bellezza, di dolcezza.

La brutalità con cui il singolo americano è posto di fronte alla Morte, è la stessa che egli pone in essere con la propria lingua. Una lingua che non rimanda, che non attende, che non giunge a compromessi, incapace di sfumature, e che va subito alle vie di fatto, come la pena di morte, che ancora resiste in alcuni stati nord americani, come l’interventismo bellico di tutti i governi americani, che noi conosciamo e che continua a ripresentarsi anno dopo anno.

©, 2017

SULLA “GRANULOSITA'” della LETTERATURA AMERIKANA

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